Eduard Limonov.
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Il trionfo della metafisica. 2005.
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2013. Adriano Salani Editore, MILANO.
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Trascrizione elettronica rivista e resa disponibile dalla
          Fondazione Ezio Galiano onlus
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      ad esclusivo uso dei privi della vista.
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Presentazione.
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Eduard Limonov non  mai stato un bravo ragazzo: scrittore di culto, guerrafondaio ribelle, dissidente sdegnato, fondatore del Partito nazionalbolscevico, pi volte arrestato. Visceralmente avverso a ogni pregiudizio, radica le sue azioni e i suoi pensieri in una personalissima visione del mondo e del destino dell'umanit. Con pi di trenta romanzi all'attivo, poesie, scritti teatrali, articoli e saggi tradotti in moltissime lingue, la sua onda si abbatte in Europa e nel mondo con incredibile impeto, grazie anche al libro straordinario dedicatogli da Emmanuel Carrre, che lo definisce: Un uomo dalla scorza dura e dalla cannibalesca placidit... Una specie di eroe.  un fascista, ha combattuto a fianco di Arkan, tutte cose spaventose. Ma  anche un coraggioso, ha pagato per quello che ha fatto, non  mai dalla parte del potere: una specie di Robin Hood.
Nel Trionfo della metafisica Limonov racconta i mesi trascorsi all'interno della colonia penale n 13 nelle steppe della regione di Saratov. Al lager Limonov era arrivato all'inizio del maggio 2003 dopo due anni di prigione. Il libro pullula dei personaggi pi disparati: i duri passati per le carceri e i campi di rieducazione per giudizi spesso iniqui e affrettati, i criminali incalliti, ma anche gli innocenti ingiustamente condannati. Tutti riforgiati in qualche modo dall'esperienza dolorosa della prigionia, non necessariamente abbrutiti, ma quasi sempre colti dallo sguardo pungente e imperturbabile dello scrittore nella loro insopprimibile ma castrata umanit. Limonov si inserisce nella grande tradizione letteraria russa: quella che, scontrandosi tragicamente con la realt del carcere e del gulag, ha trasformato la prigionia in una metafora della societ e della condizione umana. Ogni pagina di questo libro  una tensione verso l'ascesi; l'esperienza penitenziaria diventa superamento dei limiti spazio-temporali, esercizio di controllo e padronanza di s; il recluso  un monaco, la sua libert  tutta interiore e va conquistata e difesa ogni giorno. La sua scrittura si innalza, scarna ed efficace, al servizio di una testimonianza sfrondata da egocentrismi e autoreferenzialit, una illuminante carrellata di volti, figure, ricordi. Pi di ogni instant book, questo libro  un atto d'accusa contro la Russia putiniana, quella che si  scagliata contro Anna Politkovskaja, Michail Chodorkovskij, le Pussy Riot: un insieme di storia e attualit, vicenda personale e destino di un popolo che confluiscono in un'opera al di l di ogni etichetta, essenziale e asciutta come una poesia, un esercizio d'arte estremo.
Di Eduard Limonov Salani ha pubblicato: Eddy-Baby ti amo e Russian Attack (con Viktor Erofeev e Vladimir Sorokin).
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Alcune voci del Glossario sono tratte da J. Rossi, Manuale del Gulag. Dizionario storico, a cura di F. Gori ed E. Guercetti, L'Ancora del Mediterraneo, Napoli 2006.
Per gentile concessione delle curatrici.
La Casa Editrice ringrazia Yue Minjun e Demetrio Paparoni per la preziosa collaborazione.
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Il lupo e le prigioni della steppa.
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Ma ecco il guaio: s'esci di senno,
Fai paura come la peste,
Subito ti rinchiuderanno,
E nella gabbia come un animale
Ti verranno a stuzzicare.
E di notte non sentir io
Il canto chiaro dell'usignolo,
Il suono sordo dei querceti;
Ma l'urlo dei compagni miei,
Le ingiurie dei guardiani notturni,
Strida e tintinnio di ceppi.
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A.S. Pukin, 1833.
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Nella cittadina di Saint-Claude, dalla massiccia villa di Parc de Montretout 8 si domina ancora tutta Parigi, proprio come dalle Colline dei Passeri Napoleone aveva con un colpo d'occhio supervisionato il Cremlino. In quel sobborgo parigino, nei primi anni Novanta, Eduard Limonov fece assaporare l'affabile ospitalit di Jean-Marie Le Pen al suo temporaneo alleato Vladimir irinovskij, che in Russia aveva da poco fondato un partito populista e sciovinista.
Recentemente interrogato da Axel Gyldn su quella bella riunione di bad boy, Eduard Limonov non  per nulla imbarazzato, come non si preoccupa di rispondere nella sostanza ai legittimi dubbi del giornalista di L'Express riguardo l'opportunit di accompagnarsi a quegli allegri fautori dell'antisemitismo o all'incongrua mescolanza di bolscevismo e nazismo nel nome e nei simboli del partito nazionalbolscevico da lui fondato (e da Putin messo fuorilegge nel 2007).
O meglio, la sua risposta  di tutt'altra natura, si muove su un altro piano, evitando in modo programmatico le questioni noiose' del politicamente corretto, quei trascurabili dettagli che possono appassionare solo uomini e donne che hanno costruito la propria appartenenza nazionale e la propria coscienza civica sulla memoria e la responsabilit storica.
La Russia, invece, dice Limonov,  una pagina bianca, la vita politica  inesistente e lui ha scelto la via della creativit e dell'audacia che osa nuove esperienze e batte strade inedite. Non ha alcuna difficolt il Limonov del 2012 ad ammettere di aver combinato un miscuglio di idee di estrema sinistra e di estrema destra. E cos implicitamente riconosce che il radicalismo estremistico che ha accompagnato tutta la sua carriera di scrittore e uomo politico  in realt costruito ed  frutto di una scelta creativa. Ci che ha fatto del suo scandaloso personaggio un sonoro schiaffo al gusto pubblico'  un estremismo artistico e culturale, cos lo definisce apertamente Eduard Veniaminovic.
Un paso doble con giravolta, e ol!, ecco la blusa gialla di Majakovskij (che nel suo romanzo Limonov rivisita sotto le forme canarine di una camicia Italian style): il gesto dell'artista disperatamente desideroso di incarnarsi nell'esistenza. Il personaggio di carta esce dalle righe e passeggia per le strade patinate di Manhattan e Parigi o per i monumentali viali sovieticheggianti della Transnistria, ma per essere pi vero, per redimere la maledizione della carta, discende negli inferi della vita, si mischia con il fango, si sporca con il sangue e con tutti i fluidi corporei possibili.
 esattamente questa la vita che ho sempre voluto: caleidoscopica, arrischiata, sfavillante. Adesso la prigione e lo status di criminale, la dignit di criminale di Stato mi hanno colato nel bronzo, reso un monumento. Chi oser pi mettere in dubbio la mia sincerit e tragicit?' (Il libro dell'acqua).
Limonov sbuffava di insofferenza traslocando gli ammuffiti volumi dell'opera omnia di qualche classico russo a casa di un emigrato newyorchese. Se fosse dipeso da lui avrebbe dato via tutti quei pesi puzzolenti di colla sovietica per un solo libricino americano variopinto e squillante. Ma  inutile che si cerchino genealogie esotiche: con la sua trilogia tolstojana di infanzia, adolescenza e giovinezza (La nostra era una grande epoca, L'adolescente Savenko - pubblicato in Italia con il titolo Eddy-baby ti amo -, Una giovane canaglia) o con il tono visceralmente dostoevskijano del suo primo libro, Eto ja, Edicka (uscito in Italia e altrove con il titolo Il poeta russo preferisce i grandi negri), Eduard Veniaminovic  profondamente russo (ancora Majakovskij: Non si salta via dal proprio cuore) ed  russo proprio nel bisogno della letteratura di uscire da se stessa, nell'impossibile e romantico sogno dell'arte di farsi vita, della pagina di essere pi grande di s, per aprirsi al tempo vero.
La Russia tutta  una pagina bianca, ha ragione Limonov, e allora pu succedere che nel vuoto di una Storia negata al popolo che l'ha vissuta, di una Storia colpevolmente rimossa, tutto si possa scrivere e un progetto folle come il suo possa prendere corpo, infiammare i cuori di una manciata di ragazzi allo sbando ma anche, opportunamente ripulito, entrare in sinergia con forze politiche, normali, moderate, e in precario equilibrio con loro, formare, vivificare, scrollare il variegato panorama dell'opposizione al regime putiniano.
Rivisitazioni fantasiose della Storia, improbabili accoppiamenti (Cline e Che Guevara, le Brigate rosse e Mussolini, i giovani nazbol, i nazionalbolscevichi dall'aspetto aggressivo e la disarmante decana dei diritti umani in Russia, Ljudmila Alekseeva): la tabula rasa rende tutto possibile, quando serve per strumentalizzare e revisionare il passato nazionale. In Russia succede ovunque senza grandi scandali, Limonov  solo meno interessato di altri a rendere digeribili le idee che professa. Anzi, essere indigesto  il suo scopo e il modo per presentarci il conto della nostra cattiva coscienza, per proporci, attraverso il procedimento dello straniamento (letterario, ancora troppo letterario), inedite visioni e punti di vista capovolti, utili a rompere prese di posizioni di comodo stereotipate.
Il problema  che quando carta e carne si mischiano possono succedere guai e il poeta russo in cerca di belliche avventure si pu trovare rimbalzato su tutte le televisioni del mondo mentre spara sulla Sarajevo assediata sotto il benevolo sguardo di Radovan Karadic. E poco importa se anche fosse tutto un equivoco, come dimostra Emmanuel Carrre nel suo bel libro di inchiesta narrativa', poco importa se anche Limonov si fosse limitato a giochicchiare con la mitragliatrice mirando in aria. Poco importa se i suoi ragazzi dall'aria minacciosa realizzano le loro azioni terroristiche a suon di pomodori e uova marce. Le compagnie poco raccomandabili (peraltro sfrondate negli ultimi tempi), gli slogan ambigui, la provocazione scandalosa che sembra deliberatamente cercare l'illegalit, continueranno a generare reazioni pericolose per tutti, Limonov compreso, come dimostra questo libro.
Eduard Limonov  l'acido ed esplosivo pseudonimo (limonka in russo significa granata) di Eduard Veniaminovic Savenko. Nato nel 1943 a Dzerinsk, nella regione di Ninij-Novgorod, ancora esibisce come una medaglia l'infanzia in uno squallido quartiere dormitorio della periferia di Char'kov. Per una sorta di nemesi storica il padre lavorava nell'NKVD; il piccolo Edicka non ci mette molto a scoprire che il destinatario della sua ammirazione e orgoglio era in realt una piccola pedina che trasportava su e gi dalla Siberia i condannati in un macabro e imponente andirivieni: verso la Siberia li trasferivano nei lager, dalla Siberia li riportavano indietro per fucilarli.
Passato attraverso un'adolescenza da teppistello di provincia, che lo porta perfino in ospedale psichiatrico, sbarca a Mosca nel 1967, dove come poeta misconosciuto frequenta gli ambienti dell'underground moscovita e decolla per la sua avventurosa esistenza: nel 1974, come Solenicyn (se dovessimo scrivere una vita parallela al contrario, suggerisce Carrre) emigra in America (via Vienna e Roma). Per la verit, lui sceglie di farlo, non  tanto pericoloso per l'urss da essere espulso e, pur non essendo ebreo, tenta la strada pi facile a quel tempo, quella degli ebrei russi che chiedevano di andare in Israele.
Nei cinque anni passati nel Nuovo Mondo riesce a mettere insieme pi vite di Plutarco: giornalista sospettato di essere un agente del KGB, frequentatore di salotti mondani, traslocatore, poeta, scrittore incompreso, sballone dipendente dalla social security e, infine, fortunato maggiordomo di un miliardario liberal. Come Nabokov, riesce a far pubblicare il suo scandaloso romanzo Eto ja, Edicka solo in Francia, dove si stabilisce nel 1980 e dove per una decina di anni con le sue provocazioni anima il mondo intellettuale chic parigino indossando paccottiglia sovietica e scrivendo per L'Idiot international. In quegli anni il gruppo riunito intorno a questa rivista e al suo fondatore Jean-Edern Hallier costituiva un fertile humus per la convergenza degli umori rosso-bruni' e di pericolose contaminazioni di nazionalismo e comunismo. L'esperienza della sinistra fascista' e nazionalitaria' era particolarmente forte nel mondo franco-belga, perch belga era stato uno dei suoi fondatori, Jean Thiriart, e probabilmente qui Limonov assorbe molte delle idee (o dello stile?) che lo contraddistingueranno da questo momento in poi: opposizione al capitalismo, alla globalizzazione, la Russia come forte polo eurasiatico in funzione antiamericana, simpatia per tutti i cosiddetti Stati canaglia, sempre in funzione antiamericana e antisistema.
Nel frattempo, Edicka comincia a frequentare vari campi di battaglia in giro per l'Europa e ad atteggiarsi a bandito rivoluzionario, Sten'ka Razin, Pugacev. In questa veste gira per l'ex Jugoslavia e per la Transnistria (una piccola frangia separatista della Moldavia, nostalgica di Russia e Unione Sovietica in particolare). E si schiera sempre dalla parte dei cattivi, balla con i lupi, insomma.
Non  il solo scrittore russo a farlo: il fascino di Pugacev a suo tempo aveva colpito Pukin ed Esenin, ma  Marina Cvetaeva che ci spiega perch, raccontandoci di come la mamma le raccontasse la favola del lupo e dell'agnello e di come lei associasse subito il lupo al Pugacev personaggio della Figlia del Capitano di Pukin:
Pensa, un agnello cos bianco, innocente, che non ha intorbidato nessuna acqua...'
Per il lupo - anche lui  buono!' [...] Dicendo lupo, ho nominato la Guida. Nominando la Guida - ho nominato Pugacev: amare - il lupo, che per questa volta ha risparmiato l'agnello, il lupo che ha trascinato l'agnello nel bosco oscuro [...] perch la Guida condurr noi lontano, forse ancora pi lontano del sottotenente Grinev, nel labirinto stesso del bene e del male, in quel punto del labirinto, dove essi sono inseparabilmente avvinti e, avvinghiandosi, formano una vita viva.
Nel 1993 fonda il Partito nazionalbolscevico insieme ad Aleksandr Dugin, il teorico di un nuovo euroasismo (che attualmente si  scoperto solidale con la piattaforma ideologica putiniana) e, in effetti, il sodalizio dura finch dura l'equivoco: non sono le idee che interessano a Limonov,  il gesto, la rappresentazione (principalmente di se stesso). Sorpreso con i suoi lupacchiotti in una sorta di rifugio montano in mezzo all'Altaj, nel 2001 viene arrestato con la poco probabile accusa di voler destabilizzare il vicino? (a un centinaio di chilometri) Kazakistan con un fascio di fucili da caccia. Con i nazionalbolscevichi, per, a ben cercare qualche arma si trova sempre. E salta fuori che a Saratov (pi di tremila chilometri dalle montagne dell'Altaj) dei seguaci di Limonov avrebbero comprato armi ed esplosivi da misteriosi personaggi che rimangono, peraltro, indisturbati. Sar anche una provocazione, il processo da pi parti  subito definito una farsa, ma il tutto ha conseguenze pericolosamente reali.
Eduard Limonov sconta due anni nell'algida prigione di Lefortovo. Vi si rinchiudono i nemici dello Stato, terroristi e guerriglieri ceceni. Sottoponendosi a una ferrea disciplina, si tiene in perfetta forma fisica e scrive otto libri, prima di passare alla Prigione Centrale di Saratov dove sar giudicato, condannato a quattro anni per traffico d'armi e terrorismo e definitivamente trasferito nella colonia penale modello di Engel's.
In tutti i libri di Limonov la sottile maschera della fiction  funzionale alla costruzione dell'autobiografia e a una straripante messa in scena di se stesso. Ma negli ultimi anni l'elemento romanzesco sembra dissolversi completamente e la sua prosa si fa pura memoria, scorre fluida, seguendo l'onda del tempo, come racconta egli stesso nel Libro dell'acqua, scritto nella prigione di Lefortovo.
Nel Trionfo della metafisica Limonov racconta i due mesi trascorsi all'interno della colonia penale n. 13 nelle steppe della regione di Saratov. Al lager Limonov era dunque arrivato all'inizio del maggio 2003 dopo due anni di prigione, in seguito a una condanna mitigata: il processo aveva mutato i quattordici anni chiesti dal procuratore in quattro per semplici disordini di massa'. Verr liberato anticipatamente il 30 giugno 2003, soprattutto grazie alla mobilitazione internazionale in suo favore.
Limonov d il meglio quando non  concentrato esclusivamente sul proprio s debordante. Anche in Eddy-baby ti amo il ritratto dell'artista da giovane si dilatava e finiva per costituire un affresco della giovent bruciata sovietica, rompendo schemi e stereotipi della Russia stagnante breneviana.
Allo stesso modo questo libro pullula dei personaggi pi disparati: i duri passati per le carceri e i campi di rieducazione, per giudizi spesso iniqui e affrettati, criminali incalliti, ma anche innocenti ingiustamente condannati. Tutti riforgiati in qualche maniera dall'esperienza dolorosa della prigionia, non necessariamente abbruttiti (in alcuni casi addirittura maturati), ma quasi sempre colti dallo sguardo pungente e imperturbabile dell'autore nella loro insopprimibile bench castrata umanit.
La realt estrema della prigionia e la violenza repressa ribollono latenti sotto l'ordine fittizio della rigida organizzazione carceraria. Proprio questa situazione claustrofobica solleva Limonov dal bisogno di colpire e irritare a tutti costi, liberandolo dalle pastoie dell'patage a volte artificioso e restituendogli una scrittura scarna ed essenziale, con solo qualche lieve sbavatura retorica qui e l.
Se la Danimarca  una prigione, Shakespeare non  mai stato in Russia, osserva Ljudmila Ulickaja, scrittrice lontana anni luce dal nostro Edicka, o Peter Pan di Char'kov (come lo chiama lei), ma che firma l'introduzione al suo Mes prisons, l'edizione francese di Per le prigioni (2004). Il piccolo muik in pellicciotto di lepre', il lupo capace di compassione si cala nell'universo penitenziario come semplice detenuto tra i detenuti e testimonia la sofferenza di questo enorme popolo di zek. Aguzza lo sguardo per cogliere minuziose sottigliezze: le differenti nazionalit (senza alcuna deriva nazionalista), la specifica posizione nella complicata gerarchia del campo, la relazione con le autorit locali.
Il trionfo della metafisica ci rende questo bisogno di cronaca e meticolosa registrazione sublimato dalla memoria, complice anche il furto dei quaderni di appunti che Limonov ha subto negli ultimi giorni di reclusione. Rubati i dettagli, il compito di cui egli si sente investito (sopportare delle prove ed essere testimone') ci guadagna in passione, estasi, illuminazioni e visioni', o, per dirla breve, in arte.
E molto meglio di quanto possa fare qualsiasi instant book, il libro  un atto d'accusa contro la Russia putiniana: le prigioni sono la vergogna, il dolore, il peccato della Russia, come ribadisce Ulickaja, ma la colonia penale sembra essere solo l'ultimo cerchio di una societ violenta e coercitiva. Limonov osserva che l'organizzazione del campo  modellata su quella dell'esercito, che a sua volta riproduce lo schema padrone-servo e l'arbitrio incontrollato dei tempi della servit della gleba.
La questione non  secondaria o limitata, se si considera che in Russia l'apparato militare ha ancora tanta importanza e spesso funge da modello per l'intera societ civile: non hanno perso attualit i saggi di Anna Politkovskaja sul nonnismo, sull'azione disperata delle madri dei soldati, su vicende strazianti e per lo pi rimosse come quelle del teatro alla Dubrovskaja e di Beslan.
Limonov, che ha definito la Russia intera come un Paese in preda al nonnismo,  pienamente consapevole della portata del proprio atto d'accusa: il bello  che nel Trionfo della metafisica non lo rende esplicito, ma da vero scrittore lo fa emergere dalle pieghe del libro.
Purtroppo, il lager e il carcere sono topoi tipici della letteratura russa moderna fin dalle sue origini. Nei suoi esiti migliori la narrativa concentrazionaria  riuscita a dilatare i propri orizzonti facendo della prigionia una metafora della societ russa e, in alcuni casi, della condizione umana.
A modo suo Eduard Limonov si inserisce in questa tradizione: incominciando dal titolo, ogni sua pagina  un rimando, un atto di ascesi e uno sforzo consapevole di trascendimento. L'esperienza penitenziaria si sublima in un'esperienza di superamento dei limiti, l'ascesi coatta diventa consapevole esercizio di controllo e padronanza di s: lo zek, il recluso asciutto e scarno, diventa un monaco proiettato in una dimensione interiore di libert (da conquistare e difendere ogni giorno). La stentata dieta del campo lo libera del grasso che cola dal comfort e dalla mediocrit.  un nuovo Majakovskij, Limonov, che cammina bello/sessantaduenne'.
Nel libro domina la metafora del convento e il lessico religioso ricorre perfino nel disegno topografico del lager (la Via Dolorosa' che attraversa il campo). Ma questa ascesi, questa esperienza mistica, metafisica, come la definisce l'autore, sar da prendere alla lettera? Sar davvero il faticoso risultato di un percorso di rigorosa disciplina interiore?
Sulle montagne dell'Altaj, nell'avventura che  servita a pretesto alla sua assurda condanna, Limonov era accompagnato da una laconica guida che leggeva Lao-Tzu ed evocava l'antico buddhismo che in quelle lande sperdute si  arricchito di riti e suggestioni sciamaniche. Eduard Veniaminovic ha veramente fatto tesoro di quella sapienza arcana? O siamo in presenza di un'ennesima provocazione, di una liquida dissacrazione pronta a svaporare di fronte a una prossima futura impresa?
In fondo, Limonov l'ha ripetuto a destra e a sinistra: dopo l'emigrazione, il successo letterario e mondano, dopo le imprese da guerrigliero temerario, gli mancava solo di fondare una nuova religione: Se un artista non capisce per tempo che deve dedicarsi a qualcosa di pi elevato di se stesso, come un partito o una religione, allora lo attende un miserabile destino fatto di sbronze, trasmissioni televisive, pettegolezzi, meschine rivalit, e per finire un infarto o un cancro alla prostata, dichiara, come riporta Carrre.
E, dunque, come dovremmo leggere quello stato di estasi che scavalca tempo e spazio e che  messo in moto dalla semplice e monotona pulizia di un acquario?
 uno sberleffo ammiccante o Limonov  stato davvero folgorato da un cortocircuito di tempo ed eterno, detenuto Savenko e Simon Mago, ritmo battente dei Rammstein e mistico Silenzio, banale chiacchiericcio e Pensiero metafisico, prigionia angusta dell'acquario e distese sconfinate della libert pi vertiginosa, Elena capova ed Elena di Troia?
In realt, noi leggiamo e non ci importa affatto quel che  successo davvero: si tratta naturalmente del potere trasfigurante e mitopoietico della scrittura. Al suo tocco magico tutto si trasforma: la memoria e l'invenzione, la biografia e il romanzo, l'uomo e lo scrittore.
Ogni cosa serve a questo scopo: il regime spartano del campo che educa alla rinuncia e al dominio di s, il sogno e la fantasia arricchiti dalle reminiscenze letterarie. Limonov passa molte ore in compagnia di una bambina-Demone dai capelli verdi come una rusalka (Lewis Carroll, ma anche ukovskij, Pukin, Lermontov...) il cui ritratto-puzzle pende da un muro non notato da nessuno. Non si tratta di mere fantasie erotiche, ma della possibilit di non arrendersi al dato nudo e crudo della realt.
Egli descrive benissimo lo spazio limitato e chiuso in cui  costretto. La sua scrittura  un'esplosione di stimoli sensoriali: odori, suoni, ma soprattutto colori (le rose opulente, il giallo dei fabbricati, il nero delle divise, il verde degli alberi) che non riescono a dissimulare lo squallore del campo.
Non  solo con l'estasi e con la propria esperienza metafisica' personale che lo scrittore supera l'angoscia e la mancanza di senso della reclusione. Limonov usa anche la Storia per dilatare il cronotopo claustrofobico dove il destino lo ha cacciato: le steppe di Saratov e il villaggetto vicino al campo portano le tracce di eventi emblematici con cui Limonov si identifica e che ricostruisce per renderli al lettore pieni di senso: Pugacev, simbolo di tutte le ribellioni stroncate da un potere sordo e cieco, e lo starec Filaret che gli consigli di prendere l'identit di Pietro III; il cosacco Platov coinvolto nella folle impresa di conquistare l'India voluta da Paolo I poco prima della morte; l'eroe rivoluzionario Capaev che nel 1917 proprio l cominci a radunare la sua leggendaria divisione che sconfisse l'ammiraglio Kolcak, capo supremo dei Bianchi.
E cos, nel Trionfo della metafisica, storia e attualit, vicenda personale e destino di un popolo, vengono a confluire nella metafisica di una pagina ben scritta, essenziale e, per una volta, quasi senza demagogia.
Per saperne di pi
V.V. Majakovskij, La nuvola in calzoni, trad. it. di R. Faccani, Marsilio, Venezia, 1989.
M.I. Cvetaeva, Il mio Pukin, in L'armadio segreto, trad. it. di G. Ansaldo, Marcos y Marcos, Milano, 1996.
E. Carrre, Limonov, trad. it. di F. Bergamasco, Adelphi, Milano, 2012.
E. Limonov, A. Gyldn, Limonov par Limonov. Conversations avec Axel Gyldn, L'Express, Paris, 2012.
Maria Candida Ghidini
Prefazione dell'autore
Questo libro sarebbe stato diverso se, due giorni prima che mi rimettessero in libert, non mi avessero rubato il quaderno di appunti. Secondo me sarebbe venuto peggio. Ci avrebbe guadagnato in dettagli, ma a scapito di passione, estasi, illuminazioni e visioni. I dettagli avrebbero avuto la meglio. In quel quaderno c'erano i cognomi della maggior parte dei detenuti che hanno sofferto con me, i particolari delle loro storie e della vita in colonia. Oltre alle mie osservazioni conteneva due abbozzi di saggi: l'analisi, secondo me acuta, del romanzo Il lupo della steppa di Herman Hesse; l'altro... non me lo ricordo nemmeno pi.
Il quaderno mi serviva, in fondo  il mio compito, per questo sono stato mandato: per sopportare delle prove ed essere testimone. Ma cosa potevo fare in una situazione del genere? Ho fatto l'unica cosa possibile: l'ho detto a Jurka e Anton. In tre, sotto l'egida autoritaria di Anton, abbiamo passato in rassegna i comodini dei nostri compagni. Il quaderno non l'abbiamo trovato. Di solito un comodino  usato da tre-quattro zek, i detenuti, e dentro si possono tenere, a parte gli accessori per il bagno, soltanto un quaderno, un libro e una penna. L'ispezione  stata rapida. Il codice morale della colonia mi impediva di rivolgermi all'amministrazione con una denuncia di scomparsa: l'avrebbero pagata i detenuti, pur sempre miei fratelli.
Nessuno avrebbe osato prendere il mio libro senza un ordine preciso dell'amministrazione. Questo era chiaro come la luce del sole. Il raggiro, il furto tra zek era un gesto infame tanto nella zona rossa quanto in quella nera. Ma qui c'era stato l'ordine di rubare. Non potevano fare altrimenti, li perdono.
Nel Trionfo della metafisica  presente, accanto al mondo visibile, un altro mondo, parallelo e invisibile. Qui si palesa - e non  la prima volta nelle mie opere, ma mai con una tale ampiezza - un'altra mia caratteristica, il misticismo. C' da sempre, ma soltanto negli ultimi anni il suo battito nascosto si  fatto cos forte. Prima la ignoravo, anche se me ne servivo: il mio libro Diario di un fallito, per esempio,  pieno di intuizioni mistiche.
Nel Trionfo della metafisica la dimensione mistica prevale su quella fisica, l'altro mondo riesce a superare la realt sensibile oppure si mischia a essa, ma  quantitativamente dominante.
L'uomo fugge in un altro mondo se questo non lo soddisfa. Oppure se ha perso per lui il mistero, se ha venduto uno dopo l'altro tutti i suoi segreti. Nel mio caso vale la seconda spiegazione. Quando ho raggiunto la sessantina il mondo visibile mi ha ceduto i suoi misteri. La realt della colonia  vicina al mondo invisibile, quanto Dio al monaco in un freddo eremo tra i monti. Cibo senza grassi, penosi appelli in piedi, come nelle meditazioni pi severe: mattina, giorno, sera. Le sofferenze di un cadenzato calvario lungo la Via Dolorosa. Lavori di fatica per molti, tappe forzate al circolo, occhi infuori per non addormentarsi, vagabondaggi della povera ragione al confine tra sogno e realt, carne infelice e repressa: questo assortimento di prostrazioni monacali  la migliore tecnica di avvicinamento all'invisibile mondo incorporeo. Cos, senza volere, ho sperimentato nella colonia n. 13 estasi e illuminazione.
E. L.

1.

Nelle steppe dell'Oltrevolga, battute dal vento e arroventate dal sole continentale, alla periferia della citt di Engel's, famosa per essere stata per un breve periodo capitale della Repubblica tedesca del Volga, si trova un allegro paesino dai colori vivaci. Ricorda immediatamente un lager dei pionieri. Soltanto il KSP - la fascia sterrata per il rilevamento delle impronte - e le torrette tradiscono la sua appartenenza al GUIN, la direzione centrale penitenziaria. Cos anche l'ubicazione, infilato com' in mezzo a una triste zona industriale, su uno squallido terreno sabbioso circondato dai grigi edifici delle fabbriche: l quel lager colorato  proprio fuori luogo.
All'appello, in piedi davanti a me, di spalle, il piccolo zingaro Vasja Ogly, che si era gi fatto undici anni, chiama il campo di lavoro questo strano paesino del cazzo. E ancora: posto complicato, campo delle meraviglie. In effetti in ogni reparto, circondato da una recinzione blu tenue, ci sono dei roseti spezzati. Le rose dondolano al torrido vento la testolina rosso chiaro, rosa, giallo. Nei cortili dei reparti, che qui chiamano lokalka, svettano alberi pittoreschi, alcuni persino da frutto, e alla base dei tronchi crescono dei fiorellini. Azzurro, rosa, giallo (i muri dei fabbricati nei reparti sono dipinti di giallo) e verde (le chiome degli alberi): ecco la gamma cromatica del nostro campo delle meraviglie, la colonia modello n. 13 a regime normale.
Sull'asfalto quasi bianco, consumato e arso dal sole, nel corso della giornata  un continuo spostarsi di cose e persone, l'incessante brulicare del formicaio umano nei reparti. Io ne faccio parte. Indossiamo vecchie divise nere, tutte identiche, di cotone (la mia ha una striscia chiara orizzontale sul petto e una sulla schiena) e un chep. Dalla qualit della divisa si pu indovinare il posto dell'uomo-formica nella gerarchia del lager. I pi terribili - i kozel, ovvero i caproni' del lager - hanno ovviamente camicie nere di seta, pantaloni neri larghi e chep neri, di lucido satin o lycra. I nostri chep hanno la stessa forma di quelli che portavano i soldati della Legione straniera francese. Lo so perch nella mia vita passata ho trascorso quattordici anni in Francia.
Noi, legionari delle steppe del Volga, sopportiamo il nostro castigo nel campo di lavoro n. 13. I caproni sono i detenuti dell'SDP, la sezione di ordine disciplinare. Sono loro qui che comandano sul serio il campo delle meraviglie. A dirigerlo ci saranno in tutto una cinquantina di ufficiali del GUIN che gestiscono gli zek con abilit. I caproni invece girano con dei quadernetti in cui scrivono tutte le nostre infrazioni, rubacchiano, spiano, origliano. Altri invece, sempre caproni, se ne stanno seduti in garitte di vetro blu sollevate un metro e mezzo da terra chiamate posti di guardia: c' il posto n. 1, n. 2, n. 3 e cos via, da cui sorvegliano attentamente il campo. Decidono se aprire le serrature elettroniche dei cancelli di ogni reparto. Si segnano anche i nostri peccati. Il giovane Egorov si era preso cinque giorni di isolamento perch era uscito dal reparto senza il chep e le scarpe, soltanto in ciabatte, per stendere sul filo del cortile i calzini lavati. Era uscito per un minuto, ma il caprone del posto di guardia n. 3, di fronte al nostro cortile, lo aveva notato. Era stato convocato dal Consiglio del campo e gli avevano dato cinque giorni. Di per s non  una punizione cos terribile, ma la permanenza in isolamento sposta di sei mesi il termine dell'UDO, la libert anticipata su condizionale. Un altro compagno di reparto, il detenuto Sycov, durante il notiziario televisivo, che  obbligatorio vedere, stava seduto con la testa abbassata nella sala del PVO - la sezione di rieducazione politica - e aveva socchiuso gli occhi per un attimo. Un caprone mingherlino era entrato con il suo quaderno e lo aveva sorpreso. Il Consiglio della colonia gli aveva rifilato sei giorni. Lui per non ci ha dato troppo peso, deve scontare fino all'autunno, quando finir la condanna.
Il campo delle meraviglie'  l'istituto di correzione pi frequentato della Federazione Russa. Ci viene ogni sorta di commissione per i diritti dell'uomo, lo visitano i partecipanti alle sedute nazionali dei procuratori, i rappresentanti dell'OSCE (Organization for Security and Co-operation in Europe), del PACE (Parliamentary Assembly of the Council of Europe) e di altre organizzazioni internazionali. Durante le visite di questi ospiti illustri, i pi avventati li nascondono nella zona industriale o di produzione. Li portano cio a lavorare. Gli zek del nostro reparto lavorano nell'officina dove si fabbricano i contatori del gas. I detenuti svolgono il lavoro pi pesante e antipatico: limano e smerigliano le carcasse dei contatori appena colate. In un turno il detenuto deve raggiungere la quota, cio trenta pezzi. Quando gli zek non fanno il loro dovere e non arrivano alla quota, oppure si lasciano sfuggire dei pezzi difettosi per fare pi in fretta, vengono convocati nell'ufficio del responsabile della disciplina, sempre nella zona industriale, e picchiati con dei mazzuoli di legno sul didietro rinsecchito.  chiaro che le botte vengono tenute nascoste, chi  colpito ha paura a parlarne.
Il mio vicino di sinistra (dormiamo nelle brandine di sotto, ci separa uno stretto passaggio; io sono accanto alla parete) era stato picchiato in quel modo alla fine di giugno. Varavkin, quello s che  un cognome vero, biblico: Varavva, il ladrone Barabba. Insieme ad altre decine di zek. Se le  prese cos forte da ammalarsi e gli hanno dato il permesso di rimanere a letto. Questo perch alla fine di giugno avevano preteso che gli zek completassero il programma. Gli mettevano fretta, poveracci, li incalzavano e gridavano quanto fosse importante il programma, la fine del mese, del trimestre e del semestre.
Gli zek terrorizzati, come dei folli, si armavano di lima e tornavano in reparto soltanto verso mezzanotte. Il mattino li rispedivano alla produzione. Alla fine gli addetti al controllo hanno trovato cinquecento carcasse difettose. Gli zek sono stati condotti in fila, ordinatamente, nella stanza del responsabile della disciplina, dove li hanno picchiati con i mazzuoli di legno sul didietro, sulle spalle e sulla schiena. La mattina seguente ho visto che molti si muovevano appena. Varavkin si  ammalato. Non l'ho saputo direttamente da lui, me lo ha detto un altro che non avevano picchiato. Eh gi, l'OSCE e le teste d'uovo del PACE, gli olandesi che somigliano a delle assi di legno, o gli svizzeri bucherellati come il loro formaggio, cincischiano nei roseti, negli acquari del PVO, sulle tavolette bianche dei bagni, e non si rendono conto che dietro tutto questo ci sono il sangue e le sofferenze dei detenuti. La nostra malattia... I russi hanno sempre saputo fregare gli stranieri, Potemkin e i suoi villaggi di cartapesta avevano ingannato la tedesca Caterina, i bolscevichi lo avevano fatto con gli intellettuali europei: Romain Rolland, Feuchtwanger, Wells. Se non mi dai il pane da mangiare, almeno lo straniero fammi fregare.

2.

Arrivai nel campo delle meraviglie il 15 maggio. Durante il viaggio, nel cellulare regnava una cupa tristezza. Il 13 non  famoso soltanto tra gli attivisti dei diritti umani presi in giro e i signori dell'OSCE, incantati dalla piantumazione di roseti nelle steppe del Volga, ma anche tra gli zek che di bocca in bocca raccontano la verit sul rovescio della medaglia di questo Inferno modello. L'Euro-Gulag. Ci sono stati casi di zek che, per non finirci dentro, si sono fatti a fettine, tagliandosi le vene. Io di mio lo sapevo gi che mi avrebbero mandato al 13, nel campo delle meraviglie, sapevo che era inevitabile. Per questo ero preoccupato quanto deve esserlo uno zek che viene trasferito da un istituto carcerario a un altro. Come sar il trattamento? E i miei nuovi compagni? Come si comporteranno con me? Dell'amministrazione non mi preoccupavo molto in quanto, a giudicare dai precedenti istituti carcerari, dalle tre prigioni in cui sono stato, le amministrazioni mi riservavano immancabilmente un'attenzione carica di tensione. Non mi concedevano privilegi, ma temendo le grane sempre in agguato nelle amministrazioni in cui un detenuto famoso sconta la condanna, cercavano di comportarsi correttamente. Non per simpatia nei miei confronti o per amore della legge, ma per paura che ai capi, e ai capi dei capi, i soprusi non piacessero. Un altro fattore: di me parlavano abbondantemente i mass media e la loro attenzione si  rivelata una difesa ancora migliore. La paura di perdere il posto e precipitare dall'apice della carriera cos faticosamente raggiunto ha fatto s che panciuti cinquantenni con le mostrine, di solito da colonnello, non mi abbiano tartassato.
Per questo viaggiavo tranquillo, incoraggiato anche dalla condanna ricevuta il 15 aprile, per nulla pesante - quattro anni appena -, quando il procuratore ne aveva chiesti quattordici.
Te li farai tutti? mi ha domandato salutandomi Vasil'ic, un vecchio capitano spelacchiato del terzo edificio della Centrale di Saratov.
Sar uno scherzo ho risposto allegro.
Sar uno scherzo, li farai a occhi chiusi ha confermato Vasil'ic con altrettanta allegria.
Al terzo smistavano a destra e a manca gli ergastolani, quelli a cui avevano rifilato vent'anni o cinque! Vedevo condannati soddisfatti di essersi beccati ventidue anni o tredici! In pi nel cellulare che arrivava da Saratov avevano viaggiato con me dei compagni diretti al vicino campo di lavoro a regime duro n. 2. E quelli non li invidiavo affatto, perch ero rimasto nel SIZO n. 2 - il carcere giudiziario del campo - a dicembre. Di mattina, sotto un cielo scuro, cantavano canzoni a squarciagola, sbattendo i tacchi come nei campi di concentramento nazisti. E alle sei urlavano: Grazie alla ginnastica la salute  fantastica!
Non  malaccio arrivare nel campo a maggio. Fa caldo. E prima che arrivi il freddo fai in tempo ad ambientarti.
Siamo saltati gi dal cellulare con le sacche e ci siamo ritrovati su una grande piazza inondata dal sole. Ci hanno ordinato di metterci in fila con le sacche ai piedi e di rimanere fermi.
Non vedevo cos tanta luce da quel giorno di giugno dell'anno prima in cui ci avevano fatto atterrare, noi accusati del processo n. 171, nell'aeroporto militare della citt di Engel's, non lontanissimo da qui, in quelle stesse steppe del Volga. Nelle prigioni di solito c' poca luce e non c' mai spazio. Il sole qui ci bruciava.
Quel giorno era di nuovo uscito per fare il suo dovere, come sempre, come duecentotrenta anni prima. Allora, duecentotrenta anni fa, il sole delle steppe guardava il cavallo, il cappello, la barba, gli stivali gialli e il caffetano azzurro di Pugacev, le file di cavalieri ribelli, baschiri e calmucchi, e i cosacchi dello Jaik. Gi da tempo lo Jaik si chiama fiume Ural. La cittadina, Jaickij gorodok, non  lontana da qui, sta oltre il confine con il Kazakistan, e si chiama Ural'sk. Il Kazakistan, pensavo io, ha ricevuto questa e altre immense terre russe gratis, nel 1991, approfittando del tradimento di Eltsin.
La cosa interessante  che in quei luoghi, un po' pi a nord della regione di Saratov, c' una citt di nome Pugacev. Un tempo si chiamava Mecetnaja Sloboda... Il destino ha voluto che mi muovessero l'accusa di aver creato una banda armata illegale allo scopo di strappare al Kazakistan la regione orientale... A Mecetnaja Sloboda il metropolita scismatico Filaret Semenov raccont al cosacco in fuga Pugacev del soldato fuggiasco Bogomolov, chiamato Pietro III, e di Jaickij...
Savenko! una voce si  alzata. Savenko! Cosa fai, dormi?
Mi sono diretto verso il gruppo di soldati. Mi sono fermato. Eduard Veniaminovic, classe 1943, condannato il 15 aprile 2003 a quattro anni. Inizio del periodo di detenzione: 7 aprile 2001; fine del periodo di detenzione: 7 aprile 2005 ho ripetuto a macchinetta.
Hai lamentele riguardo al convoglio?
No dissi. Ho notato che tra di loro c'era un militare con la barba bianca. Chiaramente un dottore. E infatti dopo ne ho avuto la conferma.
Mi guardavano con indifferenza, come se fossi un semplice zek. Fingevano. Sapevano del processo e di quanto fossi popolare. Avevano in fondo agli occhi la curiosit degli ufficiali penitenziari. Ho deciso di dire che ero soddisfatto della sentenza e che avevo intenzione di stare tranquillo. Non avrei creato problemi.
Non si  riconosciuto colpevole ha ribattuto uno di loro.
No, non l'ho fatto, ma non abbiamo contestato la sentenza.
Si alzi e rimanga sul posto hanno replicato.
Mi sono alzato e sono rimasto dov'ero.
Poi ci hanno portato alle docce, dove ci hanno frugato con cattiveria, dopo averci spogliato; per farci abbassare la cresta, se a qualcuno fosse rimasta dopo la prigione. Ci mandavano in blocchi in uno dei locali delle docce, dove gli ufficiali stavano seduti sulle sedie vicino al muro. All'inizio ci hanno tolto la biancheria come fosse la buccia di una cipolla e poi, dopo averci permesso di tirar su le mutande, ci hanno ordinato di rovesciare sul pavimento il contenuto delle sacche. Noi, nudi, accovacciati, loro, vestiti, sulle sedie. Umiliante come ad Auschwitz. Non si pu, non  permesso, smozzicavano appena gli ufficiali, scambiandosi battutine su di noi. Il maglione dolcevita non  permesso - potresti infilare oggetti proibiti nel risvolto - sono ammessi soltanto vestiti neri (a me  andata bene, anche in libert vestivo solo di nero), niente abiti con scritte, disegni o simboli. Hanno requisito subito il mio tulup bisunto, il cappello da sci e molti altri oggetti terribilmente utili. Quasi tutto era vietato.
Voglio lasciare queste cose al deposito. Quando sar libero mi serviranno ho detto, indicando i miei amati vestiti non ammessi.
Te li porteranno i parenti ha risposto laconico l'ufficiale. Ne hai prima di tornare in libert... Sei appena entrato... Il deposito non ce l'abbiamo. Per la custodia bisogna pagare.
Sono disposto a pagare per la custodia ho ribattuto.
Meno male che Sanja Bykov, l'anziano della nostra cella n. 156 del terzo edificio della Centrale di Saratov era con me mentre davano le disposizioni. Grazie a Sanja tutte le mie cose sono state conservate e non mi hanno chiesto nemmeno un rublo per tenerle. Il deposito l'avevano, l'ufficiale mentiva per abitudine.  stato Sanja a istruirmi su tutte queste sottigliezze, era gi alla sesta condanna. Grazie, Sanja! Che la detenzione non ti sia troppo dura!
Dopo il fiasco con i miei averi l'ufficiale ha deciso di prendersi la rivincita.
Dovrai tagliarti la barba ha detto.
Va bene ho risposto. Posso farlo adesso?
S.
Ho preso il rasoio elettrico da quel bestione dell'addetto ai servizi, seduto in un angolo a fare la barba agli zek, e in mutande davanti allo specchio mi sono raso in un paio di mosse. Mi sono pure ferito il labbro.
Ma non cos ha commentato il mio' ufficiale. Poteva farlo dopo in bagno.
Si aspettavano che mi sarei impuntato. Invece avevo gi deciso di eliminare subito quell'ostacolo e non dare pretesti per farmi il mazzo. Avevo trascorso con la barba due anni in tre prigioni, dove in teoria non  ammessa, ero l'unico carcerato tra i seimila zek della Centrale di Saratov con i capelli lunghi e la barba. Avevo deciso di cautelarmi. Mi ero tagliato i capelli gi il 16 aprile, il giorno dopo la sentenza. Ora eliminavo anche la barba. E con questo li spiazzavo. Qui se rifiutavo di radermi potevo andare nella cella di rigore. Io invece avevo fretta di tornare a casa, al Partito.

3.

Giornata calda. Rose calde. Vento caldo. Cielo spalancato e torrido. Noi - otto zek dalla quarantena -, lo zavchoz Savel'ev - uno dei boss della colonia -, il brigadiere Surok, il sorvegliante notturno Sorokin, Melent'ev, che  in attesa di essere trasferito alla zona 33, sbattiamo gli stivali sull'asfalto consumato. Lo facciamo soltanto noi, i superiori vanno al passo di strada. Marciamo verso il refettorio. A passo cadenzato. Come marciate? grida di colpo Soroka (cio Sorokin). Passo!
Sappiamo gi che all'urlo Passo! bisogna battere i piedi all'unisono, piegando la gamba all'altezza del ginocchio e lasciandola andare con tutte le forze sull'asfalto, tanto da far alzare la polvere.
Passo! Passo! urla Soroka.
Sfiliamo davanti ai reparti, tutto il popolo della colonia oltre i recinti sgrana gli occhi verso di noi. So che  per causa mia, la mosca bianca. E comunque i nuovi arrivati si guardano sempre con attenzione, metti che  entrato' un conoscente o un vicino. Cammino nella seconda fila, nella prima sono in cinque, mentre noi siamo soltanto tre: io, Ejsner, che sar alto un metro e mezzo al massimo, e l'ombroso Melent'ev. Per forza ha quell'aria,  dentro da dodici anni, ne ha quindici da scontare. Pi avanti mi sarebbe tornato in mente ogni giorno, mentre sto in piedi durante l'appello, dietro al suo compare Vasja Ogly. Ma questo per ora non lo so, Vasja Ogly sarebbe entrato nella mia vita soltanto una settimana dopo.
All'edificio dei sorveglianti operativi giriamo a sinistra. Alla curva Ejsner a momenti cade.
Ejsner! Cos', le gambe non ti reggono? urla Soroka. Passo!
Ejsner ha passato la quarantina, ma la vita ha scavato cos tanto in questo discendente di un colono tedesco che ne dimostra sessanta. E poi per lui probabilmente  pi difficile, con il suo metro e mezzo di altezza.
Vicino al refettorio file di persone sono in attesa del turno per entrare. Un reparto alla volta. Tutti schierati, in cinque per riga. Fermi immobili tra due roseti. Arriva un ufficiale con una lavagnetta in mano e conta gli zek di ogni fila. Dal refettorio gli zek escono in ordine sparso, pieni di kaa fino agli occhi, si calcano i chep sulle zucche rasate, si mettono in riga. Il reparto davanti a noi si dispone in fila per uno e striscia come un verme nel ventre del refettorio. Il nostro massiccio boss, Igor' Savel'ev, si toglie il chep e si mette davanti. Ci fa segno.
A sinistra, uno per volta! grida Soroka.
Ci trasciniamo dentro il refettorio. Una potente ondata di suoni ci saluta. Rammstein! Storpiati, bolliti, ma pur sempre quei potenti nazisti dei Rammstein. Una musica cos dovrebbe essere proibita nella colonia pi rossa della Federazione Russa e invece no. Come in discoteca, dai grandi amplificatori neri la musica della rivolta reazionaria pulsa come un cuore muscoloso che si stringe e si allarga. Il parallelepipedo del capannone (noi entriamo dal lato lungo)  fatto in modo che alla destra del lato corto, sullo sfondo di betulle allucinate che si sdoppiano e di un prato verde psichedelico, stanno gli amplificatori. A sinistra, sulla parete, ci sono gli sportelli per far passare il cibo e riconsegnare i piatti. Il resto dello spazio  occupato da file di tavoli di ferro - da dieci persone - e da panche. Il refettorio contiene ottocento torvi delinquenti dalle facce scure e dalle teste rasate, curvi sulle scodelle. Su ogni tavolo ci sono due pentoloni, uno con la zuppa bollente e l'altro con la kaa. Pane. Le scodelle le mette il Padrone. Le tazze e i cucchiai sono personali.
Tutte insieme, all'unisono, le teste si abbassano, i cucchiai si muovono nella zuppa. Schiena contro schiena, ottocento nuche rasate. Sopra di noi, dalle finestre in alto del capannone filtra la luce abbagliante delle steppe del Volga. Il capannone  alto, di spazio l sopra ce n' fino all'infinito. E i Rammstein.
Ci sediamo. Le guardie hanno gi messo i pentoloni al nostro tavolo.
Versa, Ejsner, cosa dormi! urla Soroka. Di sicuro Ejsner non gli  indifferente.
Ehi, uzbeko, aiutalo. Passagli le scodelle, stronzo! grida Surok.
Surok  alla seconda condanna e ha gli occhi neri e febbrili del maniaco. Soroka  dentro per un omicidio efferato e di tanto in tanto, quando vuol mettere paura, ce lo ricorda.
Sono un pervertito! ha detto ieri durante l'appello. Ve ne combino una... ci ha promesso.
Le ondate di musica germanica incitano tutti i ragazzi ad alzarsi, drizzare la schiena e fare una rivolta; fuggire dalla colonia e riempire la citt di Engel's di vendetta, disperazione, distruzione e violenza. Invece mastichiamo soltanto zuppa e kaa. Nel brodo di quella musica per abbiamo davvero l'aria pericolosa. E in fondo lo siamo. Tutti abbiamo attentato alla vita o alle propriet di qualcuno. Gli ottocento che ora sono nel refettorio e i cinquecento che aspettano il loro turno dopo di noi. Vestiti di nero, abbottonati fino al collo, grondanti di sudore perch fuori ci sono trenta gradi e dentro sessanta. Con le finestre chiuse. Non le aprono mai. Le ondate di musica germanica picchiano in testa, sulla fronte, sul petto dei criminali russi. Non siamo gente che scherza, siamo gli eredi di Razin, di Pugacev e di Lenin... Facciamo sul serio.
Tintinnano i cucchiai, le scodelle e i pentoloni. I reclusi addetti ai tavoli', cio i sorveglianti del refettorio, corrono con i piatti vuoti. I reparti si alzano ed escono. Entrano le altre centinaia di tetri legionari delle steppe del Volga. E qualche ufficiale in cachi, una decina, non di pi. In effetti il loro potere si regge sui caproni, sui detenuti che collaborano con l'amministrazione. I Rammstein invitano alla giusta ribellione, non importa distinguere le parole in tedesco storpiate dallo stereo del campo, basta il ritmo delle onde sonore e il lugubre rumore che si spande in un crescendo. Una rivolta insensata e implacabile: ecco cosa vogliamo. Assalire la citt di Engel's, prendere i bar, le case, le stazioni di polizia, trascinare lontano le ragazze eccitate, strappandocele a vicenda. Rammstein. La rivolta bianca. Razin, Pugacev, Lenin. Bravo Lenin, fanculo allo zar e al governo. Rammstein. Rivoluzione. Rammstein. Ci servono donne che scottano.
La zuppa era di piselli. Condita con qualcosa di paurosamente grasso. Qualche pezzo di grasso di maiale forse. La colonia n. 13 ha il suo allevamento di suini, ci mandano a lavorare quelli che l'hanno combinata grossa. Stanno in piedi, immersi fino al ginocchio nella merda tossica di maiale, a pulire i loro trogoli. La carne va agli ufficiali, le ossa ai cani e a noi il grasso gelatinoso. La kaa  di orzo.  colpa sua se poi la pancia si gonfia. Il pane non  ben cotto, giallastro. Qui non muori, ma il cibo  senza vitamine. Abbiamo tutti il viso smunto, asciutto. Il grasso gelatinoso non funziona. Non s'attacca.
Fuori! comanda Soroka.
Ci alziamo. L'uzbeko (anche se il ragazzino  tagico), il moldavo, l'ucraino, Prokof'ev, Sorokin - un omonimo di Soroka -, Ejsner, Melent'ev e io. I superiori ci circondano: Savel'ev, Surok, Soroka...
Avanti, marsh!
Gli undici si muovono. Al passo. Davanti: Ges Cristo. Alle spalle, ovattati, pompano i Rammstein.

4.

A differenza dei reparti comuni la nostra quarantena non  circondata da un recinto a traliccio, ma da fogli laminati continui e altissimi; dal cortile della quarantena non si vede niente. Siamo isolati dalla colonia, dalle finestre del primo piano ci raggiungono soltanto le bestemmie dei sieropositivi. Perch anche i sieropositivi se ne stanno isolati al loro primo piano. Il recinto  verde brillante, ci sono cinque alberi le cui foglie si mescolano agli spuntoni della rete metallica. Vicino al recinto c' la prigione del campo: il PKT, il locale per la segregazione cellulare. Ci vivono i recidivi. Non sappiamo nemmeno chi sono, nessuno li vede. Le maschere di ferro. Quando il primo giorno sono capitato nel cortile della quarantena mi  sembrato il Paradiso. Per la prima volta in pi di due anni il sole mi si posava sulla faccia. Gli uccellini cantavano, oh! Tuttavia il Paradiso ha tirato fuori delle quinte cos tetre, delle ossa nel giro della ruota cos lorde di sangue! Quando siamo tornati dal refettorio sono spuntati due ufficiali disciplinari. Erano venuti per istruirci. Ecco che cosa  successo.
Ci hanno messo in fila lungo la parete del corridoio, spiegandoci che ogni giorno uno di noi - si andava secondo l'elenco - avrebbe sorvegliato la quarantena. L'incarico comprendeva, oltre a indossare sulla manica la fascia rossa del sorvegliante, di stare vicino al mobiletto con il telefono e la radio del campo sempre accesa. Ci hanno spiegato come agire in caso di incendio e come salutare un ufficiale che entrava. Bisognava recitare il seguente copione: Salve, cittadino direttore! Nella lista della quarantena figurano tot persone. Di queste (per ipotesi) una  nello IZO (isolatore disciplinare), una nel KDS (stanza visite) e tot stanno lavorando nel territorio della quarantena secondo l'orario stabilito. Il sorvegliante della quarantena  il tal dei tali. Quindi gli ufficiali sono entrati chiss perch nel cesso e il primo di noi, il pi alto, un ucraino, ha indossato la fascia e una volta raggiunta la porta del bagno, ha bussato. Posso entrare? ha chiesto, come gli avevano appena insegnato.  entrato, chiudendosi la porta alle spalle. Dopo un po'  spuntato fuori, tutto rosso e agitato, e senza guardare il vicino gli ha passato in fretta la fascia. Quando  arrivato il mio turno ho capito perch tornavano cos sorpresi.
Ho bussato. Posso entrare? Sono entrato, ho ripetuto la tiritera con qualche difficolt, ma anche con zelo, rivolto verso di loro. Quando ho finito hanno annuito.
Ora lo vedi quel secchio? mi ha chiesto il capitano.
Lo vedevo.
Prendi lo straccio e pulisci il cesso! mi ha ordinato.
In quel preciso istante ho capito perch tutti uscissero da l fuori di s, cambiati. Vabb che non siamo ladri nella legge, ma l'orgoglio ce l'abbiamo tutti. Vaffanculo, capitano, ho pensato, mi ingoio anche l'orgoglio pur di tornare in libert con l'UDO. Mentre il processo andava avanti avevo gi scontato met della pena. Ho preso lo straccio e l'ho passato per il cesso. Era bianco come la neve perch la mattina Ejsner e il moldavo l'avevano pulito. Anche le quattro tazze erano bianche come la neve.
Ora con l'altra mano ha ordinato il capitano.
Vaffanculo, capitano, a te e ai figli tuoi, mi sono incazzato.  per queste cazzate che poi succedono le rivolte popolari. Nel 1772 un ufficiale tolse a Pugacev il carro, il cavallo e i soldi. Poi in alcune lettere incantevoli Pugacev si mise a scrivere che bisognava ammazzare capitani e maggiori. Ho preso lo straccio con la mano sinistra e l'ho passato nel cesso.
Basta cos ha detto il capitano. Puoi andare.
Sono uscito e ho dato la fascia a Ejsner. Quando  tornato aveva delle chiazze rosse in faccia. Poi hanno chiamato di nuovo l'ucraino e si sentiva che lo stavano picchiando. Evidentemente la prima volta si era rifiutato di pulire. Per ciascuno  una questione privata. Quando Bakunin si stanc di stare rinchiuso nella fortezza scrisse allo zar una lettera di pentimento. E lo mandarono ai lavori forzati in Siberia da cui riusc a scappare. Arriv in Giappone navigando il fiume Amur, da l si precipit in America e poi a Londra per continuare a fomentare ovunque la rivoluzione. Se Bakunin fosse stato un uomo di princpi col cavolo che si sarebbe liberato. Sarebbe marcito in quel rivellino. Che nome poetico, rivellino'.
Allora? mi ha chiesto con un sorriso il massiccio Igor' Savel'ev dopo che gli ufficiali se ne erano andati.
Tutto ok ho risposto.
 tutto chiaro? ha domandato Surkov.
Tutto chiaro ho detto.
Hai fatto bene mi ha spiegato Savel'ev. Col cazzo che ci finisci nello IZO.
E gi ho replicato. Non sono mica un ladro nella legge...
Qui da noi i ladri non ci sono. Manco nella regione li trovi. Li hanno portati tutti oltre il semaforo, cio oltre i confini della regione ha specificato Surok.
E se anche si facevano vedere, li mettevamo in ginocchio. Sei appena entrato, non sai ancora niente disse Savel'ev. Guarda un po' che ce n' uno. Ha indicato la tabella dietro di me. Nella colonna dello IZO c'era un cognome georgiano. Appena  entrato ce l'hanno subito buttato dentro. Il suo nome  segnato da due mesi...
Nella squadra lavoravano in tre. Meglio di cos non potevano trattarmi. Gli avevano detto che ero una persona importante, avevano visto il mio libro su Anatolij Bykov, di me si parlava in televisione, alla radio, sui giornali. Per questo Savel'ev mi ha dato del t con i cioccolatini, offrendomi dei dolci dalla sua riserva. Quelli arrivati con me invece li trattavano con disprezzo, come gli schiavi. Facevano un'eccezione per il pittore, Prokof'ev, anche se era pi in basso nella scala. Io e Igor', seduti sulla panchina, chiacchieravamo del pi e del meno, mentre gli altri lavavano il cortile di cemento armato.
A che cazzo serve lavarlo? A niente, ovviamente. Ma d'inverno li costringevano ad asciugare la neve, raccogliendola nelle coperte. Lo facevano dopo pranzo, mentre prima di mangiare li dividevano in squadre di lavoro - all'inizio Soroka e poi Surok - che dovevano sfregare con le saponette i pavimenti dei cessi, dei dormitori e dei corridoi e poi risciacquare con l'acqua. Bisognava sfregare fino a far venire la schiuma. Poi strofinare con lo spazzolone. Le pulizie si ripetevano ogni giorno. Non c'era alcun bisogno di un tale livello di igiene (tutte le superfici orizzontali venivano spolverate a mano). Era un addestramento. Si chiamava piccola quarantena e aveva lo scopo di piegare lo zek. La piccola quarantena durava circa una settimana o dieci giorni. Una volta esisteva la grande quarantena che poteva durare fino a sei mesi, finch non abbassavi la testa o non ti spaccavano la faccia. Da non molto una qualche legge o norma del GUIN (c' un codice speciale del GUIN, io non l'ho mai visto) ha abolito la grande quarantena. Tuttavia i grandi maestri dell'Imbroglio dell'UIN, la direzione penitenziaria, di fatto non si sono uniformati alla novit. Adesso, dopo la piccola quarantena, non spostano gli zek nei reparti, ma in una squadra di trasferimento, sotto il controllo del reparto n. 16, dove li menano ancora pi di prima. Tra un paio di settimane sarei finito per un breve periodo nel 16 e avrei visto il piccolo Ejsner sempre pi debole, l'ucraino, il moldavo e Luk'janov, il mio ex compagno della cella 156 del terzo edificio. E sarei stato testimone dei tormenti e delle violenze nei loro confronti. Eccoti la piccola quarantena. In Russia il potere mente in modo spudorato e con disinvoltura. In realt siamo un Paese orrendo. Uno Stato bigotto e una Chiesa asservita da far vomitare ci sono valsi il nomignolo di Santa Rus'. Sarebbe pi azzeccato quello di Satanica Rus'.

5.

Quando Savel'ev esce, lo ammazzano. Ne hanno gi fatti fuori tre di boss mi sussurra Melent'ev.
Crepuscolo. Melent'ev fuma. Facciamo una passeggiata nel cortile prima della ritirata. Melent'ev ha uno status particolare, ha scontato gran parte della pena - undici anni e passa - nella colonia n. 33 che non  nera, ma nemmeno rossa; ha una buona fama la 33, ci si pu stare. Poi i nemici hanno trafficato tanto che lo hanno spedito qui.  testardo e freddo, non si  permesso di cedere, non fa un passo fuori dalla quarantena e aspetta un nuovo trasferimento alla 33. Come molti di quelli che si fanno pi di dieci anni, ricorda il frammento di un esplosivo: fisico secco, asciutto, con il nasone. Un concentrato spaventoso di energia. Non sia mai che qualcuno lo azioni, esploderebbe e allora, occhio alla testa! Vi farebbe a pezzi. La sofferenza repressa  molto pericolosa. Melent'ev mi ha tenuto sott'occhio per qualche giorno. Poi si  avvicinato e mi ha dato una caramella. Una di quelle classiche, con l'involucro. Sapendo che i primi giorni ai nuovi arrivati non basta lo zucchero (i pacchi non li hanno ancora ricevuti), si rende conto che  un regalo prezioso.
Chi lo ammazza? chiedo stupidamente. Sono un esperto della vita carceraria, mi sono fatto tre prigioni, ma nella colonia sono un pivello, anche se ho sessant'anni. Dentro, comunque, sei un pivello anche a settanta. Lo rimani fino alla fine dei tuoi giorni.
Chi ne ha bisogno risponde evasivo Melent'ev. Se sapessi cosa combinano qui. Questi in tua presenza sembrano tanto tranquilli, Savel'ev, Surok... per riempiono la gente di botte. Sono stati messi qui per questo, per piegare le persone.
E cosa fanno?
Qualunque roba dice Melent'ev. Picchiano, ammazzano, violentano pure, se lo ordina il Padrone. Hanno le mani luride di sangue. Lo sai che quando viene liberato un boss lo nascondono nell'immondizia o nel furgone del pane e lo portano fuori? Cos i creditori in libert non sono l ad aspettarlo. Prima succedeva... Una volta ne hanno fatto fuori uno a un chilometro dal campo. Ammazzeranno pure Igor'... Molti ce l'hanno con lui, stanno affilando i coltelli. Che ti ha detto oggi?
Che sta per uscire e sta cercando dove investire i soldi. Ha un gruzzoletto. Si  informato su Bykov, gli ho regalato il mio libro.
Toh, dei soldi si preoccupa! Farebbe meglio a pensare a dove tagliare la corda. Melent'ev fa un tiro. Che poi, dove vuoi che se ne scappi, tanto alla fine lo beccano...
Soroka esce per fumare e interrompiamo la conversazione. Soroka  alto, robusto, ha i tratti decisi, il corpo ben fatto. Savel'ev  il classico siberiano: grosso, lineamenti marcati, gambe lunghe. Surok  pi piccolino, ma anche lui  ben messo, ha gli occhi neri,  allegro come un brigante zigano, gli piace parlare per indovinelli ambigui. Ecco la compatta squadra degli oppressori. Intelligenti, colti, con lunghe condanne. Di norma recidivi.
Soroka fa il sorvegliante notturno. Si corica dopo mezzogiorno, dorme fino alle otto e monta verso l'ora della ritirata. Di norma urla come un matto Ritirata! e alle 5,45 Sveglia! Durante la notte se ne sta seduto nel nostro bel cucinino, legge, scrive delle lettere, ascolta la radio. Ci controllano un paio di volte a notte, lui si unisce alla scorta e ci conta. Quelli con l'etichetta rossa, cio gli inclini all'evasione', vengono perquisiti per bene. Ci vietano di coprirci la faccia mentre dormiamo. Ti possono svegliare con un pugno nelle reni. Soroka  il pi cattivo e odioso della squadra, Savel'ev e Surok sembrano pi morbidi.
La quarantena  gestita dal direttore del reparto, il capitano Evstaf'ev.  anche lo psichiatra capo della colonia. In realt  Savel'ev che comanda, il capitano l'ho visto soltanto il terzo giorno.  arrivato e si  messo sulla porta del suo studiolo vuoto, chiamandoci in ordine alfabetico. Io sono entrato dopo l'ucraino. Il capitano era un bel tipo, con la faccia da Kinder sorpresa', aveva cio i tratti da bambino e la parte superiore della montatura degli occhiali dorata. Un berretto enorme ingombrava il tavolo. Sopra c'era una camicia con le mostrine. Aveva pochi denti e la schiumetta della saliva che spuntava all'angolo della bocca. C' una categoria di persone con la saliva alla bocca, e non sono per niente piacevoli. Ma ormai ho eliminato le categorie di giudizio. Pensavo solo a come avrei potuto sfruttarlo. Melent'ev mi disse che il caporeparto si d un gran da fare, fa ricerche, va avanti e indietro con i suoi documenti, rompe l'anima a tutti. Igor' Savel'ev ha detto che  un professore associato.
Il capitano mi ha fatto un po' di storie per la mia posizione contraddittoria, perch non ho contestato la sentenza, ma allo stesso tempo non mi sono riconosciuto colpevole. Come si  venuto a sapere dopo, da buon professionista, ci aveva visto un guaio. In seguito anche il procuratore di Engel's l'avrebbe fatto presente, confermando che non sarei dovuto essere liberato su condizionale, in quanto non avevo ammesso la colpevolezza e non mi ero pentito del fatto compiuto. Durante il colloquio il capitano ha appurato che conoscevo due lingue straniere. Il giorno successivo mi ha portato un questionario stampato che gli era stato chiesto di compilare per partecipare a un seminario internazionale in Italia. Era in inglese. Su richiesta gli ho tradotto al momento i punti che non gli erano chiari e, battendo il ferro finch era caldo, gli ho offerto il mio aiuto: le mie conoscenze linguistiche, oltre a una mano per condurre qualsiasi interrogatorio o test tra i detenuti. Evstaf'ev mi ha comunicato che per questo bisognava aspettare, perch mi avrebbero presto trasferito in un altro reparto, nel sei o nel nove, dove tengono gli invalidi e i pensionati.
Nel frattempo continuavano ad addestrarci e a prepararci alla vita del campo. Come tutto il resto della colonia scattavamo in piedi alle 5,45, al grido selvaggio - Sveglia! - di Soroka e Savel'ev (di solito Surok a quell'ora era in bagno). A seconda delle preferenze di chi gridava, a Sveglia si aggiungeva un insulto come Rotti in culo! o un appellativo simile. La mia branda era in basso ed era la pi vicina al cucinino e alla porta del dormitorio. Soroka aveva l'abitudine di stare in piedi sopra di me, appoggiando gli avambracci alla branda di sopra e mettendosi l'orologio davanti agli occhi. Se ne stava cos qualche minuto prima di gridare Sveglia!
Saltavamo su, piegavamo le coperte e le lenzuola in modo tale che quest'ultime formassero due strisce parallele con in mezzo quella della coperta. Il cuscino sprimacciato coronava la composizione. Ero pi in gamba degli altri nel piegare le lenzuola e infatti correvo per primo al cesso, pisciavo nello scolo lungo la parete, mi spostavo verso il lavandino e, infilandomi le scarpe al posto delle ciabatte, mi calcavo in testa il chep e andavo fuori in cortile. Restavano pochi minuti prima della ginnastica. Mentre tutta la colonia faceva gli esercizi insieme, una volta usciti dai reparti nello spiazzo del campo, noi della quarantena, cos come i sieropositivi, li facevamo nei nostri cortiletti nascosti dietro il recinto di ferro. La radio del campo smozzicava le parole ovattate degli esercizi, incisi una volta per sempre un paio di decenni prima, e poi doppiati da Surok. Che ora ci stava davanti, in piedi, nel cortile. Sopra di lui, sugli alberi, cantavano gli uccellini. Abbassatevi. Un due, un due! E ripetevamo gli altri semplici movimenti del corpo. Dopo la ginnastica avevamo ancora del tempo prima della colazione nel refettorio, di solito pochissimo. In quei minuti nei reparti normali gli zek si ammassavano con le tazze, i bicchieri e i bollitori vicino alle prese. Preparavano in fretta il t e lo trangugiavano. A noi della quarantena hanno iniziato a dare il permesso di prepararci il t solo una settimana pi tardi, e per giunta di sera. Marciavamo dal refettorio e ci disponevamo in ordine nel cortile - cinque nella prima fila, tre nella seconda - stando immobili durante l'appello. Di mattina faceva ancora frescolino.
Solitamente comparivano presto per l'appello. Gli ufficiali infatti iniziavano da noi il giro della colonia. Ne arrivavano un paio, Savel'ev usciva e allungava a uno dei due i nostri cartellini personali. L'ufficiale ci chiamava per cognome. Chi veniva chiamato faceva un passo avanti, diceva il nome e il patronimico, il periodo di detenzione, l'inizio e la fine della condanna e si risistemava tra i compagni gi un passo avanti. Poi l'ufficiale diceva qualcosa al boss, a Soroka o a Surok. Entravano per un secondo nel nostro edificio, mettevano un segno sul registro e, dopo aver schiacciato il bottone (il caprone di turno, seduto non distante nel suo bugigattolo, gli apriva da fuori le porte), si allontanavano. Noi invece eravamo obbligati a stare ancora l. Fino alla fine dell'appello in tutta la colonia. Poteva durare anche un'ora buona. L'operazione, cio l'attesa in piedi, poteva prolungarsi pi a lungo nel caso in cui gli ufficiali non riuscivano a trovare uno zek e d'un tratto non tornavano i conti. Cos tutta la colonia stava in piedi, dondolandosi, senza avere una via d'uscita, finch non si sentiva il rantolo della radio che ci salvava: L'appello  terminato. Gli appelli della giornata sono tre. Nei campi a regime severo ne fanno quattro.
Una volta finita la ginnastica mattutina, nel campo si diffondevano i suoni di un'orchestra di musica sacra. I reparti portavano la gente fuori, al lavoro, nella zona industriale. In seguito avrei osservato questa celebrazione di massa all'aria aperta. Allora, dalla quarantena, la sentivo soltanto.
Dopo l'appello, dato che dalla quarantena non portavano al lavoro, iniziavano le pulizie. Sfregavamo con le mani tutte le superfici orizzontali, facevamo la schiuma con le saponette con cui passavamo i pavimenti... L'umiliazione, l'offesa e il crollo della forza di volont: ecco lo scopo di quelle occupazioni. Mentre scrivo queste righe, nelle steppe dell'Oltrevolga stanno ancora facendo la schiuma con il sapone. A proposito, gli zek utilizzano le proprie saponette. Una volta un ufficiale  entrato e annusando con aria scontenta ha chiesto:
Con cosa lavate il pavimento?
Con il sapone ha risposto il moldavo.
Quale?
Be', il sapone ...
 da bucato, razza di cani! Pulite da capo come si deve, con quello giusto! Eccolo l!
Surok e Soroka hanno portato il moldavo in bagno.  uscito tenendosi il fianco. Si  fatto dare da Ejsner un pezzo di saponetta e in ginocchio ha ricominciato a pulire il corridoio.
Dopo pranzo c'era il secondo appello, poi pulivamo il cortile. Portavamo fuori l'acqua in secchi e bacinelle, anche se sarebbe bastato srotolare il tubo di gomma per fare il lavoro in modo pi facile e rapido. Ma in Russia gli aguzzini sono ormai una tradizione che batte tutte le altre, al di l di qualsiasi considerazione di ordine pratico. Vedendo come si impegnavano, dissi a Savel'ev:
Non ce la faccio. Vado ad aiutarli. Eravamo su una panchina a chiacchierare.
Stai fermo, ne hai il diritto. Nessun caprone ti far rapporto e poi qui comando io.
No, Igor', vado almeno a portare l'acqua.
Hai agito bene Surok mi ha detto dopo, il che mi ha sorpreso.
Avevano un'idea di giustizia contorta, ma ogni tanto coincideva con la mia.

6.

Cinque del mattino passate.
Me ne sto rannicchiato sotto la coperta, il mio corpo ha un presentimento e freme. Vedrai che tra qualche minuto, forse tra qualche secondo, risuoner l'urlo bestiale dei capisquadra e degli attivisti, una decina di voci stentoree si metteranno a gridare: Sveglia! Scatter in piedi, la coperta contro il muro. Dovr sbrigarmi a infilare le ciabatte, scivolare dalla branda nel corridoio e all'ingresso del PVO, mettermi i pantaloni per fiondarmi al cesso e al lavandino, passando per una selva di mani, gomiti e corpi. Intanto lo zek Danilov, saltato gi dalla branda di sopra, e lo zek Varavkin, che dorme a sinistra, di fronte a me, staranno rifacendo il letto come si deve, urtandosi a vicenda. Quando torner nel dormitorio dovranno lasciare il posto a me e a Cemodanov, cos alla velocit della luce metteremo a posto i nostri, impicciandoci un po'.
Sto sdraiato e sbuffo, come farebbe un motore in attesa che scatti la chiave di accensione. E accade sempre all'improvviso, nel dormitorio esplode dall'alto la luce e l'urlo dei capisquadra e degli attivisti scuote muri e orecchie: Sveglia! Sveglia, rotti in culo! Di regola gli attivisti e i capisquadra hanno lunghe detenzioni, non fanno che stare dentro, perci in quel grido ci mettono tutto il loro odio e rancore: Sveglia! Rotti in culo! Tutti svegli! Balzo su, la coperta contro il muro... ore 5,45.
Non appena lo zek si mette a pensare cosa stia facendo in quel momento la sua amata, subito i fumi dell'Inferno gli strinano la testa. Dorme, Signore, dorme, dorme, dorme, con un filo di saliva che scivola sul cuscino...
Mentre sono tra i primi a precipitarmi in cortile, calcandomi con un gesto meccanico il chep e mettendomi le scarpe al posto delle ciabatte, mi rendo conto con stupore che ho raggiunto con il massimo dei voti questa profonda saggezza da detenuto. Posso contare i minuti e i secondi impiegati per piegare la coperta e le lenzuola nel modo giusto: le mie strisce' sono diritte e regolari, il cuscino  sbattuto per bene, a volte riesco persino a stare un minuto o due sulla tazza del water prima della ginnastica. A quell'ora non c' quasi concorrenza: gli zek, una volta che hanno pisciato, prima della ginnastica, corrono a fumare. Alle 6,00-6,05 ci portano gi fuori dai reparti. In tutto hai quindici-venti minuti. Io, in effetti, non fumando, risparmio il tempo che la massa di zek usa per avvelenarsi.
Di mattina, quando non soffia il vento dalla zona industriale, l'aria  fresca e pulita come il bacio di un bimbo'; questa frase me la ricordo da Un eroe del nostro tempo di Lermontov. Se dalla zona di produzione arriva il vento, l'aria  acida e amara. Se pioviggina si va comunque a fare ginnastica, mentre se diluvia possono annullarla e allora i condannati ( la nostra denominazione ufficiale) si precipitano contenti con tazze e barattoli al lavandino e nel cucinino, sbrigandosi a fare il t o il cifir', il t fermentato. Fuori di qui  opinione comune che tutti gli zek bevano il cifir'. Di fatto nella zona non sono in molti a berlo. I reclusi sono tanti e su cento persone una decina scarsa riceve i pacchi dall'esterno. Pu essere che sette-otto abbiano dei soldi sul conto e possano comprarsi da mangiare allo spaccio, oltre al t e alle sigarette. Quale t dipende dalle possibilit del condannato; chi non ne ha, elemosina il fondo dai compagni pi fortunati. Il cifir' si beve ai compleanni o per il trasferimento di uno zek in un'altra zona, visto che per farlo ci vuole molto t. Si beve quel che si pu.
Il trasferimento dalla quarantena  stato facilissimo. Il mercoled dopo pranzo  arrivato il convoglio dalla Stazione centrale di Saratov e da altre zone. Perci dopo colazione ci hanno detto di prepararci, arrotolare i materassi, controllare ancora una volta il contenuto delle nostre sacche e confrontarlo con l'elenco che c' sopra quella di ciascuno. Quindi ci hanno messo in fila per farci uscire dal cortile della quarantena. Camminare con il materasso che si srotola di continuo in una mano e con la sacca nell'altra  stato uno strazio. Avevo gi avuto un'esperienza simile quando ero andato per la prima volta dalle docce alla quarantena con un materasso nuovo.
Negli ultimi giorni di permanenza nella quarantena ho fatto un po' di public relation. Ho parlato con Igor' Savel'ev, dopo che mi aveva regalato un orologio Komandirskie, segno dei nostri buoni rapporti. Gli ho detto: Igor', non puoi lasciarmi in quarantena? Andiamo perfettamente d'accordo, non dar problemi. Gli ho regalato il libro Caccia a Bykov.
Igor' mi ha detto che avrebbe provato a sollevare la questione nel Consiglio della colonia. Ovviamente la decisione spettava al Padrone, al direttore della colonia, ma Savel'ev avrebbe fatto un tentativo. Pensava di avere dei buoni argomenti. Nella quarantena non arrivano molti reclusi, raramente pi di quindici per volta. Non mi noterebbe nessuno. L'amministrazione avrebbe meno grane se mi fermassi qui. Ho accennato anche al nostro baby face, il caporeparto Evstaf'ev, il mio desiderio di mettere radici. Baby face era pi scettico di Igor'. Mi ha riferito che molto probabilmente il Padrone mi avrebbe sistemato nel reparto n. 9, con gli invalidi. Nel frattempo mi sono dimostrato un recluso indispensabile: ho scritto per Surok una richiesta in procura e anche una proposta. Quest'ultima riguardava le misure di preparazione per il rilascio dei condannati ed era destinata al concorso organizzato da baby face, lo psichiatra della colonia. Per quel progetto Surok ha ottenuto il primo posto nel concorso. Mi ricordo che proponeva, tra le altre cose, di incentivare i detenuti migliori, che stavano per essere liberati, con delle vacanze in famiglia.  venuto fuori che la pratica esisteva gi, ma nessuno la applicava pi da tempo. Surok ha suggerito di ripristinare le vacanze per i detenuti (no, qui devo aver fatto confusione. Le vacanze esistono, ma soltanto per una categoria di reclusi, quelli al confino). Secondo me volevano e non volevano che rimanessi da loro. Per Igor' ero un interlocutore interessante, avevo vissuto in Paesi lontani, potevo scrivere i documenti per Surok. Persino Soroka ultimamente mi aveva manifestato la sua benevolenza, sempre cupa, beninteso. Il Padrone per aveva deciso diversamente ed eccomi, oltrepassata la soglia della quarantena, a sospirare abbattuto. Personalmente non mi ero trovato male. Uscivo con dei regali: Igor' mi aveva dato l'orologio, Surok un chep rigido di lycra. Ne aveva due. Nella colonia n. 13 chep di quel genere li indossavano soltanto i sorveglianti pi rispettati.
Ci siamo fermati al recinto di uno dei cortili. Sul muro giallo della baracca erano affissi contemporaneamente i nomi di due reparti: il 9 e il 13. Surok ha schiacciato un bottone, i caproni dell'SDP al posto di guardia gli hanno aperto il cancello e siamo entrati nel cortile. Era vuoto e faceva caldo. Una coppia di passeri si rincorreva rumorosamente tra le fronde di un albero verde chiaro.
Posa il materasso sulla panca, Edik ha detto Surok. Adesso cerchiamo qualcuno, il boss o un caposquadra.
Proprio in quel momento  uscito dalla baracca Ali-Paa Safarov, un bel bisonte di centocinquanta chili. Faccia feroce, un bestemmiatore di quelli rari, ma lo ricorder sempre con amicizia. Deve farsi quindici anni, all'epoca ne aveva gi scontati otto. Lo avevano condannato per omicidio, nel suo fascicolo si parlava di un cadavere bruciato. Erano riusciti a condannarlo soltanto al secondo tentativo, la prima volta, nel 1993, era stato assolto. Prima Safar - lo chiamavamo cos - era un uomo d'affari di successo, qualsiasi business mettesse in piedi gli riusciva. Cos almeno diceva, ma anche altri del posto ne parlavano, tra di loro conoscevano bene le possibilit e i fatti di ciascuno. Ali-Paa storpiava il russo senza alcuna piet, faceva delle facce spaventose, ma non si dimenticava mai di offrire ai suoi tre compari - Mika Jaro il rosso, Jurka Karla e me - una torta fatta in casa, un cioccolatino.
Nel cortile non c'era il boss. Perci mi hanno indicato una branda libera in un grande dormitorio dove ho gettato il materasso e posato la sacca. Poi Safar mi ha portato di nuovo fuori e Surok mi ha stretto la mano. Bene, se hai bisogno sai come farmelo sapere. Avevamo infatti deciso di comunicare attraverso l'infermeria. Surok  uscito dal cortile sulla Via Dolorosa, dove lo aspettavano i nostri della quarantena. Si  incamminato per andare ad assegnarli ai vari reparti. Speravano di finire nel reparto di lavoro n. 6, ma non si aspettavano che le loro sofferenze si sarebbero prolungate in una veste ancora pi subdola nella squadra n. 16. Poveracci.
Ho fatto un giro nel cortile, i reclusi erano pochi. Qualche decina stava lavorando nella zona industriale, una ventina era al circolo. Nel reparto era anche presente una squadra di umiliati: erano quelli che facevano i lavori pi sporchi, pulivano il territorio del reparto; ragazzi che non si piegavano, come il ceceno Ruslan o Vasja Ogly o ancora quel tossico di Kirillov, Anzor dall'Azerbaigian, che si era guadagnato uno status speciale.
Poi  arrivato Anton, il boss del reparto: il pezzo grosso della colonia. La collocazione del reparto nella gerarchia della colonia dipende dalla capacit del boss di tenersi buona l'amministrazione, dalla sua furbizia, dall'abilit di procurarsi i materiali da costruzione, tipo la vernice, la carta da parati. Ancora, il boss deve saper farsi ubbidire dai reclusi. E molto altro: deve ottenere il rispetto dell'amministrazione della colonia, altrimenti non fa tanta strada. Sono in tanti a voler far le scarpe al boss. Anton era il migliore del miglior reparto della colonia n. 13. Svolgendo il suo incarico era diventato anche un attento osservatore delle persone. In effetti sono orgoglioso del fatto che Anton in seguito abbia espresso un giudizio assolutamente positivo nei miei confronti, difendendomi a spada tratta davanti all'amministrazione. Gli zek gli ubbidivano ciecamente e ne avevano paura. Aveva ammazzato due minorenni, uno dei quali era un poliziotto che aveva offeso sua madre. Gli aveva sparato nelle balle. Il padre  azerbaigiano, la madre  russa. Anton mi aveva dato da leggere un libro sul potere. Il potere lo interessava. Si rendeva conto di aver imparato a comandare. In verit sapeva di averlo fatto in condizioni di totale mancanza di libert.
Ali-Paa mi ha portato nell'ufficio del boss. Le sacche del reparto n. 13 stavano su larghi pancacci di legno, dietro una tenda spessa, ben rifinita. Anton era seduto alla scrivania: il naso un po' scottato, la pelle lentigginosa, pi adatta alla carnagione dei rossi. Lui invece era scuro. Asciutto, vita stretta, spalle larghe. Probabilmente era molto forte, anche se di struttura esile.
Hai intenzione di far valere i tuoi diritti? mi ha chiesto piano. Con voi intellettuali ci sono sempre problemi. Ho avuto Fefelov, sai, lo speaker della radio del campo. Poi l'ho trasferito al 9; contestava tutto.
Ho ripetuto ad Anton la formula che serbavo per i pezzi grossi della colonia: sono contento della sentenza. Ho intenzione di stare tranquillo, di non piantar grane. Voglio uscire con la condizionale.
Mi ha creduto. Parlavo in modo tranquillo ma con il tono duro, adatto a quella declamazione.

7.

Io e Ruslan camminiamo da una parte all'altra del cortile, pi precisamente dalla recinzione blu che separa il reparto dal territorio del campo vero e proprio, la sua ampia Main Street - il corso principale -, la Via Dolorosa, come avrei iniziato a chiamarla pi tardi, fino alla linea rossa sul cemento che ci divideva dal reparto n. 9. Una bellissima sera di maggio, i colombi tubano, prima di addormentarsi tra le chiome verdi e rigogliose di alcuni alberi. Ruslan ha una camicia rossiccia e un chep rosso sbiadito. Anche i capelli sono rossicci, ma con una forte canizie. Ha una gobbetta sul naso. Mi parla vicino all'orecchio e quello che dice farebbe impallidire gli abitanti di un Paese europeo di medie dimensioni, tipo l'Olanda.
Sono arrivato di notte, Eduard, e ho messo la macchina vicino al muro del cimitero. Sono uscito. Sento un rumore dal cimitero e vedo una luce. Mi arrampico sul muro, guardo: il posto  illuminato dai potenti fari delle macchine. Stanno seviziando delle persone... Guardo bene, era la famiglia di Zavgaev, l'ex Presidente della Cecenia, lo sai. Stavano violentando le donne, le scannavano come pecore. Poi si sono messi a sotterrarle... Questo  un esempio, Eduard. Nel mio libro ho aggiunto molte fotografie e anche videocassette. Per anni ho raccolto questa roba, ho registrato, ho tenuto nascosto. Mi dai una mano, vero?
Ruslan , per cos dire, il nostro' ceceno. Dice che era nello spionaggio militare. Questo non ha impedito la sua condanna per l'articolo 162, "Brigantaggio". Tra poco, sei mesi, uscir e vuole andare in Germania perch non  un abitante della Russia n della Cecenia. Mi chiede di aiutarlo a pubblicare il libro. Crede che la pubblicazione di un libro con immagini e video cos spaventosi gli frutter i soldi necessari per vivere in Germania. Come tutti i ceceni Ruslan  pi colto (ma s, intelligent, tanto per usare il vocabolo russo di una volta) di un criminale russo medio. Di aspetto assomiglia cos tanto a un francese che se domani Dio lo facesse atterrare su una strada parigina, anche com' ora, vestito di stracci scoloriti, nessuno alzerebbe un sopracciglio, come se si trovasse l da sempre. Non gli controllerebbero manco i documenti.
C' tutto l dentro, teste mozzate, bambini ammazzati mi bisbiglia.
I colombi si agitano, il cielo si  fatto di un blu intenso e noi che ci troviamo nell'Inferno parliamo di un girone ancora pi in basso.
Come hai potuto lavorare con loro, Ruslan? Il potere russo tradisce tutti. Quante volte lo hanno fatto con gli afghani! Hanno tradito Taraki, poi hanno ucciso Amin, hanno fatto cadere Karmal', Nadibulla lo hanno abbandonato per farlo impiccare. E in Cecenia quante volte hanno cambiato i loro protetti! Hanno tradito la gente di Zavgaev... Quante migliaia di persone hanno gettato in pasto a una morte certa!
No, Eduard, comunque i russi sono meglio di cos... E dopo si lancia in lunghe spiegazioni, meglio, autogiustificazioni.
Non pu dirmi niente di preciso perch mi teme, non si sa mai. Anch'io non voglio dirgli niente con esattezza perch ho paura. Perci camminiamo nel cortile e il mondo intorno a noi si sdoppia, si triplica, si fa in quattro, i contorni si sfumano. Gli prometto di trovare un editore, di dargli pure l'indirizzo dei miei. In questo modo non infrango la legge, credo. Allo stesso tempo nutro qualche dubbio sulla sua sincerit, dato che non riesco a capire come si sia beccato sei anni per il 162 se lavorava nei servizi segreti militari della Federazione Russa in Cecenia. Possibile che non potessero tirarlo fuori? In tutte le storie di questo tipo non c' mai una verit assoluta e, in generale, una sola versione autentica. Storie cos sono come minimo ambigue.
Nel 13 Ruslan  famoso.  di indole buona e ha la colonna vertebrale lesa, per cui di mattina e di sera, se c' tempo, si appende alla sbarra e si allunga. Il dottore lo ha anche esentato dal passo di marcia. All'entrata e all'uscita dal refettorio e al circolo  sempre in ultima fila, non al passo con gli altri, ma a una certa distanza, come capita. All'appello sta di solito vicino al brigadiere Safar Ali-Paa. Quando  vicino a me, punzecchia bonariamente il piccolo Vasja Ogly: si avvicina quatto quatto e pam, gli d un colpo sulle orecchie o gli tira un coppino. Vasja non se la prende pi di tanto.  dentro gi da undici anni per una faccenda seria. Eppure  cos minuto che con ogni probabilit gli zek sono inconsciamente protettivi nei suoi confronti, come con un compagno, e ci scherzano insieme. Lui in risposta impreca di brutto, ma senza cattiveria. Dal canto mio, ogni volta che guardo di sfuggita Ruslan non riesco a smettere di stupirmi di quanto assomigli a un francese. Quand'ero ancora a Lefortovo, in cella con Alchazurov, avevo scoperto un'incredibile somiglianza tra la lingua cecena e quella francese. In generale, bazzicando tra le varie prigioni, i nazionalbolscevichi si sono, come dire, inceceniti', hanno visto i rappresentanti in carne e ossa di questo popolo forte, lo hanno conosciuto. E non si pu dire che ceceni e nazionalbolscevichi non si siano piaciuti. Atgeriev, avendo trascorso sei mesi insieme a Volodja Penteljuk, nella stessa cella di Lefortovo, stava persino per sposare sua sorella. Il destino per non ha voluto cos; il trentaquattrenne Atgeriev si  beccato una condanna di quindici anni ed  scomparso prematuramente, dopo otto mesi in un campo di lavoro a regime duro, con ogni probabilit ucciso su incarico delle autorit russe. A Volodja  rimasto un regalo come ricordo di Atgeriev: un cappellino ceceno.
In reparto non c' ostilit verso i ceceni. Non  un ordine degli ufficiali, non c' e basta. Per di pi Ruslan  uno degli zek pi rispettati e, anche se non  un attivista, qualche asso nella manica ce l'ha. Tutti ce l'hanno nella colonia n. 13, il reparto qui ha dodici sezioni. La meno simpatica  l'SDP, i caproni. Le altre undici sono pi o meno a posto, non chiedono di fare rapporto sugli altri zek. C' lo SKO, la sezione culturale. Gran parte dei reclusi del reparto n. 13 si trova in questa sezione, visto che ci hanno a che fare per forza tutti i musicisti e da noi ce ne sono dodici. Il surreale gruppo di quindici musicisti con strumenti a fiato, che due volte al giorno gira per la colonia e fa vibrare l'aria al suono dell'Addio della slava e di vivaci marce sovietiche simili,  composto principalmente dai reclusi del nostro reparto, dello SKO. Ecco, purtroppo mi  scappato di mente in quale sezione si trovava Ruslan. Sulla manica ha cucito un piccolo rombo, questo  sicuro. In realt non partecipa a niente. Ma nessuno lo sprona pi di tanto.
Gira anche voce che vada a fare resoconto dal capo degli operativi, il maggiore Alekseev. Il maggiore dai capelli color della stoppa e dal muso grosso di regola ha degli agenti nel nostro giro; lo tengono al corrente di quello che succede in reparto, che non ci siano fughe in programma e non si prendano iniziative ostili all'amministrazione. Per quel che ne so nessuno ha mai subto torti a causa del ceceno Ruslan e che vada da Alekseev bisogna ancora stabilirlo, e in tal caso capire perch. Anche io ci sono andato una volta, ho preso appuntamento da Alekseev perch un suo sottoposto, un aspirante ufficiale con il faccione di cognome Racinskij (o qualcosa del genere), mi aveva confiscato l'orologio Komandirskie che il boss della quarantena Igor' Savel'ev mi aveva lasciato in ricordo. Quindi la domanda resta aperta.
Come va, Ruslan, sei uscito, hai pubblicato il libro? Sempre che ci fosse, forse te l'eri inventato perch mi fidassi di te, per farmi incuriosire? Spero che esistesse, quel libro.  sempre bello sapere che nelle profonde viscere dell'Inferno ci sono persone rispettabili. Russi o ceceni. Non  cos, Ruslan?

8.

Nel reparto n. 13, come ho gi detto, alla mia sinistra c'era Varavkin, come il Varavva o Barabba ai tempi di Cristo, giuro, mentre davanti a me, dall'altra parte del corridoio, dormiva Akopjan.  difficile credere che si chiami proprio Akopjan, come quello che mi aveva tradito al processo. Doveva essere un guerrigliero del Karabakh, questo Akopjan. Stava scontando l'ultimo anno, l'ottavo. Parlava di continuo di armi e di tutti i temi che dietro le sbarre sono considerati provocatori, sempre e comunque. Pu darsi che sia stato proprio Akopjan Due il motivo del mio trasferimento, cos di colpo, nel reparto n. 16. Il reparto n. 16, bench si trovi nella stessa baracca del n. 13, ma al primo piano e con l'ingresso dalla parte opposta,  agli antipodi del 13. La gente  diversa, e pure il clima. Credetemi. Da noi il sole arriva nel cortile gi verso le 11 e brucia fino al tramonto. Da loro invece compare per un paio d'ore, il cortile  sempre buio, freddo e tira vento. Per di pi  stretto, l'asfalto  rotto, c' polvere. La presenza di una squadra di trasferimento poi influenza in modo molto negativo la visione del mondo.
Spiego come sono finito nel 16. Nel 13, appena prima della ritirata - eravamo gi tutti in mutande a scalpicciare vicino alle brande -, Akopjan mi ha chiesto: Ehi, vecchio, dove stavi prima? Mi sono messo di buon grado a raccontargli del terzo edificio. Altri detenuti ci stavano ascoltando. Ricordo che ho iniziato a parlare delle camere di tortura al terzo piano del terzo e che qualche presente ha cominciato a dare segni di nervosismo. Ricordo che sotto le coperte, dopo il grido della ritirata, ho pensato, senza preoccuparmi pi di tanto, di aver parlato troppo. Succede anche a persone come me. Forse in quel caso a giocarmi un brutto tiro era stato il mio esagerato senso di appartenenza a un'unica fratellanza di sofferenti - i detenuti - e, per piacere a loro, avevo esternato troppo apertamente i miei pensieri su ci che in carcere  proibito e di cui  meglio non parlare in generale, se non faccia a faccia, possibilmente senza testimoni e con una persona fidata.
Per farla breve, finita la colazione, il giorno dopo il mio infervorato discorso sulle camere di tortura del terzo edificio della Centrale di Saratov, mi hanno convocato con le mie cose.
Minchia, che bastardi diceva l'enorme Ali-Paa Safarov, il mio caposquadra, tenendo il passo al mio fianco con il materasso in mano, mentre ci dirigevamo al vicino reparto n. 16. Qualcuno ti ha venduto, Edik. Posso immaginare chi sia stato mi ha detto, lasciando intendere che sapeva. Non fasciarti la testa, il 16  tranquillo, certo dal nostro ne passa di strada, noi siamo un reparto modello, ma non fa niente, hanno messo un nuovo boss, pare sia un tipo a posto.
Ali-Paa mi ha accompagnato al primo piano, mi ha consegnato al caposquadra e se ne  andato.
Il 16 faceva schifo. L'ho capito immediatamente, incrociando le mie vecchie conoscenze della quarantena: l'ucraino, il moldavo, Ejsner. Il tagiko non era con loro, e nemmeno gli altri due compagni: Sorokin e il pittore Prokof'ev. Il tagiko aveva una condanna minima, otto mesi in tutto, di cui una parte l'aveva gi scontata e probabilmente gli avevano assegnato subito un lavoro, come avevano fatto con il pittore e, di sicuro, con il preciso e rapido Sorokin. I tre casi difficili' invece li avevano sistemati nella squadra di trasferimento. A giudicare da come mi hanno sorriso da lontano, in silenzio, ho capito che qui le cose gli andavano ancora peggio che in quarantena. Insieme a un'altra ventina di reclusi avevano il compito di rifare i letti nel modo giusto, agli ordini di un piccoletto scuro con la camicia di seta nera, i pantaloni neri di cotone nuovi di zecca e le scarpe di vernice (giuro). Ricordo che lo facevano dopo la colazione, verso l'ora di pranzo. Una volta rifatti i letti rimanevano l accanto, sull'attenti.
Finito? chiedeva il brunetto. Tutti?
S, tutti diceva il sorvegliante.
Disfare le brande! gridava il brunetto isterico, senza nemmeno guardare come gli etapnyj, i detenuti della squadra di trasferimento, le sistemavano. Dopo qualche minuto di attesa, mentre quelli scuoiavano le lenzuola, urlava: Pi veloce! Pi veloce! e di nuovo comandava senza piet: Rifare le brande!
Ho pensato che mi avrebbero assegnato alla squadra di trasferimento, ma per fortuna avevano altri piani in serbo per me. Mi hanno convocato dal boss, un gobbetto con il busto ben sviluppato e le braccia lunghe, ma pur sempre gobbetto. Pi tardi l'ho visto nelle gare alle parallele, aveva delle braccia mostruosamente spesse. Purtroppo un giorno prima di uscire dalla colonia l'amministrazione si  presa la briga di rubarmi il quaderno con gli appunti. Perci non ricordo il cognome di quel boss. In fondo sono stato proprio poco nel 16. E gli appunti sul quadernetto erano cos innocenti.
Gobbetto andava di qua e di l per la stanza, due volte pi piccola di quella del 13, e il disordine che vi regnava era infernale. Entravano di continuo dei detenuti, a occhio e croce il gruppo di fedelissimi di Gobbetto. Anche altri, che chiaramente non ne facevano parte. Si prendevano le sacche, facendo scricchiolare le mensole non abbastanza grandi. Gobbetto si agitava, tutti sbraitavano. L'impressione generale era quella di una bettola. Anton, il boss del reparto n. 13, godeva di un'autorit indiscussa. Si serviva dell'intuito per orientarsi con le persone. Gobbetto non si orientava affatto. Per lui ero un peso. Non sapeva che farsene di me. Mi ha detto proprio cos, che non sapeva perch mi avessero trasferito da lui. Comportati bene, dentro non ti troverai male mi disse. Da parte mia gli ho risposto ripetendo quello che avevo detto a tutta la colonia: da chi dipendeva la mia vita, che volevo scontare la mia condanna tranquillo e uscire con la condizionale il prima possibile. Di grane non ne avevo bisogno. E non avevo intenzione di litigare con l'amministrazione, ho aggiunto.
Guardiamo un po' la tua sacca ha detto.
Questo invece non mi  piaciuto per niente. Uno zek non deve controllare le cose di un altro zek. I tizi in cachi devono frugare tra le nostre misere cianfrusaglie. Soltanto i tizi in cachi. Ho aperto la cerniera della mia borsa di tela cerata - tutti gli zek ne avevano una cos - e ho iniziato a tirare fuori il contenuto. Libri, tra cui Il libro dell'acqua e quello di Fomenko Imperija, articoli di cancelleria, qualche quaderno nuovo e uno nero e spesso. Appunti. Li avevo presi ancora nel carcere centrale di Saratov. Quando sono arrivato al quaderno, si  bloccato. Ha iniziato a leggerlo. Dalla fine, dove c'erano gli appunti sulla quarantena. Li studiava da seduto. Alcuni fedelissimi, in piedi agli angoli della stanza, lo osservavano. E anche me. In realt non c'era niente di interessante da leggere. Erano appunti sul campo molto cauti e neutrali al cento per cento. In fondo era gi il terzo anno che passavo da una prigione all'altra e sapevo che non bisogna fornire descrizioni, n scrivere quello che ti hanno raccontato, in segreto o meno, altri zek.
E il resto dov'? mi ha chiesto, chiudendo il quaderno e ridandomelo.
Per ora non ho avuto impressioni particolari.
Su di me non scrivere niente ha detto.
Non ne avevo intenzione.
Andrai nella squadra 61. Prokop, fagli vedere la branda!
Dove lo metto? ha domandato Prokop.
Vicino a te, e sposta Rybalko nel dormitorio piccolo.
Prendi il materasso mi ha ordinato uno zek ben piazzato, dal viso largo, chiamato da Prokop. Ho preso il mio materasso che stava arrotolato in piedi, in un angolo, e spuntava dalle lenzuola grigie, e siamo usciti. Mi hanno assegnato un posto assolutamente decoroso in una branda in basso. Sopra di me non c'erano letti.
Sta qui ha detto Prokop in modo amichevole.
Qual  la squadra di trasferimento? ho chiesto.
Non la tua. La 62 ha risposto brusco. Perch?
L'ho vista gi, ci sono delle vecchie conoscenze.
Meglio che non ci parli mi ha suggerito. Per loro  peggio. A te forse non cambia niente, ma loro possono parlare con noi soltanto con il permesso del caposquadra. Al cesso ci vanno su comando, tutti subito, a fumare vanno in un luogo apposta, su comando, quando glielo permettono. Quindi se non vuoi che il tuo conoscente si faccia un giro in cella, stai alla larga.
Cosa devo fare adesso? ho chiesto.
Vai nel cortile a sgranchirti le gambe. Qualcosa da fare te lo troviamo, sei pure istruito. Di gente alfabetizzata ne abbiamo poca. Ecco, Lec sta per uscire. Ci scriveva i documenti. Se hai una bella calligrafia, cio se sai scrivere in stampatello in modo leggibile, prenderai il posto di Lec. Quanto devi fare?
Quattro anni. Ne ho gi scontati pi di due.
Appunto, scribacchi due cosine e te ne torni a casa. Se no cosa potresti fare, non puoi mica andare nella zona industriale, hai l'et di un pensionato. Chiss perch ti hanno mandato da noi, nel 9 dovevi andare. E come mai ti hanno tolto dal 13?
Penso perch ho parlato troppo.
Ecco, questo  meglio non farlo. Qui vogliono tutti entrare in Paradiso a spese del prossimo. Tutti fanno rapporto. Stai muto come un pesce.
Sono sceso nel cortile. Quelli del trasferimento stavano in piedi, sedere contro sedere, in un minuscolo quadrato di cemento, delimitato su due lati da pattumiere. Avevano avuto il permesso di fumare. Dopo un po' uno spilungone pallido si  staccato dal gruppo e mi si  avvicinato.
Eduard, salve. Ti ricordi, non ti sei dimenticato? Sono Sanek Luk'janov. Eravamo insieme al 125. Igor' Filippov era l'anziano, ricordi?
Ascolta, non  che ti puniscono perch stai parlando con me?
L'ho chiesto al caposquadra e mi ha detto che posso.
Come va qui? ho detto.
Peggio di cos si muore ha sorriso debolmente.
Sul petto, a sinistra, gli avevano cucito un'etichetta rossa. Significa incline all'evasione'. L'etichetta gialla sta per tossico', quella verde, a quanto pare, incline alla violenza e alle provocazioni'. Ci sono un sacco di tipi di etichette, non me le ricordo tutte. Stavamo in piedi, zitti.
Sei cambiato ho detto. Sei diventato magro e silenzioso.
Eduard, prima o poi scrivi che razza di schifo c' qui. Nazisti del cazzo! ha pronunciato a denti stretti.
Con l'etichetta rossa ti controllano ogni due ore?
Ogni due ore andiamo a farci registrare. Di notte ogni due ore ti prendono per i piedi, per vedere se sei vivo. Tu perch sei qui?
Credo perch prima della ritirata ho raccontato ai compagni detenuti delle camere di tortura del terzo.
Si sta bene al 13? mi ha domandato con aria sognante. Dicono che ci sono solo intellettuali.
Ci sono dodici musicisti, se si possono considerare intellettuali.
Luk'janov si  allontanato. Vedevo che dal gruppo il piccolo Ejsner ci guardava con gli occhi tristi. Un minuto dopo hanno messo in fila quelli del trasferimento, nel punto pi lontano del cortile, dove per terra passava la vecchia linea rossa di confine con il reparto n. 15. Li hanno sistemati in fila per cinque, istruendoli su come si marcia e facendo le pulci a ogni movimento.
Mi  venuto in mente che Sanja Luk'janov, nella cella 125, era montato su tutte le furie' perch gli avevano ingiustamente mosso un'accusa per due punti ai tempi dell'articolo 128: acquisto di narcotici - comma uno - e narcotraffico - comma quattro. Era inferocito per quell'ingiustizia, sbraitava, imprecava e correva per la cella. All'epoca era una volta e mezzo pi grosso. Qui lo avevano gi ammazzato. A forza di torture lo avevano ammansito.

9.

Il secondo giorno al reparto n. 16 ho fatto una cazzata. Il pomeriggio tardi ho visto due sportivi del reparto, a torso nudo, che aprivano l'armadietto degli attrezzi e iniziavano ad allenarsi. Mi sono avvicinato e un po' alla volta ho preso una parte degli attrezzi. Ho impugnato i manubri, mi sono fatto i bicipiti, rilassandomi a tal punto da togliermi la giacca e il chep. Mi sono sentito subito bene. Alla tenera et di quindici anni avevo comprato con i miei risparmi i primi manubri e da allora sudavamo insieme in vari Paesi del mondo. Mi trasmettevano buon umore e il respiro regolare mi rimetteva a posto la salute fisica e mentale. Nel cortile del 16 ora stavo bene. Anche se nel posto in cui facevamo gli esercizi ogni tanto il cemento era cos a pezzi che sembrava una piccola spiaggia, sterrata e polverosa.
Poi si  liberato il bilanciere. Ho scambiato due battute sui dischi con gli atleti, ne ho tolti alcuni dal bilanciere e ho iniziato a sollevarlo. Quando l'ho lasciato mi si  avvicinato un recluso, di cognome Stepanov, dai tratti marcati e con una furia decisa negli occhi e mi ha detto:
Hai un minuto, vecchio?
Era vestito bene, prova che era parte degli attivisti o dei caproni.
Dietro le sbarre chiamano vecchio' tutti quelli con i capelli grigi. Perci non ci sono rimasto male. Ci siamo allontanati di qualche metro dal capannello dei reclusi, spostandoci verso la linea rossa. A quel punto Stepanov si  fatto meno dolce.
Chi ti ha dato il permesso di prendere gli attrezzi? mi ha aggredito.
Non li ho presi ho precisato. I ragazzi hanno iniziato ad allenarsi e io mi sono aggregato.
I ragazzi sono sorveglianti notturni, loro possono ha detto Stepanov, sempre pi arrabbiato. Tu no, non hai il permesso.
Nel reparto n. 13 non ci voleva nessun permesso. Il recluso poteva praticare un'ora di sport se non era impegnato in altri lavori.
Tu non sei pi nel 13, ma nel 16. Qui ci sono altre regole. Non ce ne frega un cazzo che fuori di qui sei uno scrittore famoso. Se prendi ancora una volta gli attrezzi in mano, fili in cella.
E tu chi saresti, un superiore? ho chiesto.
Fino alla settimana scorsa ero il boss del reparto ha risposto in tono astioso. Sto per uscire, ma se ti avvicini agli attrezzi senza permesso... si  fermato. Non cambiare le regole... Qui il permesso di utilizzare gli attrezzi sportivi  un premio. Ma non hai visto come ti guardavano gli altri zek quando ti sei messo a trafficare con i pesi? Guardavano e si chiedevano: e questo chi ?  arrivato ieri. Cos', un capoccia, un caposquadra, un boss, un sorvegliante?
Ho capito ho detto.
E ho pensato di chiedere un appuntamento con Evstaf'ev, con il "Kinder sorpresa", e ottenere il suo permesso di allenarmi con gli attrezzi sportivi. In cambio di qualche favore.
S, Stepanov era proprio un cane rabbioso. Gli zek me ne avevano dette di tutti i colori sul suo conto. Il giorno dopo l'incidente con gli attrezzi sportivi sono stato convocato dal boss. In quel momento mi trovavo nel PVO, dove quelli del trasferimento spolveravano con le mani e pulivano i pavimenti, mentre io scrivevo il verbale della riunione dei vicedirettori nella Sezione culturale. Leka Lec, un ragazzone alto e robusto con la voce da sergente - e infatti era un sergente armeno - mi ha insegnato come riscrivere i vecchi verbali e fare i nuovi. Se in tutta la Russia la menzogna e la truffa erano all'ordine del giorno, lo stesso valeva anche nel reparto n. 16 della colonia n. 13 dell'UIN. Dovevamo compilare ben dodici registri, tanti quante le sezioni. Pi un registro dei vicedirettori delle sezioni. Ero seduto all'angolo di destra pi vicino all'uscita, sul davanzale delle piante, davanti a un televisore spento. Odore di polvere. Di tanto in tanto nella sezione si alzava il ruggito del caposquadra dai capelli castani. Stavo scrivendo  intervenuto il detenuto z/k Semenov A.B. con la proposta...', quando mi ha convocato il boss.
Nel suo ufficio si accalcava la stessa massa di reclusi dell'altra volta, non ci stavano nemmeno; aprivano e chiudevano le sacche, facevano casino, litigavano. Qualcuno stava chiedendo ago e filo. Gobbetto, il boss, si  alzato dalla scrivania e ha chiesto a tutti di uscire.
C' una persona che vuole parlare con te mi ha detto, senza guardarmi in faccia.
In quel momento  entrato Stepanov. Il boss  uscito.
Siediti ha detto Stepanov. C' un problema. Vuoi del t?
Non dico di no. Ho pensato che mi avrebbero massacrato di botte.
Stepanov si  alzato e ha acceso il bollitore elettrico sul davanzale...
Mi sono informato sul tuo conto. Sei uno importante, a quanto pare.
S ho detto. Le accuse erano serie. A dirla tutta, non sono riusciti a trovare le prove.
Da noi ha proseguito con tono irritato non fa differenza che tu sia importante. Qui anche i ladri nella legge piangevano...
Sapevo che stava mentendo. I ladri nella legge non li mandano mai nella colonia n. 13, per non compromettere la zona rossa. Quelli li portano oltre il semaforo.
Non fare lo splendido, te ne pentirai. Abbiamo un sacco di modi per metterti in riga.
Non faccio lo splendido ho detto.  che non conosco alcuni particolari della colonia e del 16, perch  la prima volta che sono qui. Sulle prigioni sono ferrato, ma in colonia  la prima volta.
Qui gente del genere la mettono in riga ha continuato.
E all'improvviso ho capito che non era il suo pessimo carattere la causa di quelle minacce nei miei confronti. Era venuto a mettermi un po' di paura per conto dell'amministrazione. Era stato mandato. Non volevano essere loro a spaventarmi e hanno preso questo mostro. Ero venuto a sapere che nei sei mesi di incarico in qualit di boss era riuscito a portare il reparto allo sfascio. Esagerava, derubava gli zek, ne azzoppava qualcuno. Lo avevano esonerato, ma era ancora lontano dal rilascio: otto mesi.
Scrivi che te ne starai calmo e seguirai le regole ha esclamato d'un tratto.
 una cavolata ho risposto. Cosa vuoi che scriva, ci troviamo in un luogo di reclusione dove sto scontando la mia condanna. Come se avessi qualche libert! Non ce l'ho.
Pensaci ha detto, evidentemente non pi cos sicuro della sua improvvisata.
Questa di sicuro era opera sua, difficile che fosse partita dall'amministrazione. Ci ho ancora riflettuto, ovviamente non bisognava scrivere niente, altrimenti quelli dopo mi avrebbero fatto passare per uno che aveva sottoscritto il suo impegno. "Calmati' mi sono detto. "Calmati".
Ascolta ho ripreso. Mi aspettavo che mi dessero dodici-quattordici anni. Ne ho presi quattro. Non ha senso che faccia il cazzone e mi dia delle arie. Voglio star buono e lo far per uscire con la condizionale. Sono gi a met della condanna e in teoria posso uscire anche adesso.  nel mio interesse non litigare con l'amministrazione.
Allora non alzare polveroni ha detto. Se no te ne vai dritto dritto in cella e addio condizionale.
Ecco l'ho incalzato, esatto, non voglio finire in cella di rigore, ma starmene buono e uscire. Fuori di qui ho un sacco di cose in sospeso.
Poi mi ha sorpreso dandomi una manciata di cioccolatini che ho infilato in tasca. Mi ha detto che gli era arrivato un pacco, ma  pi probabile che li abbia rubati agli zek.
Ci siamo capiti? mi ha chiesto sulla soglia.
S, direi.
Stai buono.
Certo.
Mi adattavo velocemente. Sono una di quelle persone che non si perde mai d'animo. L'ho verificato pi di una volta. Gli altri vengono verso di me e io vado verso di loro. Avviene cos, spontaneamente. Anche a vent'anni mi stimavano per qualcosa. Neppure io ho ben chiaro cosa fosse, perch a volte mi sono comportato come un idiota credulone. Il terzo giorno mi si sono attaccati subito i compari Saka itov e Lec. La sera ci siamo ingozzati di lardo. Saka itov era il presidente della Sezione culturale del reparto n. 16. Senza denti, con la testa tonda e il mozzicone tra le labbra, l'ho convinto a scrivere, e gi dopo tre giorni che ci conoscevamo ha iniziato un libro su come aveva fatto il servizio militare. Usava un quaderno verde di dodici pagine. Anche Leka era sdentato, quelli rimasti erano marci, era tranquillo, sposato, padre di quattro bambini e indossava una giacca bisunta. La sua casa al paese distava una ventina di chilometri. Ecco riuniti i compari pi assurdi. Per tutti noi stare insieme era vantaggioso. Io avevo il t, loro il lardo. Il pane lo conservavamo dal refettorio. Mi ricordo il sapore divino del lardo. E il t con i cioccolatini. Dio mio, l'uomo, quando gli togli tutto, pu essere felice per una strisciolina trasparente di lardo rosa! E per un cioccolatino. A pensarci bene sono sostanze soffici, il lardo e i cioccolatini, paradisiache, in mezzo a spiriti crudeli e poveri abiti neri.
Entrambi i miei compari del 16 erano creature positive, sempre con il sorriso sulle bocche sdentate. Forse da loro mi sono beccato la parodontosi con cui sono uscito dalla colonia. Questi ragazzi per mi hanno lasciato dei bei ricordi.
A dire il vero la nostra amicizia non  durata molto. Non era destino. Dopo poco itov  stato trasferito nel reparto n. 8, da tempo chiedeva di essere assunto come meccanico e si era liberato un posto. Tutti i meccanici alloggiavano nel reparto n. 8, separato da noi da un recinto. itov stava seduto oltre il recinto con il quaderno verde e sorrideva a me e a Leka. Poi all'improvviso l'amministrazione ha dovuto di nuovo trasferirmi al reparto n. 13.

10.

Ecco perch mi hanno riportato indietro. Tenere dei segreti in Russia  difficile. Eravamo venuti a sapere che stava arrivando un'intera commissione europea. Gli zek, in particolare Leka Lec, avevano detto che difficilmente sarebbe venuta da noi al 16. Di solito vanno al 13, il migliore. Noi invece siamo dei poveracci.
Quella mattina Leka mi ha dato una lettera da leggere. Sono sceso nel cortile prima della ginnastica. Leka stava gi accovacciato accanto al muro: nelle mattine di fine maggio da quel lato della baracca c'erano un freddo e un vento spaventosi. Per i fortunelli del 13 a quell'ora regnava la bonaccia - al ricordo mi scappa un sospiro - e perci faceva molto pi caldo. E il loro cortile era pi grande e illuminato dal sole! Ecco allora Leka seduto sui talloni, il mozzicone tra i denti e l'aria un po' disperata. Gli mancavano quattro giorni prima di uscire. Altri due tizi gli stavano accanto e lo fissavano. Mi sono seduto vicino. Leka ha sorriso. Poi ha tirato fuori dal taschino davanti della giacca un foglio a quadretti piegato in quattro.
Ho ricevuto una lettera dalla mia ragazza, leggi, Edik.
Ho spiegato il foglio. Calligrafia femminile, a grandi lettere, elegante. "Ciao Leka! Ti scrivo perch non posso fare altrimenti... Sto con un ragazzo e lo amo.  successo tempo fa. Ma non mi decidevo a dirtelo, continuavo a mentirti per non farti del male. Sono in partenza, non cercarmi e non provare a trovarmi.  meglio per te. Addio. Elena".
Ho ripiegato il foglio come prima e l'ho restituito a Leka. Non ha aspettato fino all'ultimo! ho esclamato, tanto per dire qualcosa. Una folata gelida si  alzata all'improvviso.
Leka ha sorriso, schermandosi con quel sorriso da noi, dal campo e dalla vita in generale. Il problema  che lei andava a trovarlo, viveva vicino, a nord-est. Leka ci faceva vedere da che parte sarebbe andato per raggiungerla a piedi. Ricordo che se ne stava delle ore a dire quali vie bisognava attraversare, i loro nomi. Diceva che Elena era una bella ragazza, ombrosa, matura e diffidente. Che il loro era un amore appassionato, per il quale lui aveva persino mollato la moglie. Eccolo che passa accanto alla fabbrica in mattoni e svolta a destra! Davanti al negozio di alimentari, nel quale avrebbe comprato una bottiglia di vinaccio da due soldi! Leka stava seduto a fumare il minuscolo mozzicone, stringendolo tra le dita, e aveva un'espressione sofferta.
Che roba ho detto. Posso vivere quanto voglio, ma le donne non smetteranno mai di stupirmi...
Scriveva delle lettere cos belle ha commentato Leka.
A parte i due denti mancanti, ma tutti nel campo ce li hanno rovinati, Leka era un ragazzo alto, pieno di energie, sveglio, intelligente e senza tare. Nel reparto n. 16 scriveva e dipingeva, disegnava le etichette di tutti e illustrava il giornale murale. Nel campo non si sapeva come si comportasse da ubriaco, ma mi giurava su Dio che beveva il giusto, anzi poco. Glielo ha detto quattro giorni prima di uscire! Nel campo stiamo tutti appiccicati, le disgrazie altrui si notano. Leka stava seduto al vento, blu per il freddo e le emozioni. Oltre Elena non aveva dove andare, era orfano e ancora prima dell'arresto aveva lasciato la moglie. Si stava gi facendo crescere il ciuffo. Quando si avvicina il momento del rilascio  permesso una specie di taglio semimilitare, rasato, con il ciuffo davanti. Che se ne fa ora? Oggi Leka  seduto davanti ai miei occhi, con il mozzicone. E noi intorno in silenzio.
Siamo andati a fare ginnastica. Poi in refettorio. Mi sono diretto al PVO e ho iniziato a scrivere uno stupido protocollo. Quelli del trasferimento, che erano aumentati, timidi e avviliti, toglievano la polvere con le dita, innaffiavano le piante.  comparso Leka.
Eduard, ti vogliono nella zona industriale mi ha riferito con voce stupita.
Cosa? ho detto. Sono un pensionato, altro che zona industriale... Sono passati da me ieri, dalla Sezione speciale, per portarmi i documenti da compilare per la pensione.
Vai dal boss, cerca di chiarire ha suggerito Leka. Ed  venuto con me, bravo ragazzo.
"Incazzato come cento bisce" ho bussato da Gobbetto. Leka era dietro di me. Siamo entrati.
Mi vogliono alla produzione ho detto penso ci sia un errore. Non ci vado.
S, lo so. Che gran casino... Gobbetto era pensieroso, non aveva bisogno di disguidi.
In genere  il ripartitore a segnare le persone per la zona industriale. Il ripartitore capo  uno dei pezzi grossi della colonia. Non pu sbagliarsi ha fatto notare Leka.
Se ti hanno chiamato vuol dire che c'hanno pensato su. Non sei uno sfigato qualunque, non te ne stai qui per aver rubato una caramella ha detto Gobbetto.
Boss, vai dal ripartitore, cerca di capire che succede ha ordinato Leka. Dal cortile si sentivano i timpani, le trombe e la marcia L'addio della slava.
Non si va da nessuna parte ormai. Adesso ci mettiamo in riga ha borbottato Gobbetto.
Io l non ci vado ho risposto. Il 22 febbraio ho raggiunto l'et pensionabile per legge. Siamo gi a maggio. Far lo sciopero della fame o mi taglier le vene.
E ci metterai tutti nei casini ha concluso Gobbetto.
Chiama il sorvegliante operativo ha suggerito Leka.
Gobbetto  uscito. Il telefono si trovava in corridoio, vicino alle scale che portavano gi. Il detenuto addetto al reparto faceva la guardia. Io e Leka abbiamo seguito Gobbetto.
Chiamo per Savenko ha detto al ricevitore. Lo hanno segnato alla zona industriale, ma per legge  gi in et pensionabile. Che si fa?
 rimasto zitto per un po', in ascolto.
Non ci vuole andare, ecco cosa fa ha risposto. Dice che far lo sciopero della fame...
Qualcuno deve aver replicato e lui ha preso a giustificarsi. Non  che lo dico io,  lui... Chiaro, certo. Hanno detto di andare da loro, ve la vedrete l. Andiamo!
Vai, Eduard! mi ha consigliato Leka. Veditela con loro.
Gobbetto mi ha portato fuori dal cancello insieme a qualche decina di zek tra cui ho scorto anche due del trasferimento: Ejsner e l'ucraino. Luk'janov invece non c'era, quelli con l'etichetta rossa non li portano alla produzione. Abbiamo aspettato il momento buono e ci siamo infilati nella colonna che stava marciando verso le faticose imprese dei detenuti. Musica, aria di maggio, cielo azzurro, vento. Come nelle manifestazioni avanziamo al suono di trombe, tamburi e grancasse. Adesso ci facciamo un giro e poi tutti a tavola, dove ci aspettano l'insalata russa, le alicette, il vinaccio da due soldi - tutti i piaceri della festante civilt sovietica. Davanti all'edificio del sorvegliante operativo Gobbetto mi ha tirato fuori dalla fila e mi ha messo vicino al muro, insieme con due zek mai visti, chiaramente in attesa di conoscere il loro destino.
Stai qui, adesso vado a chiarire.
Si  assentato per un po'. Davanti mi passavano le file di reclusi diretti alla zona industriale, ai cancelli svoltavano a sinistra. I chep, le divise nere scolorite: erano comparse bell'e fatte del film tratto dal libro di Orwell 1984. E canzoni sovietiche. Su Mosca, cos, di colpo. "Il mattino veste di un tenue colore / Le mura dell'antico Cremlino...
Cremlino del cazzo, ragno di pietra, simbolo della violenza feudale sulla Russia.  da l, riflettevo, che i furbi e avidi comandanti succhiano il sangue dei popoli russi. Ti abbatteremo, ragno di pietra, e al tuo posto rimasto vuoto, ci faremo un parco pubblico. Disperderemo i tuoi puzzolenti palazzotti nella polvere di mattoni... "Ardente, potente, non sarai prostrata" mentivano le trombe.  un Paese sconfitto in realt. E su di noi reclusi riversa il suo odio.
Gobbetto  ricomparso. Torniamo al reparto mi ha detto soltanto. E non sono stato a chiedergli il perch. Cos avevano disposto. Siamo tornati al reparto.
Cosa devo fare ora? ho domandato a Gobbetto.
Fa' quel che vuoi ha risposto. Con indifferenza.
Allora sono andato al PVO, mi sono seduto in un angolo, ho allungato le gambe sotto il tavolino e aperto il librone contabile: il registro dei vicedirettori della Sezione culturale del reparto n. 16. Se i caproni fanno un salto si chiederanno: cosa fai, detenuto Savenko? Risponder ai caproni: compilo il rendiconto mensile dell'attivit dei vicedirettori della Sezione culturale del reparto n. 16.
La giornata si preannunciava lunga e piena di contraddizioni. Poco dopo infatti  arrivato di corsa il detenuto addetto al reparto, spaventato a morte.
Savenko, ti vogliono al telefono,  il maggiore Alekseev! Muoviti!
Detenuto Savenko, Eduard Veniaminovic, condannato a quattro anni ripetevo a macchinetta. Inizio della condanna...
Non serve mi ha interrotto Alekseev.
L'ascolto ho concluso.
Vorrebbe incontrare Pristavkin, il rappresentante del Presidente e capo della commissione per la grazia?
Se lui lo vuole, non ho nulla in contrario.
Stavo per mettermi a raccontare al maggiore la storia delle mie divergenze con Pristavkin, iniziate durante il nostro primo incontro nel negozio Globe di Parigi, in Rue de Buci, dove Pristavkin interveniva con lo scrittore Lev Razgon.  una storia di fine anni Ottanta. Ero entrato in quel negozio per caso, ma non riuscivo a sopportare il tono dei loro discorsi, infarciti di Patria fino al midollo. Razgon mugugnava qualcosa sui campi di lavoro... Tentai di prendere la parola, non me la volevano dare, ma io me la presi e dissi che stavano offendendo la Russia, mettendola in cattiva luce davanti all'Occidente. In seguito, anni dopo, evidentemente memore di questo episodio, Pristavkin scrisse contro di me sui giornali. Persino non molto tempo fa, quando ero gi dentro, ha risposto cos a una domanda della Literaturnaja gazeta: "Che Limonov stia pure dov''.
Ho intuito per che il maggiore non avrebbe colto nulla delle mie spiegazioni.
Allora cosa gli rispondo? mi ha chiesto vago il maggiore, tenendo chiaramente a freno le sue maniere viziate dalla colonia.
Gli dica che voglio incontrarlo.
Il maggiore ha abbassato la cornetta. Visto che non mi erano state date ulteriori istruzioni riguardo al comportamento da tenere e a cosa fare, sono tornato al PVO. Dima, un diciottenne magro, con il visino da bimbo, ma una spanna pi alto di me, mi ha chiesto cosa stava succedendo. Leka gli aveva dato due dritte per imparare a scrivere, non aveva una brutta calligrafia, ma faceva degli errori di grammatica mostruosi. Ho detto che mi voleva vedere Pristavkin, il rappresentante del Presidente e capo della commissione per la grazia. Dima si  subito spaventato: Come, vengono qui? Non sapevo cosa dirgli. I fatti hanno risposto al posto mio. Il capitano uk, comandante del reparto n. 16, un ufficiale magro come un chiodo,  arrivato di gran carriera nel PVO.
Savenko, si prepari. Andr al reparto n. 13.
Con le mie cose? ho chiesto.
No. I vestiti sono a posto? Prenda le ciabatte. Veloce, veloce!
Sono corso al dormitorio, mi sono passato l'asciugamano sul viso per darmi una rinfrescata. E sono tornato di fretta da uk con le ciabatte in mano. Siamo arrivati sparati al 13. Il cortile era vuoto. C'era soltanto Anton, il boss, ad accogliermi: Eduard, forza al PVO, vola. Mi sono cambiato le scarpe e mi sono incamminato verso il PVO.
C'erano i migliori esponenti del reparto n. 13. Tutti i possibili troublemakers, quelli che potevano fare domande insidiose o svelare segreti del campo, se li erano levati di torno. Qualcuno era stato allontanato nella zona industriale, come avevano cercato di fare con me la mattina. Altri erano stati nascosti nell'isolatore disciplinare, mentre quelli pi in gamba li avevano spediti al circolo. L'amministrazione  fatta di uomini d'esperienza, hanno tutti studiato dai migliori bugiardi e falsificatori di Russia, a iniziare da Tavriceskij, la staffetta del principe Potemkin. L'arte della menzogna  la pi sottile delle arti russe, nella quale la mia nazione eccelle magnificamente, rifletteva lo zek Savenko.
Gli zek, vedendomi, hanno sorriso.
Siediti in seconda fila, Savenko ha detto il maggiore Pancenko, il nostro caporeparto.
Mi sono seduto. E abbiamo aspettato.

11.

Ci  toccato attendere un bel po'.  arrivata l'ora di pranzo. Ho chiesto a Pancenko con chi avrei mangiato. Con il reparto n. 13? O dovevo tornare al reparto n. 16? Mi ha ordinato di mettermi in fila con quelli del 13. Non avevo preso il cucchiaio, cos ho dovuto usare quello di Jurka Karla, il presidente dello SKO del 13. Il sole picchiava gi senza piet mentre marciavamo verso il reparto. Quel giorno il pranzo del reparto n. 13  stato breve.
Stavamo per tornare, quando ci hanno fatto di nuovo sedere nella sala del PVO. Eravamo pi di venti, ma meno di venticinque: Jurka Karla, il georgiano Badri, Vasja Ogly, il ceceno Ruslan, Ljapa - amico di Vasja -, l'azerbaigiano Ansor (era l'addetto al cucinino, un ragazzone con braccia e gambe grandi a cui rifilavano i pacchi grossi), il nostro caposquadra Ali-Paa - un bisonte dal cuore d'oro -, Kirillov, un tipo alto con l'etichetta gialla dei tossici, sempre a leggere libri, e i migliori umiliati, con a capo lo sportivo Kupcenko. Insomma, un assortimento di gentleman, i pi brillanti elementi del reparto. Io ero davanti, in seconda fila, la prima era vuota. Eravamo seduti e stavamo soffocando, chiss perch ci avevano chiuso le finestre. Perch non ci fosse corrente o per qualche altro stupido motivo? All'entrata del reparto, sotto la tettoia, il boss Anton e il caporeparto maggiore Pancenko stavano cuocendo. Si dondolavano prima su un piede poi sull'altro, erano nervosi.
Quindi ti hanno trasferito da noi per sempre o ti fai solo un giro, Edik? mi ha chiesto alle spalle Vasja Ogly.
E che cacchio ne so gli ho sussurrato. Stamattina volevano buttarmi in produzione, adesso mi hanno trascinato qui.
In quell'istante si  materializzato Anton.
Safar, fila al 16, che tolgano la targhetta dalla sua branda Anton indica me. Prendila e appendila dov'era prima. Scattare!
Per Safar era difficile scattare, dati i centocinquanta chili che si portava appresso, ma si  spaventato come l'elefante con il topo.
Metti che chiedono dove dormi mi ha spiegato Anton. Non dire che sei al 16, d che stai qui.
Ma allora ci sto definitivamente o  una cosa temporanea?
Il caporeparto Pancenko, avvicinandosi alle spalle di Anton, ha risposto per lui: Mi sa che tornerai qui. Cos pare.
E perch mi hanno trasferito? ho domandato, senza rivolgermi a nessuno in particolare.
Safar  tornato con la targhetta di metallo nero su cui sono scritti nome, cognome, patronimico, durata della condanna, inizio e fine, articoli per i quali sei stato condannato. L'hanno appesa sulla mia ex branda, e abbiamo continuato a patire l'afa e la mancanza d'aria. Stavamo seduti a testa bassa, ma io avevo un vantaggio sugli altri. Capivo la situazione meglio di loro. Per me le cose stavano cos: lo scrittore Pristavkin, rappresentante speciale del governo per i diritti dell'uomo, ha richiesto un incontro con lo scrittore E. Limonov. Si trova qui per partecipare alla Conferenza internazionale per i diritti dell'uomo, dato che alcuni PEN club - le organizzazioni mondiali di scrittori -, tra cui quelli di Italia e Francia, sono intervenuti in difesa di E. Limonov, e l'attenzione mediatica per uno scrittore mandato in carcere, deboluccia all'inizio, nell'anno in cui mi hanno messo dentro,  poi aumentata. Persino gli scrittori russi si sono svegliati e qualcuno si  pronunciato in mio favore. Per di pi il giudice mi ha assolto dai tre articoli pi interessanti, in particolare non mi ha riconosciuto colpevole di aver preparato atti terroristici. Perci Pristavkin ha deciso di farmi visita.
La tensione aumentava. Il maggiore Pancenko camminava avanti e indietro, dalla porta d'ingresso alla sala. Per qualche ragione non ci permettevano di guardare la tv, evidentemente perch la delegazione non ci cogliesse di sorpresa. Soltanto il kamikaze Anton, il nostro superuomo, figlio di madre russa e padre azerbaigiano, era tranquillo. Stava in piedi, appoggiato allo stipite della porta e pareva meditare, con gli occhi semichiusi. Tutto lindo e ordinato come sempre. Piccolo di statura, nel campo, la sua unica scuola di vita, era diventato un superuomo. Non conosceva altre realt.  entrato a diciassette anni e ne uscir a ventisei. Presto...
Anton si  staccato dallo stipite.
Arrivano. Attenzione. Safar, accendi il televisore!
Safar ha eseguito il comando e sullo schermo hanno iniziato a balenare le notizie di Saratov in verde, giallo e azzurro. Se fosse stato inverno, il telegiornale sarebbe stato bianco, a causa della neve.
Sono entrati molti uomini liberi. Donne anziane con vestitini leggeri, uomini anziani. Ho riconosciuto tra di loro il rotondo Pristavkin, con i capelli cortissimi e grigi, il piccolo Lando, incaricato per i diritti dell'uomo nella regione di Saratov, e il direttore del GUIN, il generale ostak, alto come Lando. Gli altri non mi erano familiari. Il mio naso fino da detenuto ha fiutato subito puzza di alcol. Anche le facce rubiconde li tradivano. Il gruppo a quanto pare si era appena alzato da tavola. Avevano mangiato con calma, brindato, ecco perch noi li avevamo aspettati cos a lungo senza respirare.
Il delegato per i diritti dell'uomo della regione di Saratov ci ha rivolto la parola. Ha spiegato che a Saratov si stava svolgendo la Conferenza internazionale per i diritti dell'uomo e i partecipanti avevano deciso di venire a visitare la nostra colonia. Per sapere se qui, nella colonia n. 13, dove scontiamo la nostra condanna, i diritti dell'uomo fossero violati. In quel momento Lando mi ha guardato con tenerezza e ha detto: Con lei parleremo in separata sede. Il signor Pristavkin le vuole parlare di persona. L'ho presa come una richiesta di tenere il becco chiuso, nel caso fossi stato tanto stupido da mettermi a elencare tutte le violazioni dei diritti dell'uomo nella colonia n. 13. Ho annuito. Prima del mio arresto, quando guardavo in TV il modo in cui i giornalisti intervistavano i prigionieri di guerra o i detenuti, mi meravigliavo sempre del grado di cinismo della societ. Cosa pu mai dire delle sue condizioni un povero prigioniero (e anche un detenuto lo ) che si trova nelle mani e in totale bala dei suoi aguzzini? Quando dice Qui da noi va benissimo sta mentendo per necessit,  ovvio. Se qualcuno dicesse che  dura, insopportabile, che picchiano selvaggiamente per delle cavolate, che ci sono stati casi di zek sottomessi su ordine dell'amministrazione perch crollassero, dopo sei mesi potrebbero comunicare che quello zek  per esempio incidentalmente caduto su una lastra di cemento della zona industriale. Chiss di cos'altro pu morire un recluso cos chiacchierone e pieno di princpi. Le attrezzature nella colonia sono grandi. Ci sono macchinari per l'impasto di millecinquecento persone e vasche in cui far saltare qualche Ivan di turno per farlo ringiovanire nell'acqua bollente. Colpisce il cinismo sia dei giornalisti che fanno queste interviste', sia quello della societ, che vede i reclusi smagriti e calmi. Tutto ci ribolle dentro. Scalpita.
Anton ha fatto una domanda innocente e preparata a tavolino, sul collocamento al lavoro degli ex detenuti. In seguito ho avuto modo pi volte di convincermi che la supposta ubbidienza di Anton fosse soltanto una maschera, un espediente per sopravvivere. Che il suo carattere violento fosse in realt un fuoco vivo sotto la cenere che si era gettato addosso da solo. Che quel ragazzo, che aveva sparato a un poliziotto perch aveva offeso sua madre, era riuscito a rimanere vivo tra le ossa insanguinate della ruota e le calde rose della colonia n. 13. Kirillov ha chiesto se era in programma qualche cambiamento nell'articolo 128, per il quale era stato condannato, ovvero narcotraffico. Pristavkin ha risposto che non ne erano previsti. Anzi, c'era da aspettarsi un inasprimento degli emendamenti che la Duma di Stato stava gi approvando. Anche se lui, personalmente, non era d'accordo. Poi Pristavkin ha lamentato il fatto che, essendo cambiato l'ordine di rappresentanza per la concessione della grazia da parte del Presidente - ora sono le regioni a fare da rappresentanti -, il totale dei graziati si era ridotto in modo drastico. Va da s che ai detenuti del reparto n. 13 interessasse se e quando ci sarebbe stata un'amnistia. Erano tutti sicuri che per il sessantesimo della Vittoria nella Seconda guerra mondiale ci sarebbe stata una Grande Amnistia. Ma ce ne sarebbe stata un'altra prima? Gli zek aspettavano sempre quel miracolo della natura: l'Amnistia. Fantastico, bisognerebbe chiamare cos le figlie nate dagli zek. Amnistia. In fondo c' gi Anastasija.
Si sono radunati intorno al televisore appeso al muro ad altezza d'uomo. Da l hanno tenuto la loro lezioncina. Quindi si sono avviati verso l'uscita. Lando si  avvicinato e mi ha detto di seguirli.
Dove possiamo parlare con il signor Limonov? ha domandato.
Savenko l'ho corretto.
Nel mio ufficio ha proposto il maggiore Pancenko. Ho guardato il generale e quello ha annuito.
Ci siamo incamminati senza fretta, passando per il dormitorio grande. Lando si  fermato davanti alla mia branda.
Qui dorme il signor Limonov ha detto, attirando la loro attenzione.
Savenko l'ho corretto.
Savenko ha ripetuto.
Posto in basso ha sussurrato una delle attiviste a un'altra, i posti vicino al muro di solito li occupano i boss del campo.
Volevo dirle che era una gran boiata, visto che allora ci saranno stati cinquanta boss nel reparto.
Che rapporto ha con i suoi compagni? si  interessato un tizio in divisa con le mostrine da colonnello. Non dei nostri per, non era del posto, quasi sicuramente era un ispettore del GUIN di Mosca.
Amicali ho risposto. Nel nostro reparto ci sono molti musicisti.
Il gruppo  scivolato fino all'ingresso del reparto dove, ai lati del corridoio, si guardavano, una di fronte all'altra, le porte del cucinino e del direttore del reparto. Pancenko ha aperto la porta dell'ufficio e una parte del gruppo si  affrettata a entrare. Gli altri sono andati a esplorare il cucinino. Ce n'erano di cose da vedere. Nel nostro reparto modello i parenti dei detenuti investivano un bel po' di soldi, oltre a donare cemento e piastrelle. C'erano pure dei quadri! Lo Stato non dava un cent, ma i pap, le mamme e le comunit etniche dei detenuti pagavano tutto, sperando che il regime si addolcisse, confidando nella Benedetta e Misericordiosa Condizionale. A volte i donatori venivano spudoratamente imbrogliati, l'UDO veniva ritardato apposta per spremere fino in fondo i parenti e tirar fuori ancora pi laterizi, linoleum, cemento, piastrelle, bagni, tappezzerie. Non  bello stare in colonia se sei povero e non c' nessuno che paga un soldo per te, ma non lo  nemmeno se fai vedere che sei ricco. Ti trattengono nel campo finch non ti hanno lasciato in mutande. Campo difficilotto', gi, bisogna convenire con Vasja Ogly. Pi tardi mi hanno mostrato l'uomo che aveva costruito le nostre docce; erano spaziose e bellissime, non avevano nulla da invidiare alla sauna di un casin. La sua condanna stava per finire. Compilare la richiesta per l'UDO non aveva pi senso. "Per i detenuti per stare in una meraviglia del genere  meglio, no? possono ribattere.
Direi loro che la sveglia rimane comunque alle 5,45, che alla zona industriale li mandano comunque, che nel refettorio ci danno comunque della granaglia, che tutto il giorno con le mani in mano comunque non ti lasciano. Poi ti tormentano con la cultura, cinque volte al giorno buttano i detenuti al circolo mentre quelli sognano di farsi una bella dormita... E comunque picchiano. Umiliano. Mi  tornata in mente la squadra di trasferimento...
E cos una parte del gruppo ha fatto irruzione nell'ufficio di Pancenko. Lui stesso e un paio di ufficiali operativi volevano rimanere con noi. Lando invece li ha riaccompagnati fuori. Siamo rimasti in sei: io, Pristavkin, Lando, un altro uomo e due signore anziane. A turno mi hanno stretto la mano. Una delle donne ha detto: Siamo orgogliosi di lei. E tutti mi chiamavano Eduard Veniaminovic.
Poi Pristavkin si  alzato e li ha accompagnati alla porta. Vorrei parlare con Eduard Veniaminovic in privato ha dichiarato. Sono usciti tutti, Lando incluso. Dal corridoio due dei nostri operativi hanno lanciato un'occhiata sorpresa. Una violazione cos eclatante del regolamento - una persona non perquisita da sola con un detenuto -, sono sicuro che da queste parti non si sia mai vista. D'altronde cosa potevano fare contro il rappresentante speciale del Presidente?
Pristavkin si  accomodato accanto a me. Mi sono dimenticato di dire che c'erano delle sedie pieghevoli, come quelle del cinema. Quando si  seduto ho sentito un forte odore di cognac, quello che avevano bevuto a pranzo. Ho inspirato avidamente l'aria.
Eduard, lei ora  pi stimato di me ha detto e lo sa perch?
Per carit, la smetta ho replicato.
Perch lei  in tuta, mentre io ho la cravatta ha spiegato.
Ho avuto l'impressione che quella frase se la fosse preparata.
La tiriamo fuori di qui, non c' dubbio ha continuato. La societ  dalla sua parte ora. Lei  un Grande Scrittore Russo, e non deve starsene tra ladri e assassini.
Qui ci sono persone rispettabili ho ritenuto necessario puntualizzare.
Non condivide quindi l'opinione di Solenicyn sui criminali? Che peraltro  la posizione generale della letteratura russa. Si  messo a fumare.
Pu darsi ho detto. Hanno commesso i loro crimini in una manciata di minuti o in poche ore, ma il resto del tempo non erano e non sono delinquenti. Sono persone, come lei e me.
Appena torno a Mosca mi ha informato Pristavkin parler di lei alla procura generale. In fin dei conti hanno commesso una crudelt inaccettabile nei suoi confronti, non hanno ricontrollato le prove, hanno fatto affidamento sulla commissione d'indagine dell'FSB. Che almeno adesso l'aiutino a uscire con la condizionale.
S ho ammesso, sarebbe una buona cosa.
Mi scriva l'indirizzo e il telefono del suo avvocato mi ha chiesto. Gliel'ho scritto. Poi mi sono appuntato il suo. Mi ha assicurato di nuovo che il mio caso era una disgrazia per tutti gli scrittori della Federazione Russa. Non dovr rimanere qui ancora per molto.
Lando ha bussato alla porta per ricordare che la delegazione stava aspettando Pristavkin. Ci siamo salutati.
Non appena ho fatto qualche passo nel corridoio gli operativi mi hanno riportato nell'ufficio di Pancenko: c'erano il maggiore Alekseev, con il collo grasso come quello di Cubajs, solo con i capelli biondi e non rossicci, e l'aspirante ufficiale Racinskij. Mi hanno messo al muro per frugarmi dappertutto, annunciando in anticipo la perquisizione, come da prassi. Hanno trovato l'indirizzo del rappresentante del Presidente e mi hanno chiesto a cosa mi servisse. Ho risposto che Pristavkin me lo aveva rifilato a forza.
E lei cosa gli ha dato? mi ha chiesto sfacciato il maggiore.
Era chiaro che da qualche parte nell'ufficio c'era una telecamera nascosta.
Il telefono dei miei genitori ho mentito per coprire l'avvocato. Per tirarli un po' su, ogni tanto, con qualche parola di conforto.
 finita cos. Mi hanno lasciato andare, avvertendomi che  severamente vietato prendere qualsiasi oggetto da avvocati o da altre persone'.

12.

Cammino da solo per il cortile e di tanto in tanto guardo il cielo torrido. Non  affatto europeo,  il cielo della Grande Steppa.
La regione di Saratov, nelle cui steppe oltre il Volga sono incarcerato tra le rose e le sofferenze della colonia n. 13, confina con la sterminata Repubblica del Kazakistan. Proprio l, in Kazakistan, secondo la versione dell'istruttoria, avrei avuto l'intenzione di creare un punto caldo sulla carta. La compagnia televisiva ORT si  inventata e ha mostrato diverse volte il film Caccia al fantasma, in cui mi  stata attribuita la parte principale di organizzatore di questo punto caldo. La corte non ha creduto alla versione dell'istruttoria. La regione di Saratov e il Kazakistan sono tuttavia davvero terre difficili. In questi luoghi si svolse nel 1773 la rivolta di Emel'jan Pugacev. Un po' pi a nord-est rispetto al posto in cui sono incarcerato, cio la citt di Engel's, si trova la citt di Pugacev, che una volta si chiamava Nikolaevsk e ancora prima Mecetnaja Sloboda, fondata dai vecchi credenti sulla sponda destra del fiume Malyj Irgiz nel 1764. Questo luogo geografico ha strani rapporti con il tempo. Qui sembra che il tempo e lo spazio si incontrino e siano legati insieme. E si sono gi incontrati pi di una volta. Mentre ero incarcerato, ho scoperto tutte queste cose in alcuni vecchi libri.
Ecco cosa accadde la prima volta. I disertori Pugacev e Logacev, passati oltre Kamyin e Saratov, arrivarono, negli ultimi giorni del novembre 1772, a Malykovka, un villaggio della Corona (ora citt di Vol'sk, della stessa regione di Saratov). Si presentarono al capovillaggio locale e mostrarono i passaporti. A Pugacev venne proposto di andare a Simbirsk e di registrarsi l. Da Malykovka Pugacev part per andare nel monastero di Mecetnaja Sloboda dall'igumeno degli eremi scismatici sull'Irgiz, lo starec Filaret Semenov.
(A chiedere a Pugacev di trovare Filaret era stato il mercante Koevnikov nell'avamposto di Dobrjansk, al confine con la Polonia, dove il 12 agosto 1772 i disertori Pugacev e Logacev avevano ottenuto i passaporti con l'inganno, spacciandosi per russi provenienti dalla Polonia. Il mercante scismatico Koevnikov aveva dato ai suoi amici una pagnotta e un rublo e aveva chiesto loro di trovare sull'Irgiz l'igumeno Filaret [...] Filaret non solo avrebbe dato loro dei consigli, ma li avrebbe anche aiutati').
A Mecetnaja Sloboda si svolse un incontro importantissimo per Pugacev e per la storia russa. Molto probabilmente fu proprio qui che gli venne l'idea di farsi chiamare Pietro III. Il decreto che esentava i nobili dalla leva obbligatoria, promulgato sotto Pietro III, aveva infuso nel popolo una vaga speranza che il medesimo provvedimento potesse venire esteso anche alle masse popolari. La sua uccisione era considerata una vendetta dei nobili. Girava voce per che lo zar si fosse salvato e si stesse nascondendo. Per questa ragione, ancora prima di Pugacev, erano comparsi degli impostori che avevano assunto il nome di Pietro III e avevano tentato di mettersi a capo di un movimento popolare. Prima di Pugacev avevano agito sotto il nome di Pietro III i seguenti personaggi:
il soldato disertore del reggimento di fanteria di Brjansk Petr Cernyov (fine del 1762. Distretto di Izjum, villaggio di Kupenki);
il soldato semplice disertore del reggimento di terra di Orlov Gavril Kremnev (inizio del 1765. Distretto di Umansk);
un certo Aslanbekov (1765);
il soldato disertore Mamykin (1767);
il servo della gleba fuggitivo Fedot Bogomolov (marzo-giugno 1772. Dubovka - Caricyn);
dal settembre 1767 al 1774 in Montenegro aveva agito sotto il nome di Pietro III Stefano Piccolo.
Filaret Semenov, ex mercante moscovita di secondo rango e priore degli eremi scismatici sull'Irgiz, aveva dei contatti con i mercanti scismatici di Mosca, di Kazan' e di altre citt. Era al corrente di ci che avveniva al tempo, andava spesso a Mosca, a Kazan' e a Jaickij. Per la sua posizione, era il pilastro degli scismatici nella regione del Volga. Pugacev rimase per cinque giorni da Filaret. Fu da lui che venne per la prima volta a conoscenza di importanti dettagli riguardo l'insurrezione dei cosacchi dello Jaik nel gennaio 1772 contro i nuovi regolamenti introdotti dal governo, riguardo alla fuga dei calmucchi dalla Russia alla Giungaria, riguardo all'impostore Bogomolov. Pugacev tenne a mente ogni cosa e la analizz. Filaret consigli a Pugacev di infiltrarsi a Jaickij e di rimanere l a vivere per sempre; nel caso in cui invece non l'avessero accolto sullo Jaik, gli sugger di andare a Kazan', dove viveva un conoscente di Filaret, il mercante Vasilij Fedorovic, un vecchio credente. [...] Partendo per Malykovka, Pugacev chiese a Filaret di parlare con il capovillaggio per rinviare la sua partenza per Simbirsk. Accompagn la sua richiesta con una tangente: passando per il villaggio di Tersa, aveva comprato un pud di miele da regalare al capovillaggio e grazie a questo ottenne il permesso di vivere a Malykovka fino al 6 gennaio. L, a Malykovka, si separ da Logacev, gli diede dodici rubli e part alla volta di Mecetnaja Sloboda, dove si ferm dal contadino Stepan Kosov. L tenne a battesimo suo figlio, diventando cos il padrino del ragazzo. Quando il 16 novembre il suocero di Kosov, un certo Filippov, cominci a prepararsi per andare a Jaickij con il grano, Pugacev propose di andare con lui: Semen Filippovic, portate anche me a Jaickij. Voglio andarci per comprare del pesce. Per strada si fermarono a dormire alla locanda del soldato a riposo Stepan Oboljaev. Alla domanda di Pugacev: Come vivono i cosacchi dello Jaik? Oboljaev rispose: Molto male. I capi cosacchi li maltrattano e loro, dopo aver ucciso l'atamano, scappano, ma vengono catturati e messi in prigione. Stavano per scartare verso Astrabat, ma il loro generale non gliel'ha permesso.
E non ce ne sono qui di cosacchi dello Jaik? chiese Pugacev. Vorrei parlare con loro. Li potrei condurre nel Kuban', dove vivono i seguaci di Nekrasov. (Nel 1708 durante la repressione della rivolta di Bulavin, una parte dei cosacchi del Don, guidati dall'atamano Ignat Nekrasov, era scappata verso il Kuban' e poi era emigrata in Turchia). Oboljaev chiam l Grigorij Zakladnov, dal quale Pugacev venne a sapere importanti dettagli riguardo a ci che era accaduto nell'esercito dello Jaik.
Il giorno successivo, la mattina presto, i viandanti si diressero verso Jaickij. Pugacev decise di condividere i propri pensieri con Filippov. Non sto venendo a Jaickij per prendere del pesce. Ho intenzione di condurre i cosacchi dello Jaik nel Kuban'. Lo vedi tu stesso quali persecuzioni devono subire.
Il parente' Filippov consegn Pugacev alle autorit e Pugacev riusc a esaudire la volont divina solo l'anno successivo, nel 1773. La notte del 15 settembre 1773 Pugacev arriv all'accampamento dei fratelli Tolkacev, che si trovava a cento verste da Jaickij. Zarubin e Timofej Tolkacev andarono nelle vicine stazioni di svernamento per radunare i cosacchi: la mattina seguente erano stati raccolti sessanta uomini. Pugacev usc fra la cerchia di uomini e disse: Io sono davvero il sovrano e, se mi servirete con fede e verit, vi conceder fiumi, mari ed erbe, ricompense in denaro, frumento, piombo e polvere e completa libert. So che siete stati tutti offesi, vi stanno privando di tutti i vostri privilegi e stanno distruggendo la vostra libert. Per opporsi a questo, per, Dio torna ad affidarmi il regno, quindi intendo ristabilire la vostra libert e darvi prosperit'. Queste sono le parole, accuratamente riportate dai testimoni, che lo stesso Pugacev-Pietro III pronunci e che possono essere lette nell'Archivio di Stato, sez. VI, p. 506, p. 189. Cio sezione 6, pratica 506, pagina 189.
Poi il cosacco alfabetizzato Pocitalin (in prigione viene chiamata alfabetizzata' la persona che recapita i documenti nelle celle) lesse agli uomini l riuniti il decreto firmato dallo zar. In seguito Pugacev fece prestare giuramento ai cosacchi. Il 17 settembre Pugacev, a capo di un drappello composto da settanta cosacchi e calmucchi armati, con le insegne al vento, si mise in marcia dagli accampamenti dei Tolkacev in direzione di Jaickij. La guerra contadina del 1773-1775 era iniziata. In realt fu una rivolta di disertori, appoggiata dagli eterodossi e da tutti coloro che erano finiti sotto il torchio tedesco di Caterina. Il luogo dell'azione (Jaickij), i protagonisti (i cosacchi dello Jaik) e anche il ruolo stesso di Pugacev come Pietro III, secondo l'esempio di Fedor Bogomolov, furono suggeriti a Pugacev dallo starec Filaret a Mecetnaja Sloboda. L'evento pi importante della storia russa avvenne dunque qui all'inizio del novembre 1772.
La seconda volta il tempo (la Storia) e lo spazio si incontrarono a Mecetnaja Sloboda dopo solo ventotto anni, precisamente il 23 marzo del 1801.
Dal 24 dicembre 1797 al 9 ottobre 1800 l'atamano dell'esercito cosacco del Don, Matvej Ivanovic Platov, era stato al confino nella citt di Kostroma. In seguito la situazione dell'atamano del Don caduto in disgrazia era peggiorata. Era stato richiamato nella capitale e il 9 ottobre 1800 era stato rinchiuso nel rivellino di Alessio nella fortezza di Pietro e Paolo, subito dopo il suo arrivo a San Pietroburgo. L rimase fino all'11 novembre 1801, quando cominci il processo condotto dal Senato a suo carico.
Quel giorno, tuttavia, l'imperatore Paolo I convoc Platov fuori dalla cella del rivellino di Alessio. Il fatto  che Paolo I, contrariato dal comportamento provocatorio dei suoi alleati, Inghilterra e Austria, aveva troncato i rapporti con loro e quasi contemporaneamente aveva stretto alleanza con Napoleone. Una delle condizioni di questa alleanza era quella di colpire immediatamente l'India, la pi ricca colonia inglese. I cosacchi del Don avrebbero dovuto attaccare per primi in India.
Paolo I liber Platov dalla prigionia, gli concesse di rimanere tre giorni a San Pietroburgo e gli ordin di andare urgentemente a Cerkassk per radunare i cosacchi. Bisognava mettere sui cavalli chiunque potesse cavalcare e dirigersi dal Don a Orenburg, passando per gli Urali. A Orenburg il governatore Bachmet'ev ti fornir uomini che conoscono la lingua del posto e tutto quello che ti serve per la campagna. Da Orenburg avviati per le steppe, oltre Chiva e Buchara, fino all'India.
Il 19 gennaio Platov si era gi lanciato al galoppo sui cavalli di posta in direzione di Cerkassk. Sempre l arriv il decreto imperiale firmato dallo zar: Radunare tutto l'esercito del Don nei punti di raccolta: tutti gli ufficiali e i ranghi inferiori presenti devono obbligatoriamente mettersi in marcia entro sei giorni con due cavalli e viveri per un mese e mezzo?. Si radunarono e si misero in cammino. Il primo mese procedettero allegramente, cantando canzoni. Successivamente per si aprirono le steppe inesplorate oltre il Volga (dove ora si trova anche la maggior parte delle colonie penitenziarie dell'UIN, la direzione penitenziaria, della regione di Saratov). Cominciarono i guai: i cosacchi facevano la fame, si ammalavano. Morivano cavalli e cammelli ogni giorno. Per cercare la strada per Chiva e Buchara si procedeva a casaccio. Sulla mappa che aveva mandato Paolo I, la strada fino a Buchara e Chiva e poi fino all'India era indicata da una linea sottile e nessuno sapeva cosa si nascondesse al di l. In tre settimane i cosacchi percorsero settecento verste su una strada difficile. Molti morirono di malattia e di freddo e anche la moria di cavalli si intensific. Nell'esercito si sollev il malcontento, ci furono anche casi di aperta insubordinazione non solo tra i soldati semplici cosacchi, ma anche tra gli ufficiali. Tutti cominciarono a chiedere all'atamano Platov di tornare sul Don. Finalmente, il 23 marzo, quando i reparti d'avanguardia dell'esercito avevano gi raggiunto il corso superiore dell'Irgiz, nel villaggio di Mecetnoe, che si trovava nel distretto del Volga del governatorato di Saratov, un messaggero da San Pietroburgo li raggiunse e comunic loro la notizia della morte di Paolo I e dell'ascesa al trono del nuovo sovrano Alessandro I. Alessandro I ordin ai cosacchi del Don di tornare in patria. Paolo I era stato ucciso in un complotto organizzato dall'ambasciatore inglese a San Pietroburgo. La Russia ruppe l'alleanza con Napoleone. Le colonie inglesi in India scamparono l'invasione russa. Gira la testa a pensare quale situazione si sarebbe venuta a creare se i cosacchi del Don si fossero stabiliti allora in India.
Napoleone, l'imperatore dei francesi, non rinunci alla sua idea di conquistare l'India. Oltre al desiderio di strappare all'Inghilterra una ricca colonia, Napoleone aveva sete di imprese: e dove si sarebbe potuta compiere un'impresa, se non in India? Come  noto, l'Europa veniva da lui definita una tana di talpe'. Quando era ancora un generale della Repubblica, aveva infatti compiuto la campagna d'Egitto senza un obiettivo che potesse essere spiegato da alcuna strategia militare: l'Egitto era per una zona adatta a compiere delle imprese.
Il 4 e 5 novembre 1812 presso il villaggio di Krasnyj i cosacchi dello stesso atamano Platov si impossessarono di parte dei carriaggi del maresciallo Davout. Oltre ai cannoni, ai generali prigionieri, a numerosi ufficiali e membri di ranghi inferiori, nei carriaggi, tra le carte e i progetti, vennero trovate le mappe della Turchia, dell'Asia Centrale e dell'India.  anche noto come Napoleone volesse rendere la partecipazione dell'armata russa all'invasione dell'Indostan una delle condizioni della pace con la Russia. Molto probabilmente lo scopo di Napoleone non era conquistare la Russia: desiderava semplicemente passare per la nostra Scizia e costringerci a conquistare l'India insieme a lui. Napoleone era in competizione con Alessandro Magno.
In questo modo a Mecetnaja Sloboda, il lontano insediamento scismatico oltre il Volga, sul fiume Irgiz, ebbero luogo due eventi storici di enorme importanza. Perch? Evidentemente l esiste uno spazio fuori dal comune. Lo percepisco mentre cammino per il cortile arroventato dal sole della colonia n. 13, a circa cinquanta chilometri da Mecetnaja Sloboda.
Come epilogo a questo esempio di luogo geografico magico, dove per due volte si  realizzata la Grande Storia, non  di scarso interesse aggiungere le seguenti informazioni. Vasilij Ivanovic Capaev, soldato famoso (anche Pugacev e Platov erano soldati), nacque il 9 febbraio1887 e mor il 5 settembre 1919. Dal 1897 al 1913 Capaev visse nella citt di Balakovo nella regione di Saratov. Poi partecip alla Prima Guerra Mondiale. Nel settembre del 1916 fu gravemente ferito. Rimase nella citt di Saratov nel 1916-1917 per essere curato. Il 13 dicembre 1917 Capaev venne scelto come comandante del 138 reggimento di fanteria di riserva, acquartierato vicino alla citt di Nikolaevsk: fino al 1835 quella colonia si era chiamata Mecetnaja Sloboda. Capaev form l il 1 battaglione di Nikolaevsk, trasformato in brigata, poi in divisione e infine nella 25a divisione di fucilieri di Capaev. La divisione di Capaev ebbe un ruolo significativo nella disfatta delle truppe di Kolcak. Su proposta personale di Capaev nel 1918 la citt di Nikolaevsk, ex Mecetnaja Sloboda, venne rinominata Pugacev.
Ecco ci su cui riflettevo nel cortile arroventato, camminando dalla linea rossa, il confine con il reparto n. 9, fino alla recinzione blu.

13.

Da solo non potevo decidere niente. Camminavo per il cortile e aspettavo. Poi Ali-Paa mi ha riportato al reparto n. 16. Neanche lui sapeva niente del mio destino.
Non  ammesso andare in giro per il campo cos, da soli. A un semplice zek i caproni non permettono di uscire dal cancello. Vigilano ai loro posti di guardia. Come si  gi capito, noi andiamo ovunque - al refettorio, al circolo, a lavarci - come reparto, in file di cinque persone, a passo di marcia, con il boss e i capisquadra in testa. Se, mettiamo il caso, uno zek viene convocato nell'edificio del sorvegliante operativo, in infermeria o in una sezione particolare (cos viene chiamata solo la sezione di documentazione) o dai disciplinari o ancora da qualche altra parte, deve essere accompagnato o dal boss o da un caposquadra. Il caposquadra porta con s un permesso speciale e, quando lui e lo zek vengono fatti passare dal cancello, il caposquadra sale gli scalini per andare dai caproni (i posti di guardia sono sistemati su basamenti di cemento, in modo che i caproni possano vedere tutt'intorno), mostra il permesso e spiega dove sta andando e chi sta portando. Un semplice condannato che va da solo da qualche parte sarebbe un fatto fuori dall'ordinario. I caproni uscirebbero di corsa dalle loro garitte e lo catturerebbero subito.
Ali-Paa mi ha condotto al reparto n. 16 e ha espresso la speranza che mi trasferissero comunque da lui nel 13, dove si era riunita della gente rispettabile', come mi ha detto.
La mattina seguente mi trovavo al PVO del reparto n. 16 a far finta di stendere un verbale. Vicino a me era seduto il taciturno Leka Lec, che scriveva con accanimento cartellini e targhette per i nuovi zek arrivati. Soffriva tantissimo per la lettera di Elena. I detenuti di trasferimento spolveravano attentamente con le dita le foglie delle numerose piante del PVO. Ho raccontato a Leka del mio incontro con Pristavkin. Leka ha ascoltato e poi ha ricapitolato: Presto andr a casa, Eduard. Dal suo Partito. E invece io chiss dove andr...
Vieni a Mosca, passa da noi al Partito gli ho detto io. Sarai utile. Ci serve gente cos. Sei un buon sergente. Ti ho osservato e sono arrivato alla conclusione che hai delle capacit. Non so solamente qual  il tuo rapporto con l'alcol... Bevi?
Bevo, ma come tutti ha detto Leka. Non ho vizi particolari. A dir la verit, adesso che uscir, berr un po'. Poi, probabilmente, verr a Mosca. E anche lei a quel punto sar gi in libert.
Questo  ancora da vedere ho detto. Il rappresentante del Presidente, forse, a pranzo ha bevuto pi cognac di quanto avrebbe dovuto, perci si  commosso e si  ricordato dei diritti dell'uomo. Tu non contare sulla mia liberazione. Vai l, ti scrivo l'indirizzo del nostro quartier generale. Di' che sei stato insieme a me nel campo. Ti accoglieranno e ti troveranno qualcosa da fare. Sai dirigere le persone, questo l'ho visto.
Ho dato a Leka il nostro indirizzo di Mosca. Il bunker del Partito. Mentre scrivo queste righe, il bunker non c' gi pi. E Leka  arrivato quando io ero in libert. Ha telefonato al bunker da Mosca, gli hanno detto che mi avrebbero trovato e che avrebbe dovuto richiamare dopo un paio d'ore. Ma non ha richiamato. Leka si  rivelato impaziente. Instabile. Un ebreo cocciuto, se ne avesse avuto bisogno, avrebbe richiamato dieci volte. Cento volte. Un uomo russo invece  facile da abbattere. Non mi ha trovato subito al telefono e ha smesso di tentare. Si  formulato da solo la propria sentenza.
Allora, in uno degli ultimi giorni di maggio, i detenuti di trasferimento avviliti spolveravano le foglie delle piante, mentre io e Leka stavamo seduti al banco vicino alla parete. Dopo pranzo quel giorno sono stato comunque trasferito nel reparto n. 13.
Nel pomeriggio camminavo gi per il cortile arroventato del reparto n. 13 con Jurka Karla, un tizio della regione di Mosca, che nella sua precedente vita in libert era stato un musicista rock. Prima di abitare nella regione di Mosca, aveva vissuto a Perm' e gli avevano dato il soprannome di Paglia. Jurka mi ha fatto un po' di domande riguardo Letov. Letov, la leggenda del punk russo, ha avuto una forte influenza su tutta la sua generazione.
Jurka camminava vicino a me zoppicando. Pi tardi  saltato fuori che, secondo gli standard del campo, mi avevano preso subito nella serie A del reparto: a me rivolgevano la parola Ali-Paa, il caposquadra, il boss Anton e anche Jurka Karla, che era il presidente dello SKO e non era solo un condannato a sei anni e mezzo secondo l'articolo 111.
Il suo crimine' aveva preso forma in questo modo. Nella sua Podol'sk, nella regione di Mosca, Jurka aveva l'abitudine di andarsi a rilassare in un edificio che era in costruzione da molti anni e non era mai stato finito. L suonava la chitarra, accoglieva i visitatori e gli ammiratori, si sbronzava e frequentava le ragazze.  successo che un giorno, nel posto in cui Jurka di solito si accampava,  stato ritrovato il cadavere di un uomo. Gli investigatori a cui  stata affidata l'indagine ovviamente sono subito venuti a sapere che il posto era un punto di ritrovo per i giovani. In Russia i giovani, per tradizione, non hanno un posto dove andare. Non ce l'avevano nel periodo sovietico e non ce l'hanno neanche oggi.  chiaro che i figli di genitori abbienti si ritrovano nei club, nei caff o nei ristoranti, ma dove pu andare la compagnia dei ragazzi del condominio? Solitamente va nel giardinetto di un asilo, in uno scantinato, in una soffitta o in un cantiere. Gli investigatori hanno cominciato a scavare. Il loro compito  che qualcuno venga condannato per un crimine. Jurka in quel periodo, come molti giovani russi, stava vivendo la sua fase da skinhead. Nonostante i capelli scuri e l'origine chiaramente ungherese, che si nota anche dal suo cognome, Jurka era stato per un po' uno skin in quel periodo.  stata proprio questa cosa, evidentemente, ad attirare gli investigatori. Era il 2000. Gli skin a quel punto erano gi personaggi tristemente di moda. Nelle deposizioni dei testimoni si afferma che Karla avrebbe detto che bisognava fare fuori i neri e avrebbe parlato del suo odio per loro. Tutto questo me l'ha raccontato in dettaglio Jurka successivamente, quando abbiamo avuto tempo di fare due passi - di solito non ne avevamo - e lui ha voluto raccontarmi la sua storia. Generalmente non voleva. Gli investigatori hanno cominciato a torchiare Jurka e i ragazzi che stavano con lui nell'edificio in costruzione. I testimoni, spaventati dalle minacce di essere trasformati in imputati, hanno rilasciato delle deposizioni che in modo indiretto denunciavano Jurka. Non hanno detto di averlo visto picchiare l'uomo con l'intenzione di ucciderlo. Niente di tutto questo. Hanno per fatto sottili affermazioni del tipo: noi ce ne siamo andati e lui  rimasto l. Da solo. E Jurka, purtroppo, non aveva un alibi. Alla fine, mettendo insieme le testimonianze, gli hanno dato sei anni e mezzo. La cosa pi assurda  il movente del crimine: avrebbe picchiato a morte quell'uomo, perch era un razzista e odiava i caucasici con il naso a gobba. L'ironia maligna della storia sta nel fatto che il cadavere non era n di un caucasico n di una persona con il naso a gobba, ma aveva piuttosto l'aspetto di un tipico "Vanja" russo e biondo.
Jurka  rimasto un po' nella prigione di Podol'sk e ha imparato a fare i tatuaggi. L non se la passava male. Ha sofferto quando  arrivato nella zona modello pi esemplare della Russia, dove  stato picchiato da un caposquadra.  per questo motivo che zoppica: a causa del pestaggio gli si  storpiata una gamba. D'altra parte  possibile che non sia stato un caposquadra a picchiare Jurka allora, ma un dubak, un sorvegliante. Jurka  un tipo chiuso e cauto. Non dir mai qualcosa che gli possa recar danno. Abituato ai privilegi della prigione nera di Podol'sk, Jurka ha tentato di comportarsi allo stesso modo anche nella colonia n. 13 della regione di Saratov, ma qui lo hanno piegato. Non c' nulla di sorprendente nel fatto che dalla regione di Mosca sia finito nella colonia n. 13. Proprio in merito esiste una disposizione del GUIN, secondo cui i condannati nella regione di Mosca devono essere trasferiti a scontare la pena nella colonia n. 13. Perch? Forse perch quelli della regione di Mosca per tradizione vengono ritenuti sia nell'esercito sia in prigione degli stronzi strafottenti e la colonia pi rossa di Saratov ha il compito di piegarli? Probabilmente  proprio cos.
"Ci sono giovani nei villaggi russi!" pensavo con stupore riguardo a Jurka, parafrasando il poeta Nekrasov. Una meravigliosa combinazione di operosit, capacit nel lavoro, fredda concentrazione e disciplina. Certo, nella colonia tutti, volenti o nolenti, sono disciplinati. Ma tra il distratto lettore di gialli, il drogato' Kirillov e il prigioniero di guerra austriaco Karla c'era una distanza abissale. Ho dimenticato di dire che, oltre alla quantit enorme di attivit che svolgeva come direttore della sezione culturale, - non solo organizzava la squadra del KVN, il concorso dilettantistico del reparto n. 13, ma scriveva per essa anche le canzoni e i testi dei dialoghi - Jurka studiava all'istituto tecnico. Una volta ogni sei mesi venivano qui i professori a fare gli esami. Ovviamente dirigere dodici diverse riviste di tutte le sezioni non si pu definire un'attivit ragionevole: era un'attivit pensata per far correre il criceto nella ruota. Cio era una fatica di Sisifo pari alla raccolta dell'umidit dal cielo dopo la pioggia. La cosa pi sorprendente  che lo stesso Jurka ha ammesso con me pi di una volta, probabilmente dimenticando di avermelo gi detto, di essere diventato cos ordinato ed esperto solo nella colonia. Nelle sue parole c'erano persino toni di gratitudine per il posto dove inizialmente gli hanno rotto una gamba, l'hanno picchiato, ma dove poi  diventato una persona ordinata e assennata. Io, che sono diventato ordinato e assennato da solo, e molto tempo prima, non potevo dargli ragione. Cominciamo col dire che ho capito con certezza che non aveva picchiato a morte quel poveretto nel cantiere. Per questo tutto quello che gli  accaduto in seguito poteva essere considerato solo un maltrattamento, un'inflizione di inutili sofferenze e di violenza da parte dello Stato. Penso che Jurka sarebbe diventato un giorno assennato e ordinato anche senza la colonia, il sangue austroungarico si sarebbe rivelato. L'ereditariet genetica  una cosa potente, nessun ambiente pu trasformare un uomo con un'ereditariet positiva in un barbone o un alcolizzato. Non ne avrebbe la forza.
Ed ecco, Jurka... Mi ha preso addirittura sotto la sua protezione, mi ha detto di togliere la camicia da sotto il giubbotto, perch non era permesso, mi avrebbero rotto il cazzo, sarei andato in cella di rigore: sotto era permesso portare solamente una maglietta o un maglioncino senza collo. Mi ha fatto notare che molti zek lavavano i propri calzini quasi ogni sera prima della ritirata. Jurka non aveva il letto vicino al mio, non poteva sapere se i miei calzini puzzassero, ma mi ha fatto notare con tatto che molti li lavavano. Non solo li lavavano, ma li stiravano sempre. Due volte a settimana venivamo ispezionati meticolosamente dai caproni. Sia davanti sia dietro, per vedere se la nuca era rasata. Capitava che strappassero via agli zek le camicie scolorite, i pantaloni o le scarpe logore.
Ho capito che il prototipo della colonia era l'esercito sovietico. Nient'altro. Quello che gli ufficiali sapevano nell'esercito, lo hanno inculcato anche a noi qua. Ovviamente sopra di noi stava il nostro grosso colonnello Zorin, simile a un impasto: lui era il Padrone. Ma non era stato lui a inventarsi i regolamenti dei luoghi di reclusione, li avevano inventati i primi militari mandati, penso ancora negli anni Venti, a costruire il sistema di pena sovietico: il GULAG e poi il GUIN. L'esercito sovietico ha ereditato dagli eserciti feudali del periodo zarista le crudeli e spiacevoli tradizioni delle percosse, dell'utilizzo dei soldati da parte degli ufficiali come servi della gleba (e se nell'esercito l'ufficiale  padrone' o 'padre', in misura ancora maggiore nella colonia diventa zar o Dio). Jurka si era inserito in questo esercito, lo aveva accettato ed era diventato un soldato svelto, pieno di iniziativa e sempre pronto a far tutto. Anche in questo, tuttavia, si nascondeva un pericolo. Essendo in grado di svolgere la migliore attivit dilettantistica della colonia, rischiava che la colonia fosse interessata a trattenerlo nel suo abbraccio di filo spinato il pi a lungo possibile. Accadeva cos con le persone che servivano alla colonia: con i boss, con i tecnici specializzati della zona di produzione, con gli zek ricchi, che potevano essere munti per il sociale', cio gli aiuti sociali alla colonia, sotto forma di vernice, cessi, cemento, assi e altri materiali simili necessari. Tentavano di non rilasciare queste categorie di detenuti secondo l'UDO, sebbene proprio loro lo meritassero pi degli altri. Ma tale  la bassezza della colonia e la sua vita.

14.

Sono rimasto al reparto n. 13 e mi hanno assegnato al PVO. Il boss Anton me lo ha comunicato attraverso un intermediario, il caposquadra Soldatov, un tizio giovane e buono, dall'indole del tutto giudiziosa.Eduard, aiuterai a pulire il PVO mi ha detto Soldatov vergognandosi. Ti faranno vedere quello che c' da fare.
Ma io sono un pensionato ho detto sfacciatamente.
 chiaro ha sospirato Soldatov. Ma qui da noi tutti fanno qualcosa. Non si pu non far niente. Mi si  avvicinato. Prendi uno straccio in mano e fai finta di lavorare. Aiuterai Safronov.
Safronov era della regione di Mosca e, quando ci siamo presentati, mi ha detto che non dovevo aver fretta. Mi ha lasciato al PVO, lui se ne  andato nel cesso ed  tornato con un secchio d'acqua e uno straccio. Ha messo gi il secchio e mi ha proposto di spostare i blocchi di sedie del circolo, ammassandoli verso la parete. Abbiamo preso un blocco dai due lati e con agilit abbiamo spostato tutta quella batteria. Poi Safronov ha cominciato senza fretta a lavare il pavimento. A me ha consigliato di mettermi a togliere la polvere dalle superfici orizzontali delle sedie e dai quattro acquari. E anche dal televisore, che stava in alto a destra della porta, dai tavoli nell'angolo a sinistra della porta - l si trovavano tutte le cose di Jurka Karla -, dai nostri diplomi e premi (ho contato in tutto ventisette pezzi) e anche dalla fotografia-puzzle della bambina con i capelli verdi. Ho preso un piccolo straccio e mi sono dedicato a quel lavoro inutile, dato che gli zek lo compiono tutti i giorni e quindi non  possibile che da noi si depositi della polvere. La pulizia  per inclusa nel nostro orario e i caproni controllano che venga compiuta, spuntando all'improvviso. Per la pulizia sono previste due ore. Ognuno ha il proprio posto. La cosa pi disgustosa, ovviamente, era la pulizia dei dormitori: visto che di posti a dormire ne avevamo pi di un centinaio, c'era da spostare tutte queste brande a due piani, togliere la polvere dagli schienali, insaponare il pavimento fino a che non si formava la schiuma e sciacquarlo: tutto questo mi sembrava un'occupazione ancora pi noiosa e rivoltante. Persino della pulizia del PVO. Al PVO c'era meno rumore e, mentre Safronov puliva in silenzio il pavimento, io potevo immergermi nel mio mondo solitario, il che rappresenta il piacere massimo e pi raro in una colonia affollata.
Cominciavo dalle finestre. Le aprivo. Mettevo sul pavimento sotto al televisore i fiori. Arrivava il detenuto che era responsabile dei fiori e li bagnava. E quelli stavano l, in attesa che il resto dell'acqua defluisse per finire sul pavimento. Dal cortile proveniva in generale un odore amaro di alberi, ma a volte arrivava il fumo tossico della zona di produzione. L'odore degli alberi, per, era comunque pi forte. E anche l'odore di fresca umidit. A quell'ora Jurka Karla scriveva ancora nell'angolo i nostri documenti di reparto, prima di andare al circolo. A volte insieme a Karla c'era uno dei suoi aiutanti. Le loro schiene erano placide, pacifiche. Di solito la porta del dormitorio era chiusa. Attraverso i vetri della porta si vedevano gli zek che spostavano i letti o fregavano il pavimento con le spazzole. Nel PVO si stava bene. E la bambina dai folti capelli verdi mi guardava con uno sguardo torvo. Ammetto di aver avuto un particolare rapporto di intimit con lei. Mi guardava in un modo, quella bambina-adolescente simile a una bella ebrea! Mi guardava in un modo! Come un cacciatore fissa la selvaggina! Non so quanti anni avesse quella bambina-Demone. Mio Dio, come mi turbava! Da ogni punto del PVO, se mi giravo all'improvviso, lei mi seguiva con uno sguardo bollente e soffocante di carne vietata dalla legge. Fuori dal comune e sofferente, lei mi seguiva. Ero geloso degli altri zek e non mi faceva piacere quando la guardavano, quando guardavano il suo viso ardente e le braccia nude. Grazie a Dio, d'altra parte, gli zek la guardavano poco. Il piccolo Demone non li turbava, credo, a loro piacevano le donne prosperose. Ho chiesto a Karla, con indifferenza, che cosa fosse quel quadro, da dove fosse spuntato fuori. Jurka ha menzionato uno zek ormai anonimo che aveva fatto quel puzzle: mi ha detto che lo zek era tornato in libert gi da tempo, ma il quadro era rimasto.
E chi raffigura? ho chiesto, forse  una delle fotografie di Lewis Carroll? Era un depravato e gli piacevano le bambine.
Jurka non si ricordava bene chi fosse Lewis Carroll. Mi ha detto che non sapeva chi vi fosse raffigurato ed  tornato a scrivere. Giorno dopo giorno, mi sono abituato a contemplare la sua misteriosit finch il Demone ha cominciato a eccitarmi e turbarmi. Pur rendendomi conto che questa era in qualche modo una perversione, era come se avessi iniziato a vivere con questa bambina-Demone e l'avessi presa come concubina. Mi immaginavo le cose pi oscene e appassionate e lei contraccambiava. Contraccambiava sempre! Mi voleva! Ero capace di eccitarmi solo dandole un'occhiata. Anche in presenza degli zek e dei caproni! Ho ampliato i limiti dell'uomo con questo mio legame.  venuto fuori che era possibile vivere con il ritratto di una cupa minorenne come con una persona viva. Inoltre quel Demone non aveva difetti!
Immagino che il capitano Evstaf'ev mi avrebbe descritto come un mostro nella sua rivista se fossi stato tanto stupido da parlargli del mio legame amoroso con il ritratto.
Ho cominciato a pensare a quanto fossi stato fortunato. Sarei potuto finire in una colonia senza quel ritratto. Forse in nessun'altra colonia della Federazione Russa  appeso un ritratto simile. Sono appese fotografie o disegni volgari, che rappresentano donne sessualmente mature. E qui, invece, che fortuna! Con un Demone cos ci si pu passare tanto tempo qui.  una compagna rara per me... Molto probabilmente  straniera...
E con la pulizia del PVO finiva tutto in questo modo: mettevamo le sedie a posto, le pareggiavamo e io rimettevo sui davanzali i fiori. Pi o meno a met delle pulizie compariva il georgiano Badri, con un secchiello di vermi freschi. Badri doveva prendersi cura dei pesci e degli acquari. Tagliava i vermi in porzioni e li dava in pasto ai pesci piccoli. Lasciava alcuni vermi interi per il suo beniamino Chronos. Questo pesce feroce, imprigionato in una corazza d'oro rivettata, stava in un acquario a parte. Non poteva essere messo insieme agli altri pesci perch azzannava i rivali, mentre i pesciolini piccoli semplicemente se li mangiava. Per questa ragione Badri lo teneva separato. Una volta ha fatto un esperimento in mia presenza: ha catturato Chronos con una reticella e lo ha messo nell'acquario vicino, dove vivevano abbastanza pacificamente alcuni grossi pesci. Un bel pesce verde-azzurro, che sembrava di peluche,  uscito da sotto una tazza rotta, per battersi con Chronos. Si sono afferrati a vicenda per il labbro inferiore. Il brigante Chronos ha staccato un pezzo di labbro al pesce verde-azzurro e quest'ultimo  scappato via. Badri mi ha detto che Chronos aveva agito con cautela, dato che si trovava in territorio estraneo, mentre nel proprio acquario era aggressivo come un diavolo. Badri ha catturato Chronos, lo ha rimesso nelle sue acque e gli ha dato un verme. Il feroce pesciolino d'oro ha ingoiato il verme e si  gonfiato sotto i nostri occhi. Dopodich si  adagiato sulla corrente di ossigeno che usciva da un tubicino sul fondo dell'acquario ed  rimasto immobile a digerire il cibo. Nelle due casse comuni', negli acquari comuni, Badri tiene dei bei pesci normali. Quelli adulti scivolano dolcemente in superficie, mentre i giovani guizzano sul fondo. Grazie alle lampadine i pesci si vedono benissimo. Strofinando gli acquari ogni mattina, osservo la loro vita monotona e misurata. Sono creature tranquille. Chronos  un'eccezione fra i pesci. Badri ha ricevuto una pena di otto anni, ne ha gi scontati sette. Ricorda sempre pi spesso l'Agiaria, il Paese da cui proviene.
Com' oggi la situazione con i vermi? gli chiedo.
Molto difficile, compagno Eduard mi risponde con accento. Si sono nascosti, si sono rinsecchiti, non vogliono risolvere il problema dei viveri.
Gli parlo senza fretta e contemporaneamente strofino con lo straccio le superfici pulite e completamente sterili. "Cosa sembra e cosa mi ricorda tutto questo?" penso. Finalmente una mattina mi sono tornati in mente i versi confusi di una mia poesia giovanile:
Nel governatorato numero quindici
Come la mattina ululavano le fabbriche
Come l'autunno la pioggia era acida
Il farmacista si alzava sbadigliando
Versava alla creatura l'acqua fino all'orlo
E nel barattolo mordendosi le labbra
Quella creatura si dimenava...
Cos un anno si protrae e passa
Ancora un anno passa
La creatura con il fiocco rosso
Aspetta instancabile il farmacista...
Ogni fredda mattina
Infilandosi il camice
Il farmacista va a servirlo
E poi torna a dormire.
Badri non tornava a dormire, ma le mattine nella colonia n. 13, come nel governatorato n. 15, erano fredde, ululava la sirena della zona di produzione, Badri cambiava l'acqua ai pesci. Senza dubbio accanto alla mia biografia reale esiste anche una mia biografia mistica. E ho avuto accesso alle scene di questa biografia mistica attraverso visioni profetiche decine di anni prima che accadessero. E poi sono cominciate anche le piogge sulla colonia n. 13, sul ritratto della bambina-Demone e su di me...

15.

A giugno sono cominciate le piogge e i temporali. Il tempo era instabile, a volte la mattina, ancor prima della sveglia, venivamo destati dallo spaventoso rombo di un tuono, come se vicino a noi stessero abbattendo degli enormi edifici. Come se stessero colpendo la parete con la massiccia palla da demolizioni di una gru, sapete, e dopo la parete scricchiolava a lungo. Il tuono era accompagnato poi all'improvviso da un acquazzone tale che non ci portavano a fare ginnastica e gli zek si accalcavano allegramente nella cucina, riscaldandosi con un t. Dopo aver riversato milioni di tonnellate d'acqua sulle steppe del Volga, per, il cielo d'un tratto perdeva le proprie forze e gi dopo un'oretta usciva un sole cocente. Gli umiliati, senza aspettare l'ordine di Ali-Paa, afferravano le spazzole e i secchi e correvano a liberare il cortile dall'acqua. Con le spazzole raccoglievano velocemente l'acqua di singole pozzanghere piccole in una pozzanghera grande e con le palette riempivano di acqua i secchi. Usciva Ali-Paa, cattivo fuori ma buono dentro, e, sbraitando terribilmente, chiamava sempre gli stessi zek perch aiutassero gli umiliati: il detenuto della cella di rigore Sycov, il drogato Kirillov e un'altra decina di zek che aveva sempre a sua disposizione. Erano tutti degli sgobboni che, per qualche ragione, non si trovavano alla produzione. Ho notato che Ali-Paa non si permetteva mai di comandare a bacchetta n Vasja Ogly n il suo amico Ljapa, n me n l'azero Ansor. Nella testa di Ali-Paa erano nitidamente presenti ogni giorno gerarchie del mondo, sebbene si mordesse le labbra come un elefante selvaggio e desse l'impressione di essere un uomo sfrenato.
Ecco quindi che gli umiliati e gli sgobboni correvano come nel mezzo di un incendio, ammucchiando l'acqua, riempiendo i secchi e portandoli allo scolo fognario, dove li vuotavano attraverso la grata. Bisognava fare in fretta, perch i tre appelli quotidiani non potevano essere rimandati neanche da Dio stesso e per l'appello l'asfalto crepato del cortile doveva essere asciutto. Se non lo fosse stato, peggio per noi! Nel campo n. 13 regna una responsabilit collettiva, perci il reparto che non ha asciugato in tempo il proprio cortile verr punito. Esistono numerosi modi di punire. Il pi leggero  quello di togliere al reparto la quantit necessaria di punti al mese e, su questa base, vietare di guardare la televisione dalle 22 fino all'una di notte il venerd e il sabato. La mancanza di uno spettacolo ha una cattiva influenza sulla salute psicologica dei detenuti. Questi, irritati per non aver potuto guardare la tv, creeranno pericolose situazioni di conflitto, litigheranno e saranno puniti. Sono stato informato per la prima volta del sistema dei punteggi da Jurka Karla.  saltato fuori che tutte le azioni dei condannati del reparto vengono valutate con dei punti e ogni mese il consiglio della colonia tira le somme. Non mi ricordo quanti punti ci dessero per ogni articolo che scrivevamo nel giornale dei condannati di Saratov, ma mi sono stupito di quanto fossero pochi, dieci o gi di l. Jurka Karla conosceva tutti i punteggi di ogni attivit: si accollava, e lo dico senza esagerare, tutto il lavoro amministrativo del reparto, dirigeva dodici riviste. E lo aiutavano solo poche persone: Safronov, il tizio che arrivava dalla regione di Mosca; Kacuk, un ucraino con i modi di fare di un sergente; Voroncov, un ragazzo della stessa categoria di Leka Lec, ma diluito al cinquanta per cento e minuto, con un naso lentigginoso, che aveva ricevuto una pena di quindici anni e stava gi scontando il tredicesimo. Sportivo, composto, preciso, sembrava che in lui non ci fosse un difetto, era come un militante del Komsomol, l'Unione comunista della giovent; questo Voroncov, tuttavia, secondo Jurka, aveva un carattere molto difficile. Per questa ragione, dovendo svolgere molte mansioni del livello medio, non aveva retto ed era andato via. Insomma, volevo solo chiarire che l'acqua nel cortile doveva essere tolta tutta a qualsiasi costo, subito dopo la pioggia. Non c'era alternativa. Correvamo con l'acqua, dunque. Un buon padrone avrebbe potuto pensare con la propria zucca e arrivare alla conclusione che si dovesse risistemare meglio il cortile. Fare in modo che i buchi scavati dal tempo fossero tappati e che il livello stesso del terreno si sollevasse un po' verso la baracca e degradasse verso l'aiuola con i fiori e gli alberi. E che vicino all'aiuola ci fosse una scanalatura, cos che l'acqua vi scorresse per finire nella grata della fogna e nello scolo. A quel punto i condannati non avrebbero corso come nel mezzo di un incendio quasi ogni maledetto giorno, per compiere l'assurda attivit di trasportare dell'acqua: una fatica di Sisifo, in sostanza. Alcuni giorni pioveva pi volte e la pioggia faceva apposta a scendere fra un appello e l'altro, perci talvolta quell'asciugatura febbrile veniva compiuta due o persino tre volte. Cos avrebbe agito un buon padrone nel suo territorio. Il buon padrone della colonia, tuttavia, non aveva agito cos. Perch il buon padrone della colonia in una giornata deve sfinire i condannati. Perci nessuno aveva attentato alle fosse e alle buche, neanche il nostro forte superuomo Anton. Sapeva che non gli avrebbero permesso di tapparle, se avesse commesso la sciocchezza di andare dal Padrone con questa proposta. E non ci  mai andato perch era un superuomo intelligente. Ci sarebbero voluti in tutto un paio di sacchi di cemento e un qualsiasi padre di un qualsiasi condannato le avrebbe sistemate. Ma come a Sisifo gli dei avevano inflitto la pena di spingere la propria pietra quasi fino alla cima della montagna, perch poi essa ricascasse inevitabilmente gi, cos a noi era stato imposto di raccogliere dal cielo l'acqua che sarebbe poi tornata a scendere quello stesso giorno. O sarebbe tornata a scendere il giorno successivo. In sostanza, la fatica di Sisifo  una pena molto russa,  come se l'avesse inventata un funzionario del GUIN. E di costi non ce n': c' una vera collina, una pietra e il condannato Sisifo, o forse si chiamava Rachid.
L, sotto il cupo cielo delle steppe del Volga, uscivo con il chep sulla testa e afferravo anche io ora un catino, ora un secchio. Lo facevo persino negli ultimi giorni, quando gi aspettavo la liberazione: in quel periodo il condannato ha diritto ad alcune concessioni non scritte. Ma non riesco a guardare gli altri che lavorano e starmene l impalato. Vattene, vecchio! mi gridavano i ragazzi. Edik! Ma a che cazzo ti serve? sibilava sopra di me Ali-Paa. Io portavo testardamente l'acqua insieme a loro. Se puoi essere un uomo, cerca di esserlo.
Era anche difficile tener duro. Persino i pi viziati e privilegiati fra di noi non ce la facevano. Quando si corre con i secchi, si riempiono secchi e catini, si raccoglie l'acqua, la si spazza con le ramazze nell'aiuola, si riesce forse a reggere in questa frenesia da marinai? Il cielo all'improvviso si spaccava, spuntava come un riflettore un raggio cocente di sole, mentre attorno c'erano ancora le nuvole blu e fitte. I visi dei condannati, fino a quel momento patiti, si illuminavano, erano presi da una sorta di estasi che, ho notato, sorge sempre nei russi nei momenti di agitazione collettiva. L'ebbrezza data dal ritmo selvaggio del lavoro, una certa competizione reciproca, la dimostrazione della propria destrezza lavorativa e della propria forza: tutto questo accadeva sotto il cielo del Volga. E poi l'umidit mandata dal Signore non  la cosa peggiore con cui si  costretti a lavorare. Meglio del masso di Sisifo.
Confesso che, osservando i detenuti, mi venivano in mente pensieri criminali e mi immaginavo tutti quegli uomini e ragazzi mentre si sbarazzavano dello Stato e della civilt. In primo luogo delle citt di Engel's e poi di Saratov: le radevano al suolo, le portavano via come formiche dalla fronte nuda. Sotto le nuvole blu con un sole a pugnale. Forse proprio questo vogliono le Forze Superiori. In fondo sono state loro a consentire che avvenissero le purghe di Razin e Pugacev e le innumerevoli insurrezioni contadine nella Rus'. C' sempre stata una lotta tra i capi-boiari-sangue blu e quelli che sgobbano come neri. E cosa siamo noi, se non neri sgobboni? Chi altro siamo? Persino i nostri vestiti sono neri. E anche le nostre sofferenze sono nere.
A giugno  piovuto molto. La mattina soffiava un vento aspro. Dopo essere diventato un maestro nel sistemare il letto e aver assimilato i trucchi del lavarmi e della sosta al cesso, ho cominciato ad andare nel cortile circa un quarto d'ora prima della ginnastica. Facevo in tempo a issarmi sulle parallele fatte da tubi di ferro saldati e sollevarmi una trentina di volte dalla panchina in fondo al cortile vicino alla cassa di ferro con le attrezzature sportive.
16.

Il primo giorno di permanenza nel reparto n. 13 per poco non combinavo una cazzata. Avevo deciso di sedermi nel PVO sulle sedie pi lontane e stavo gi per mettermi su quella laterale a destra nell'ultima fila, quando il drogato Kirillov mi ha chiamato. Eduard, non sederti l,  il posto per gli umiliati. Cos ho saputo che da noi c'erano degli umiliati. E che i posti riservati a loro erano i tre blocchi di sedie nelle tre ultime file a destra dell'entrata, guardando dalla porta d'ingresso. Tre per tre, dunque ne avevamo nove di umiliati. Pi tardi, dopo che sono stati sciolti i reparti n. 8 e n. 15, gli umiliati son diventati undici. Nel grido di Kirillov non si era sentito un terror panico. Aveva semplicemente sollevato il viso dal suo voluminoso giallo e si era alzato un po' dalla sua sedia. Mi sono avvicinato a Kirillov e mi sono seduto vicino a lui. Kirillov  alto, magro, ha fra i venticinque e i ventisette anni, anche la sua testa  alta e magra, come una zucca sottile. Ho gi ricordato che  finito in prigione per stupefacenti secondo l'articolo 228, perci ha sul cuore un'etichetta gialla.
Fra gli umiliati erano finiti i tizi pi disparati. C'era un vecchietto astuto e attaccabrighe con un naso schiacciato e gli occhiali, soprannominato Martingala. Litigava sempre con il caposquadra Safar, lavorava al di fuori del reparto nei territori verdi della colonia e, nell'ultimo periodo, al KSP. Cio tirava su le cartacce, i ramoscelli, la spazzatura e strappava le erbacce nella fascia sterrata. Il fatto che uno zek lavorasse al KSP significava che sarebbe presto stato liberato e che mancavano solo pochi mesi alla sua liberazione. Martingala aveva l'aspetto di un comune vecchio attaccabrighe di campagna. Per la sua indole da brontolone lo portavano immancabilmente via dal reparto ogni volta che veniva in visita qualche commissione. E di commissioni, bisogna ammettere, da noi ne capitavano molte, dato che eravamo il reparto modello della colonia rossa modello, la migliore della Federazione Russa. Per questa ragione Martingala veniva nascosto. Un altro ottimo rappresentante degli umiliati era l'atleta Kupcenko. Alto, magro, le natiche sode avvolte nei pantaloni da lavoro. Un completo che una volta era stato blu, ora sbiadito fino a diventare azzurro: giacca, pantaloni e lo stesso chep. Kupcenko correva benissimo, era il campione della colonia. Partecipava anche al sollevamento pesi e nessuno lo allontanava: lo rispettavano.
A questo punto occorre spiegare che gli umiliati non erano intoccabili. Nel dormitorio dormivano nel loro blocco, separati da noi e dalla parete da stretti passaggi. Avevano un tavolo per s nella cucina. Avevano un proprio lavandino e un proprio water, cio un cesso all'europea, con la seduta. Il loro lavandino e il loro cesso non erano affatto peggio dei nostri. La mattina li invidiavamo persino, perch loro avevano un cesso per dieci sederi, mentre noi ne avevamo quattro per ottantacinque sederi. Gli umiliati avevano un proprio coltello con la punta completamente arrotondata, che per stava nella cassetta comune per i coltelli, e le proprie forbici, anche se in una sezione separata. Le attrezzature sportive venivano prese in mano da chiunque avesse il coraggio di fare sport, e nessuno diceva una parola n a Kupcenko n al giovane umiliato al quale Kupcenko offriva protezione. Il sorvegliante notturno Bars una volta ha fatto una scenata perch aveva trovato un coltello con la punta arrotondata nella stessa sezione degli altri coltelli. Tuttavia, facendo i pesi, Bars non  mai sembrato seccato dal fatto che le attrezzature sportive venissero prese dagli umiliati. Bars era un uomo serio, la sua pena di quindici anni stava per finire. Avevo inoltre notato pi volte che diverse guardie del PVO, senza aspettarmi, avevano messo i blocchi delle sedie in disordine, e le sedie degli umiliati erano capitate tra le sedie di quelli normali. Io, d'altra parte, non avevo detto niente.
Nessuno evitava particolarmente gli umiliati. Kupcenko partecipava a tutte le manifestazioni sportive, era allegro e sempre pronto a ogni lavoro. Quando il nostro caporeparto Pancenko ha giustamente suggerito a un'assemblea di reparto di candidare Kupcenko per un premio, hanno persino applaudito tutti. Tra gli umiliati c'erano anche due caucasici, uno dei quali era abbastanza sfacciato. Come si erano trasformati in umiliati? Io conosco la storia di Z., un tipo campagnolo, che non doveva avere pi di trent'anni. Scontava la pena in una prigione nera e si occupava di un lavoro abbastanza decoroso - era addetto alla strada', cio la rete di linee di comunicazione per gli zek, tese fuori dalla finestra, che permettono di spedire la corrispondenza (be', a volte anche gli stupefacenti) all'interno della prigione, fra le celle. La lettera viene arrotolata in un bossolo di carta e viene sigillata nella plastica dell'involucro delle sigarette. Si chiama pizzino'. Ecco dunque che un giorno Z.  stato chiamato a colloquio. Si  cambiato velocemente ed  stato portato via. In sua assenza hanno fatto una perquisizione e gli sbirri hanno trovato nella giacca di Z. dei pizzini non spediti. Il risultato  stato che hanno individuato gli autori dei messaggi, li hanno picchiati e li hanno mandati nello IZO. Per questo il sorvegliante di cella e il suo aiutante hanno violentato Z. e hanno continuato ad approfittare di lui per circa un mese. Secondo le leggi della prigione, non avevano il diritto di farlo senza il consenso dei ladri pi anziani: dovevano chiederlo al sorvegliante della prigione, un ladro nella legge, se c'era, oppure a un'autorit. Z. non aveva commesso un crimine tanto grande da essere punito in modo cos brutale. Il pizzino deve essere fatto tenendo conto che possa finire nelle mani dei poliziotti: deve essere cifrato, in modo che il suo contenuto possa essere compreso solo dal mittente e dal destinatario. Perci gli autori dei pizzini trovati nella giacca di Z. sono loro stessi in parte colpevoli della propria pena. Dopo un mese Z.  stato trasferito da quella cella maledetta e nessuno lo ha pi attaccato. La sua reputazione, per, lo ha accompagnato da quella prigione anche nella zona.
Generalmente un detenuto sa tutto degli altri detenuti, e quello che non sa glielo comunicano i buoni' dubak, i furbastri psicologi dei destini umani. Z. aveva l'aspetto di un ragazzotto assolutamente campagnolo, ed effettivamente veniva dalla campagna, dove lavorava come pastore. Nemmeno uno degli umiliati assomigliava a un frocio, nel senso di un personaggio grottesco che si atteggia a donna. Martingala sembrava un idraulico ostinato, Kupcenko un atleta, Z. un pastore. Ognuno di loro per aveva fatto una cazzata, e ora viveva come un umiliato. Da noi nel reparto n. 13, ripeto, non ho visto n sentito di qualcuno che li umiliasse.  anche vero che da noi si pu umiliare solo con il permesso o per ordine dell'amministrazione della colonia. Si pu anche uccidere, ma bisogna che ci sia un ordine specifico dall'alto e un caso particolare. E che il Padrone sia sollevato dalla responsabilit. Nelle colonie russe sono gi stati uccisi Raudev, Atgeriev e Leco Islamov, ceceni particolarmente famosi. Li hanno uccisi impunemente nelle colonie; Islamov, fra l'altro, l'hanno avvelenato mentre stava andando in colonia, tanto erano impazienti di farlo fuori.
Da noi gli umiliati corrono come diavoli. Se non c' la pioggia, c' la polvere. Quando stiamo in piedi per tutti e tre gli appelli, Z., Kupcenko e i loro amici umiliati tirano su con la paletta la polvere e le foglie, se ce ne sono. E ce ne sono: le nuvole chimiche non si sollevano invano sopra la vicina zona di produzione. Le foglie hanno cominciato a cadere gi a giugno. Per qualche strano motivo la vicinanza della chimica velenosa non ha effetti sulle rose. Nutrite delle sofferenze degli zek - la terra attorno a esse  curata, zappata e innaffiata da Martingala e i suoi compagni - le rose fiammeggiano, confondendoci, ipnotizzandoci e ingannandoci. Le rose sono diventate grandi, carnose, mentre gli umiliati ossuti e rinsecchiti.
Verso sera, stando in piedi vicino alle proprie brande, gli umiliati spettegolano animatamente. In questo si distinguono dagli altri abitanti del reparto n. 13. Spettegolano pi degli altri condannati. Qualche volta mi  capitato di osservare anche delle scenette molto toccanti. Ho visto Z. che copriva premurosamente le gambe di Martingala e gli rincalzava la coperta sotto la schiena. Ho sentito Kupcenko che dava istruzioni al suo protetto riguardo i calzini lavati. Si comportano e si rivolgono l'un l'altro meglio di noi.

17.

Un giorno  arrivato al PVO il ceceno Ruslan.
Eduard, c' l uno del reparto n. 9 che chiede di te. Mi ha detto che  stato con te nella prigione di Saratov.
Sono uscito dal reparto. Stava l in piedi nella sua tuta blu, vergognandosi e facendo luccicare i denti d'oro e marci, un recluso del nostro piano al terzo edificio, soprannominato Luna. Un uomo molto semplice. Padre di quattro bambini. Uno sgobbone. Completamente malato. Al terzo si sentiva solamente: Luna, vieni qua!, Luna, dove stai andando?, Luna! Si  sistemato vicino a me e abbiamo camminato un po' per il nostro territorio. Anche se secondo le regole lui sarebbe dovuto stare oltre la linea rossa, nel territorio del reparto n. 9. Passare attraverso la nostra zona gli era consentito, non c'era altra strada per il 9, ma stare qui era vietato. Luna mi ha chiesto se avevo una busta, voleva scrivere ai suoi.
Io ci ho pensato su e gli ho portato una busta. Jurka mi ha visto e ha detto con invidia: Avresti fatto meglio a darla a me! Cos come il t e le sigarette, le buste sono moneta forte nel campo. E a quel tempo non mi venivano ancora inviati i pacchi. Il Partito lo aveva fatto regolarmente quando ero stato in prigione, ma poi c'era stato un disguido. Non erano volutamente stati informati su dove mi avevano assegnato, in quale colonia, e poi io mi ero trovato in quarantena, dove i pacchi non vengono accettati. Solo a giugno ho ricevuto il primo pacco. Quindi per Luna io mi sono separato da una busta. Me ne rimanevano tre.
Di t ne avevo una scorta, l'avevo portato con me nella colonia. Avevo le sigarette e le distribuivo a quelli che mi piacevano. Una parte delle sigarette era rimasta in quarantena, ma per Jurka e Mika sono bastate. Solo a giugno (ero appena stato da una del reparto speciale) mi hanno obbligato a passare a ritirare un pacco. "Reparto speciale" suona spaventoso, ma in realt sono dei dipendenti che compilano documenti innocui di vario tipo: passaporto, permessi vari. Un detenuto non viene mai lasciato da solo con una donna e, fintanto che sono stato in quell'ufficio,  rimasto l seduto un ufficiale con un manganello di gomma. Poi sono stato chiamato: Passi a ritirare un pacco. Quello con il manganello di gomma mi ha accompagnato. Il posto si trovava subito a destra dell'amministrazione, oltre il cancello, che ci  stato aperto da un recluso del posto di guardia, e oltre un tornello. L c'erano un corridoio e una stanza senza porta. Sugli scaffali c'erano dei pacchetti pieni zeppi e, chiss perch, gialli.
Ecco, Savenko, firmi mi ha detto un'altra donna in camice, simile a un tronco impacchettato.
Io ho firmato e ho ritirato un pacco enorme, grande quanto un paio di secchi. Resistente, evidentemente industriale, fatto in modo da trasportare viti e bulloni.
Al posto di guardia n. 1 mi sono fermato e sono rimasto l con il pacco.
Perch ti sei fermato qui? mi ha chiesto dalla finestrella un bel tizio dell'SDP con la faccia cattiva.
Per essere accompagnato al reparto n. 13. Sto aspettando.
E vai dagli operativi. Che chiamino un caposquadra.
Ho capito che gli dava fastidio osservare i barattoli e le sigarette che spuntavano dal pacco. Sono andato in direzione trasversale nell'edificio dei sorveglianti operativi.
Permesso. Mi sono tolto il chep. Sto tornando al 13.
Cos', hai fatto acquisti? mi ha chiesto il vivace soldato dietro al pannello. Davanti a lui c'erano un microfono e una vecchia apparecchiatura con un gran numero di morsetti e pulsanti. Cos regolava il traffico telefonico nella colonia. Ha chiamato il traffico n. 13. Venite a prendere Savenko!
 arrivato Safar. Ha detto: Allora, hai ricevuto un pacco? E siamo andati al reparto. Siamo entrati dal cancello. Attorno a me si  formato un capannello, un cerchio vivo. Edik, offrimi delle sigarette! Edik, prestamene qualcuna! Edik, non vorrai mica dimenticarti di me? A quel punto, grazie a Dio,  uscito Jurka e mi ha preso il pacco dalle mani. Siamo andati nel cucinino. Abbiamo tirato fuori tutto quello che c'era nel pacco e lo abbiamo messo sul tavolo. Carne in scatola, latte condensato, cioccolatini, t, sigarette, limoni. Un bel numero di cose.
Jurka ho detto, facciamo che gestisci tu tutto questo.
Perch io? Il pacco  tuo.
Jurka, tu sei pi esperto, sai quanto bisogna dare alla cassa comune, a chi dobbiamo qualcosa; hai detto tu stesso che abbiamo preso in prestito del t e dei cioccolatini.
Va bene ha detto Jurka.
Un terzo di tutto l'ha dato subito alla cassa comune. Poi abbiamo pagato i debiti a Galeckij e Safar. Abbiamo offerto le sigarette a circa otto persone, un pacchetto a testa. Non  rimasta tanta roba. Per quattro sere circa, a dir la verit, abbiamo fatto baldoria: abbiamo mangiato la carne in scatola con la cipolla e la pasta, per il t avevamo anche del cioccolato. Poi i granai si sono svuotati. Il t non  finito: con quello eravamo a posto.
Ho preso pi o meno otto pacchetti di sigarette della marca di Saratov, Prima, e le ho distribuite a quelli in cui vedevo un profitto: le ho date al ceceno, a Vasja Ogly. A Safar e Anton abbiamo dato un paio di pacchetti a testa di quelle con il filtro.
In breve, ho capito che in colonia anche un pacco  una gioia, ma una piccola gioia in confronto a quando un pacco arriva in una cella, dove si  in tre o quattro in tutto. Nel reparto ci sono novanta e passa tizi e non riesci neanche tu stesso a godere del tuo pacco. Ho appioppato la suddivisione a Jurka. Quando mi chiedevano delle sigarette o del t, li spedivo da lui cos: Andate da Jurka!  lui il capo qui.
Quando la pesante macchina del carcere, infine, si  messa in moto e i soldi che mi erano rimasti sul conto alla Centrale di Saratov sono arrivati anche qui oltre il Volga, e questo  successo dopo un mese, sono andato al negozio. Per andarci bisogna iscriversi con una settimana d'anticipo. Lo possono fare solo quelli che hanno i soldi sul conto e ti ci portano in fila. Poi tutti stanno in piedi e aspettano che venga accompagnata l la commessa. E quando arriva questa donna anziana senza uniforme, fanno girare tutti beffardamente: Dietrofront! in modo cio che nessuno guardi. Quando sei gi in fila nel locale, per, ogni cosa  organizzata in modo tale che poi, attraverso una grande finestra senza vetro, si pu osservare quella donna fin nei particolari per un'ora intera. Anche se, a dire il vero, questo vecchio grosso animale panciuto non suscita niente, se non ribrezzo (eh va be', indifferenza!)
Volevo spendere tutti i soldi. Ma Karla non mi ha permesso di farlo, dicendomi che i soldi potevano essermi utili per richiedere il passaporto, per... insomma, esistono tante cose per cui possono tornare utili i soldi in prigionia. Abbiamo comprato quasi quaranta pacchetti di Prima e una decina di pacchetti di Pietro I, di t abbiamo comprato il Majskij, quattro pacchetti da duecentocinquanta grammi, dodici tortine fresche alla ricotta e delle buste.
Tutta questa ricchezza, d'altro canto, si  dissolta velocemente nell'oceano di piccoli prestiti, restituzioni, regali alle persone che ci servivano, cos che dopo una decina di giorni Jurka e Mika si sono limitati nelle sigarette, le prendevano in prestito da Galeckij e Ali-Paa. Nel nostro reparto circa una decina di persone ricevono pacchi pi o meno costantemente. Molti detenuti, specialmente quelli condannati a pene lunghe, non ricevono niente, perch i parenti hanno da tempo voltato loro le spalle. A volte all'improvviso questi parenti arrivano al colloquio e allora portano del cibo e quella persona dopo il colloquio compare soddisfatta e con un pacchetto. Ma per un gruppo di persone cos folto non basta mai. Per questa ragione abbiamo i volti di legionari stanchi, le nostre guance si sono infossate e siamo magri, ossuti.
Luna a volte viene, mi chiama e passeggiamo insieme, infrangendo le regole. Karla e Jaro sorridono ironicamente, non capiscono di cosa si possa parlare tanto a lungo con un recluso sgobbone, le cui mani assomigliano alle zampe tranciate di una bestia.
Ti sei di nuovo messo a parlare con il popolo, Eduard? mi punzecchia Mika.
E allora? Non respiriamo forse la stessa aria, non viviamo forse nello stesso Paese?

18.

Nella colonia tutto  teso, intenso, tutto  pronto a esplodere nella violenza ogni momento. Ogni momento puoi essere chiamato con le tue cose, puoi essere sradicato da quella fragile ragnatela, la rete di legami che hai organizzato con fatica. Strappato alla tua branda (la mia  vicino alla parete, in basso: un piacere raro), dove fai i tuoi sogni; a Jurka Karla, con il quale a volte prima della ritirata si pu passeggiare un po': prima lui fuma nel posto destinato ai fumatori e poi passeggiate insieme, conversando; a Vasja Ogly, che procede a passo di danza davanti a te con le sue piccole scarpette di vernice:  uno zingaro nervoso; a quel gran gigante di Ali-Paa e a tutti questi volti magri da monaci, che non rappresentano un pericolo per te e questo tu lo sai. Alcuni sono addirittura amichevoli con te. Forse in questo  racchiuso l'enigma del sentimento di tristezza che provi durante la separazione. Abbandoni un ambiente di persone e cose a te conosciute e chiss cosa ti aspetta! Forse l si celano solo individui ostili.
All'inizio di giugno sono stato chiamato senza che mi fosse detto il perch e, mentre andavo insieme al caposquadra Soldatov nell'ala amministrativa, mi aspettavo il peggio. Forse mi avrebbero mandato in cella di rigore, si trova sempre qualcosa per cui farlo; forse... oltre la cella di rigore, d'altra parte, non riuscivo ad andare. Se fossi stato convocato per essere trasferito sotto scorta o per andare in un altro reparto, mi avrebbero fatto portare le mie cose e non mi avrebbero affatto avvisato prima. D'altra parte, si  concluso tutto velocemente: al posto di guardia n. 1 stavano in piedi sullo spiazzo i condannati, un quindici-venti persone. Mi hanno messo, secondo la prima lettera del mio cognome, dopo gli zek con la R. Hanno cominciato a condurci fuori in piccoli gruppetti e a portarci nell'edificio amministrativo. Dall'edificio facevano uscire quelli che avevano finito. Quelli che avevano finito ci hanno comunicato che si stava riunendo la commissione per l'UDO. A quel punto mi sono ricordato che il mio avvocato aveva fatto domanda perch venisse presa in esame la possibilit della libert anticipata su condizionale. E che mi avevano gi negato l'UDO. Me l'aveva comunicato gi durante il mio breve soggiorno nel reparto n. 16 il capitano uk, caporeparto del 16. Allora ci trovavamo in piedi al vento freddo per l'appello mattutino e uk aveva annunciato: Savenko! Ti hanno negato la libert anticipata su condizionale. Non mi ero amareggiato pi di tanto, perch secondo regole non scritte (come poi sono venuto a sapere dallo stesso Padrone della colonia n. 13, questa richiesta non  legale) bisogna essere stati nella colonia non meno di sei mesi per ricevere l'attestato dall'amministrazione della colonia, e senza l'attestato non  possibile ottenere l'UDO. Ho capito che si erano sbagliati, chiamandomi. E sapevo gi che era inutile rivolgersi a loro chiedendo che mi riportassero indietro. Bisogna sottomettersi alla propria sorte.
Come di consueto sono caduto in una trance estatica, cio mi sono abbandonato al cielo di un chiarore bluastro, al sole, al verde degli alberi. Sullo spiazzo soffiava il vento. Ho alzato il pi possibile la visiera del mio chep e ho teso il viso al sole. Ho socchiuso gli occhi. Stavo in piedi cos, monaco felice, comunicando con il Sole e, attraverso il Sole, con il Creatore di tutte le cose viventi. Ero intorpidito dalla Felicit e solo sulla superficie dei miei bulbi oculari (trafitti e percossi gi nel 1996) i dubak si muovevano, i caproni con i documenti attraversavano i miei occhi, passava un'infermiera, grassa e vecchia, accompagnata da due soldati con i manganelli. Scivolavano come ombre sull'acqua e ai miei occhi non importava. Lo splendente cielo antico e io. Intanto gli zek confabulavano, ondeggiavano, si appoggiavano impazientemente ora su una gamba, ora sull'altra.
Quando  toccato alle lettere P, R, S, sono passato davanti al posto di guardia n. 1 per entrare nell'edificio dell'amministrazione. Fra l'altro, ero ancora nello stato di nirvana. C'era una gran quantit di chep sul pianerottolo del secondo piano, li avevano lasciati i condannati prima di addentrarsi nel budello del corridoio amministrativo. Alla fine c'era un vicolo cieco e in quella stanza mi aveva ricevuto tempo fa il capo degli operativi Alekseev. Questa volta ci siamo diretti verso la porta di un'altra stanza. L c'erano ancora dei condannati i cui cognomi cominciavano con le lettere precedenti. Ci siamo messi in fila, formando una coda dietro di loro. E ci siamo girati, rivolti verso il corridoio. Mi si  avvicinato lo speaker dell'emittente radiofonica della colonia, Tolja Fefelov, e ha cominciato a parlare con me. O meglio ha continuato la conversazione che aveva tentato di avviare sullo spiazzo. L gli avevo semplicemente mugghiato qualcosa in risposta e mi ero lanciato di testa su, verso il nirvana. In corridoio mi aveva raggiunto. Persino in corridoio, per, sono riuscito a non parlargli. Due anni di carcere e la colonia mi hanno insegnato l'abilit di rifugiarmi nel mondo metafisico. Perci annuivo a Tolja, sorridendogli affabilmente, mentre io stesso stavo in piedi l sotto le lampadine opache come se fossi stato sotto il sole e... oh! Come stavo bene e che pace!
Quando un monaco macilento, un mio fratello condannato, l'ultimo nella fila di monaci davanti a me,  uscito triste, ho bussato alla porta.
Permesso? Detenuto Savenko, condannato secondo l'articolo 222, comma tre, a quattro anni di reclusione, inizio della pena il 7 aprile 2001, fine della pena... Solo a quel punto mi sono guardato in giro e ho visto che la stanza era zeppa di ufficiali.
 sufficiente ha detto il Padrone, che sedeva a capotavola. Cosa abbiamo riguardo a Savenko? ha chiesto il Padrone, rivolgendosi al gruppo di ufficiali seduti lungo la stanza alla mia destra.
Dato che Savenko non ha ancora scontato in colonia i sei mesi stabiliti..., ha cominciato, sollevandosi, lo sparuto capitano uk.
Non  mica pi da voi al 16,  al 13 lo ha interrotto il Padrone. Si sieda, capitano... Il capitano esegu.
Si  dichiarato colpevole, Savenko? si  rivolto a me il Padrone.
Non ho contestato la sentenza ho detto io e ho aggiunto: Cittadino capo. E poi sono rimasto zitto.
Deve pensare bene a una risposta a questa domanda. Al processo non si  dichiarato colpevole.  anche vero che non ha contestato la sentenza, ma alla commissione il procuratore chieder sicuramente se si dichiara colpevole. Trovi una risposta. E, rivolgendosi agli ufficiali, il Padrone, con un tono che non ammetteva repliche, ha detto una cosa inaspettata: La decisione riguardo alla libert anticipata su condizionale di Savenko  aggiornata e rimandata alla prossima sessione. Pu andare mi ha detto il Padrone.
Solo allora sono uscito dal mio nirvana e, richiudendo dietro di me la porta, ho pensato che evidentemente Pristavkin stava mantenendo la sua promessa. Stava lavorando alla mia libert anticipata su condizionale. O il Signore Dio stava lavorando insieme al mio avvocato Beljak.
Sul pianerottolo era rimasto un unico chep. Non era il mio, era pi vecchio, ma l'ho preso e sono uscito. Al posto di guardia n. 1 mi sono messo sull'attenti, dato che c'erano gi l alcuni condannati che attendevano la propria sorte. Vicino al negozio a destra del posto di guardia n. 1 c'erano dei condannati portati l per lo shopping, cio per l'acquisto di sigarette, t, panini o pasta istantanea. Stavano in silenzio.
Il cielo era sempre splendente, caldo e smisurato come prima; dall'Oriente e dal Meridione, dalla patria di Buddha, arrivavano nuvole piacevoli, ben disegnate come perline.  passato davanti a noi il maggiore Alekseev e ci ha gridato: Cosa state qui impalati? Perch non andate all'OD? Forza, andiamo, avanti marsch! Siamo andati dietro di lui, perch l'OD, il quartier generale dei sorveglianti operativi, si trovava nell'edificio a due piani a cento metri da noi. Era un fatto di principio, e allo stesso tempo era indifferente, dove avremmo dovuto aspettare i nostri capisquadra o i nostri boss perch ci portassero nei reparti. Era lo stesso, al posto di guardia n. 1 o all'OD. Ma Alekseev non era di buon umore.
Dopo esser stato trasferito, sono di nuovo sprofondato nel mio nirvana privato. Nessuna emozione, il cielo immenso, il sole che scaldava le spalle e bruciava le orecchie e, se si sollevava la testa, anche le arcate sopracciliari. Nessun desiderio. La pelle aderisce al viso e agli zigomi smagriti. Nella nostra razione praticamente non ci sono grassi, per questo sembriamo pi magri dei monaci pi affamati. Certo, talvolta la nostra zuppa  coperta da un velo sospetto e unto, ma questa COSA non viene affatto assimilata dall'organismo. Passa nella bocca e viene espulsa dal sedere. Ecco tutto. A causa della misera razione della colonia sono diventato molto pi santo di quanto non lo fossi in prigione. Presto comincer a levitare, cio a sollevarmi sopra il grigio asfalto. E star sospeso sopra di esso. Quand'ero ancora in prigione i morti sono diventati per me pi vicini dei vivi. Allora avevo scritto I mostri sacri. In colonia avevo acquisito la capacit di uscire quando mi pareva dal presente ed entrare nel mondo metafisico: potevo volare senza impedimenti per la storia, sfrecciare sopra i fianchi ruvidi dei pianeti glaciali di ferro e di pietra oppure arrampicarmi come uno scarafaggio sul corpo umido della bambina del ritratto. La colonia! I nostri ufficiali! I nostri caproni! Cosa potevano fare a uno come me, se avevo raggiunto questa santit soave e indolore? Altro che Pristavkin: ero arrivato al punto in cui avevo la speranza di uscire sulla base dell'UDO, il Padrone non mi avrebbe infatti cominciato a preparare inutilmente, ma a me non importava! Ecco cosa mi aspettavo da me stesso. Lo sapevo che avrei giocato con il fuoco, che un giorno sarei arrivato al punto di elevarmi sopra i dubak, le zuppe e le kae e la prigionia e la libert si sarebbero fuse in un unico tempo.
Mi  venuto a prendere Evstaf'ev, che veniva da noi al reparto n. 13. Il capitano mi ha detto di avere grandi piani su di me, mi ha detto che le mie proposte (su sua richiesta avevo scritto due pagine di proposte, tra cui quella di tenere ai detenuti delle lezioni sulla comprensione della storia e il comportamento dell'uomo nella societ) gli sembravano interessanti. Ma, a quanto sembrava, aveva capito quel giorno dal comportamento del Padrone che bisognava rilasciarmi sulla base dell'UDO. Il capitano ha sospirato, forse gli sarebbe piaciuto farmi soffrire un po'. Poco pi tardi ha punito Jurka Karla con una settimana di attivit militari sullo spiazzo, solo perch Jurka aveva creato una rivista diversa da quella che lui, il nostro psichiatra, aveva ordinato. Vi dir che Evstaf'ev, quel baby face, aveva dato disposizione di allegare alla rivista una grande busta dove dovevano essere messe le schede psicologiche dei detenuti, cio se uno zek era sanguigno o collerico, se era malato dal punto di vista psicologico. C'era tanta roba, in realt, un questionario psicologico di ventotto domande... Per punizione Jurka ha dovuto marciare sullo spiazzo per diverse ore dopo cena e prima della ritirata insieme agli altri detenuti puniti.  tornato spossato e sfinito. Baby face aveva punito in modo eccessivo lui che era zoppo. Jurka in generale non aveva mancanze. Perch trattarlo cos?
Se Evstaf'ev avesse inflitto la punizione a me, non sarebbe comunque riuscito a punirmi. Io infatti ho la capacit di trasformare il castigo in un piacere. Durante la marcia a passo cadenzato mi eccito, divento indiavolato per il piacere, batto i piedi con un senso di godimento, entro in uno stato di passione allucinatoria che neanche io capisco e sono pronto ad andare a piedi fino a Berlino. Certamente, posso stancarmi come tutti, ma a quel punto cado. E anche cadere dopo una tale tensione, lo so, sar un enorme piacere. Uno come me, probabilmente (questo bisogna ancora accertarlo in via sperimentale) pu trarre piacere persino dalla morte. In ogni caso, mi sono davvero strappato dalla catena, mi sono strappato e non ci si pu far niente. Non mi si pu pi far provare le normali emozioni di un uomo.
Allora mi ha chiesto Jurka quella sera perch ti hanno chiamato?
Mi hanno detto che hanno rinviato la decisione dell'UDO, l'hanno spostata alla prossima volta in cui si riunir la commissione.
Be' si  animato Jurka. Non pu essere!
L'ha detto il Padrone in persona.
Allora vai di sicuro a casa presto ha annunciato Jurka.
Non mi sono deciso a dirgli che anche qui io stavo bene. Sarebbe sembrata una cosa sacrilega. Si sarebbe offeso. E non mi avrebbe creduto.
Non sono stato a dirgli che tra gli acquari con i pesci e il ritratto della bambina alla parete mi sentivo pi santo, enigmatico, puro di quanto sarei potuto sentirmi in libert, dove tutto  volgare e non ci sono i necessari gradi di santit e monachesimo. Non sono stato a dirgli che la sofferenza purifica e che le condizioni in cui vivevamo, forse, erano le migliori per l'esistenza dello spirito. Non gli ho detto che l era stato raggiunto il pieno trionfo della metafisica. A dir la verit, non serve a nessuno di quelli del nostro reparto. E anche di tutta la colonia n. 13. Serve solo a me, questo trionfo della metafisica.

19.

Ai tempi dei primi apostoli c'era un certo Simon Mago, che nella tradizione russa suona come "Simone il Sapiente". "Mago" ha un suono pi possente, "Sapiente" ha una sfumatura di dolce liberalismo. In una parola cos ci devono essere poche vocali. Simone era originario della Samaria, del villaggio di Gitton. Gli Atti degli Apostoli raccontano che "Simone faceva stupire la gente di Samaria con le sue arti magiche", "si spacciava per un qualcuno di grande". Di lui dicevano: "Questi  la potenza di Dio, quella che  chiamata la Grande. Simone si battezz, ma, come narrano gli Atti, non divenne un cristiano e fin chiuso in fiele amaro e lacci d'iniquit'. Simone portava con s una certa Elena, che lui spacciava per il Pensiero di Dio'; i simoniani, i suoi seguaci, li veneravano come Zeus e Atena. Simon Mago riteneva che l'origine di tutto - la sfera dello spirito, dell'anima e quella materiale - fosse il Fuoco primigenio. L'origine si rivela, ma nella sua rivelazione essa  contemporaneamente sia una rivelazione sia un'ineffabile unit o Silenzio.
Mi soffermo per dire che gi queste prime notizie riguardo la dottrina di Simon Mago, che ci sono state tramandate da un certo Ippolito, vissuto probabilmente nel II secolo d.C., fanno impressione. E perch tu, lettore, presti ancora pi attenzione alla dottrina di Simone, eccoti alcuni richiami biografici. Simon Mago fu rivale di Cristo, fu il primo eresiarca, cio capo di un'eresia, nella storia del Cristianesimo. Di lui si sa anche che fece miracoli non inferiori a quelli di Ges. Per esempio, sotto gli occhi di una grande folla vol al tramonto sopra Gerusalemme. Lo fece cadere dal cielo con la sua preghiera l'apostolo Pietro, che in quel periodo era in visita in Citt. E lo fece cadere con cautela, poich aveva pregato che non si uccidesse nello schianto, ma si rompesse solo le gambe in tre punti. Cosa che a quanto pare avvenne. Immaginatevi: un tramonto di rame sopra i templi della Grande Citt, un uomo che vola, Pietro scarmigliato e furioso con una tunica logora, la barba, i capelli sporchi e poi, come Icaro, la figura scura di un uomo che cade dal cielo. Simon Mago, evidentemente, ha fatto venire il sangue marcio al Cristianesimo, perch i cristiani hanno tentato di rovinare il suo ricordo in tutti i modi. Dicono che abbia tentato di ottenere con i soldi il dono di Dio', cio di comprare forse il titolo di vescovo. Perci questo peccato, che arriva ai limiti della moderna corruzione, si chiama ancora oggi simonia'. Cio, se per caso un papa o un arcivescovo, in cambio di una tangente, fa in modo che un prete abbia una carica pi alta, si parla di simonia.
Per quanto mi riguarda, non sono riusciti comunque a mettere in cattiva luce il nome del rivale di Cristo. Ho pescato Simon Mago per la prima volta tanto tempo fa in una poesia di Apollinaire, pubblicata in una raccolta in Russia nel 1966. C' un verso l: "Dicono che imita Simon Mago in Giudea". Ovviamente, a esser pi precisi, sarebbe "in Samaria". Da allora questo Simone, che vol al tramonto sopra Gerusalemme, non mi d pace e son passati quasi quarant'anni. Mentre sto in piedi agli appelli, guardo gli edifici anneriti della zona di produzione, simili a una fortezza dei crociati, e mi immagino di volare sopra di loro come Simon Mago. La mia passione per il volo  aumentata da quando mi trovo in colonia.
Ulteriori dettagli riguardo la dottrina dei simoniaci sono i seguenti: "Il Silenzio, questa unit ineffabile, si rivela come autocoscienza, cio come Spirito o Intelletto (nous, mens) cosciente o pensante e come un pensiero o un pensato (intellegentis), come la sizigia o coppia Intelletto-Pensiero. Ma l'Intelletto o Spirito si esprime o si manifesta e il Pensato da esso riceve la determinazione del proprio essere nel concetto o nel nome: nasce cos la seconda coppia Suono-Nome (phonema; phone - voce, suono della parola). L'Intelletto si manifesta come comprensione o ragionamento o pensiero discorsivo, materia e contenuto del quale  il pensiero concreto. La terza coppia Ragione-Pensiero completa l'autorivelazione del Silenzio".
A questo punto occorre ricordare che, indipendentemente da Simon Mago e dalla sua dottrina, il pensiero  un fenomeno importantissimo.  infatti la quinta dimensione, pi grande delle tre dimensioni dello spazio in aggiunta al tempo. Il pensiero  una sfera indipendente ed  proprio lui a essere la prova dell'esistenza del mondo metafisico e invisibile. Una volta capito questo, anche tu che sei il pi limitato e arretrato dei lettori ti convincerai che Simone non si stava dedicando a delle sciocchezze, non faceva solo lo stravagante e capirai che la mia estasi nella colonia n. 13  qualcosa di profondamente autentico, non meno reale della patata bollita che hai tu in tavola.
Pi avanti Ippolito riferisce la dottrina dei simoniani in questo modo: "Trovandosi nella sua patria celeste, il Pensiero venne a conoscenza del progetto creativo del proprio Padre (l'Intelletto o, pi precisamente, il Fuoco Primigenio), poich esso stesso era un pensiero creativo. Ma, indocile, il Pensiero stesso volle creare, costruire con le proprie forze il mondo, centro del quale, secondo il Fuoco Primigenio e il Silenzio, doveva essere l'uomo. Con questo il Pensiero si separ, si stacc dal Padre. Gener gli arcangeli e gli angeli. Ma essi, avendo ereditato da lui, dal Padre, la sua mancanza di docilit, lo imprigionarono e, instillatolo nella materia, lo costrinsero a una sequenza infinita di reincarnazioni, che interruppero il suo cammino di ritorno al Padre. Il Pensiero divenne un tempo la moglie di Menelao, Elena, e fu ritrovato dallo stesso Simone in un'altra Elena, una prostituta sacra (ierodula) di Tiro. La liberazione del Pensiero-Elena  legata alla liberazione del mondo nel quale a dettar legge e governare sono gli ispiratori dei profeti ebraici: gli angeli. Essendo in guerra gli uni con gli altri, gli angeli sono colpevoli di tutte le disgrazie del mondo: le guerre, gli omicidi, le violenze. Quando la misura di questo male fu colma, scese sulla terra la Grande Forza Divina, o la Settima Forza, e si manifest agli uomini nelle vesti dello Spirito tra i pagani (filosofia greca), del Figlio (Ges Cristo) tra i giudei, del Padre nella figura dello stesso Simone, liberatore di Elena e del mondo (lo Spirito in Simon Mago corrisponde alla Ragione, il Figlio alla Voce o alla Parola, il Padre all'Intelletto, la Settima Forza al Silenzio, al Fuoco Primigenio, all'Uomo)'.
A questo punto si pu capire perch Simon Mago fosse deificato dai propri seguaci come Zeus, poich Zeus  il Dio Padre, mentre la sua Elena era venerata come Atena, dea della saggezza.
Nel mio poema Il secolo d'oro, scritto a Mosca nel 1971, ci sono questi versi: Mamma, possibile che tu non sappia chi ?  Elena di Troia. La conosci benissimo. Era lei che stava sulle mura di Troia e contemporaneamente si trovava in Egitto. Ha ingannato tutti e ora vuole ingannare me. Non mangia il borc, mamma.  andata a letto con Teseo e Menelao, con Paride, con Deifobo e di nuovo con Menelao. Mi sembra anche con Achille. Non mangia il borc: mangia le farfalle, quando nessuno la vede. In lei vive sangue fresco, inventa costantemente qualcosa per s'.
La Elena del mio poema  proprio questa Elena, l'ex moglie di Menelao, raccolta da Simon Mago nella citt di Tiro, dove praticava la prostituzione nei templi. Nessun'altra. Sono sempre stato un ragazzino enigmatico, a volte incomprensibile anche a me stesso. Da dove spunta nel mio poema Il secolo d'oro l'estasi sacra di fronte all'incarnazione dell'Eterna Elena nella figura di una ragazzina moscovita, figlia di un colonnello e professore, inventore delle prime cimici del KGB? La protagonista del poema Il secolo d'oro  stata ormai da tempo profanata da se stessa e dal mondo,  solo un involucro privo di sacralit. In realt, fra le pietre italiane vive una sua impenetrabile figlia adolescente, ma non l'ho mai vista. Io invece ho un legame con il misterioso ritratto verde di una bambina sulla parete della camera della sezione politico-correzionale nel reparto n. 13 della colonia n. 13 nelle steppe del Volga. Dove ci sono grumi di eventi metafisici, dove le cose attorno sono fresche, dove tutte accadono per la prima volta.
Il problema non sta nelle prove dell'esistenza del mondo metafisico - esso c', esiste e non richiede prove - ma nell'interazione (nel legame) fra il mondo fisico e quello metafisico. L'influenza del L sul QUA. Per me questa influenza non  un segreto. Quando sono stato attento, l'ho notato molte volte. Molti casi di influenza sono stati raccontati da me nel libro Anatomia di un eroe. Eccovi almeno un caso legato a quella stessa Elena (la moglie di Menelao e il "Pensiero di Dio" di Simon Mago). Pagine 86-87: "Nell'estate del 1980 ho visto in sogno le mura (rosse, color ocra) di una citt del Sud che si fendevano, la terra che si muoveva, si sollevava, cedeva, e nelle frane cadevano decine di persone urlando. Al tempo vivevo a Parigi, nel mio primo appartamento parigino in Rue des Archives. Mi ha risvegliato dal sonno lo squillo del telefono. Era la mia ex moglie Elena che chiamava da Napoli. Ed, c' stato un terremoto terribile qui. Cinquemila persone sono morte. I muri... Aspetta, - le ho detto - adesso ti racconto cosa succede l da voi. E le ho raccontato il mio sogno. L'hai visto in televisione? - mi ha chiesto. Non ho la televisione - le ho risposto io".
E in effetti poi la sera ho davvero visto tutte quelle scene sullo schermo di una televisione nell'appartamento di un conoscente. Non c' niente di eccezionalmente strano in questo. Il fatto  che a Parigi, quand'era ancora primavera, io ed Elena avevamo cominciato una nuova storia d'amore, avevamo vissuto insieme con un piacere gioioso e, quando lei era partita, tutte le mie onde energetiche e spirituali si erano naturalmente indirizzate alla ricezione di segnali da quel posto, da lei, dall'Italia. E lei aveva appunto lasciato Roma ed era nel Sud dell'Italia. Ci sono ancora numerosi esempi dei miei rapporti con il mondo parallelo non fisico nel libro Anatomia di un eroe. Ma non ha senso citare questi casi, dato che da allora ne sono apparsi di nuovi. E tanti e di quel genere! Negli ultimi anni la mia fede in un mondo invisibile non ha fatto che rinsaldarsi,  cresciuta,  diventata una fede che predomina su tutto. E come si pu non credere! Come si pu non credere nei numeri e nei segni! Nel settembre del 2000, mentre stavo in una piccolissima izba sulle montagne dell'Altaj, al confine con il Kazakistan, ho trovato un opuscoletto da poco, tutto stracciato, intitolato I pesci, in cui ho letto nero su bianco che l'anno pi difficile per i nati nella prima decade del segno dei pesci sarebbe stato il cinquantottesimo anno di vita. Ho letto con apprensione di questo cinquantottesimo anno, visto che ne avevo gi cinquantasette. Mi ricordo questa preoccupazione, questo opuscoletto logoro capitato per caso, il luccichio del sole su di esso. E quando il 7 aprile 2001, nei primi mesi del mio cinquantottesimo anno, sono stato arrestato nell'Altaj in quella stessa izba da un'intera squadra di agenti dell'FSB, mi sono subito ricordato della predizione dell'opuscoletto. Ho passato tutto il mio cinquantottesimo anno di vita nella prigione di Lefortovo.
 anche degno di nota questo fatto straordinario: quando, finalmente, il 6 aprile nella seconda met del giorno ho raggiunto la summenzionata izba al confine con il Kazakistan e due gruppi di miei compagni, finalmente, si sono uniti e si sono messi a preparare la cena, cucinando la carne di cervo, io ovviamente non sapevo che questa sarebbe stata l'ultima sera della mia vita libera. Allora mi sono tolto i vestiti bagnati, perch avevamo percorso diciotto chilometri nella neve che ci arrivava alle ascelle e sotto la neve c'era l'acqua del disgelo; mi aveva condotto all'izba l'agente dell'FSB Akopjan. Quindi mi sono svestito e mi sono messo ad asciugare, mentre i ragazzi preparavano la cena. Ho preso il primo libro che mi  capitato, e di libri nell'izba non  che ce ne fossero tanti, forse una ventina. Ho preso il libro Pietro I, voluminoso, spiegazzato e, aperto a caso, ho cominciato a leggere. E quale scena pensate che abbia letto? La scena dell'addio di Pietro I al suo amato Franz Lefort, precettore e padre spirituale. E di come Pietro, nel palazzo di Lefort, guarda con odio i boiari che sono giunti in realt non per dire addio, ma per rallegrarsi della morte del loro nemico Lefort. Tre giorni dopo quella scena di tranquilla lettura serale nell'izba al confine con il Kazakistan mi trovavo gi in una cella della prigione di Lefortovo. Quanti altri libri ci possono essere nella letteratura russa dove compare Lefort? Nessuno. La lettura di quel libro e di quella scena non poteva essere una coincidenza. Era un segnale.
Ed ecco un altro argomento dalla forza schiacciante. Il 9 aprile 2001 sono stato trasportato nel vano di un camioncino Gazzella e gettato in una cella di Lefortovo dai cekisti. Ricordo che, camminando per la minuscola cella gelida da solo, gi con la tuta blu della prigione, la stessa di Raduev, mentre riflettevo sulle circostanze del mio arresto e dell'arresto dei gruppi nazionalbolscevichi con le armi a Saratov, nella mia memoria mi sono imbattuto all'improvviso in alcuni versi, mi ci sono scontrato e ho provato un brivido di terrore. Gradualmente i versi si sono trascinati fuori dalla memoria, si sono composti in strofe e non promettevano niente di buono. Mi ha preso la paura e anche il panico quando ho recitato a me stesso la parte finale della poesia:
Morir qui a Saratov infine
Nessuno qui pensa a Dio
Dio ordina infatti di lasciarmi andare dove voglio
Ma solo quando morir potr volare via.
Il popolo mi stringe - non te ne andrai!
Popolo! Popolo! - io son migliore
Di te. E sono degno di vivere al Sud!
Ma mi trattengono tutti: un vecchio, uno sciocco e un soldato
Tutti i deboli si aggrappavano all'uomo forte
E mai le loro dita si schiudevano
E l'uomo forte a Saratov venne tormentato
Ma dopo la morte fu scrupolosamente studiato.
Quando nel 1969 ho scritto questa poesia, non ero ancora stato a Saratov. Sono capitato in questa citt solo nel 2002, cio precisamente trentatr anni dopo la mia profezia. Mi hanno portato l per adempiere alla profezia e per condannarmi, per quanto mi opponessi dal punto di vista giuridico. Ma non sono riusciti a condannarmi in modo tale da tormentarmi. La mia stessa profezia aveva sottovalutato la mia forza. Ho vinto le forze dell'oscurit. A Saratov non mi hanno spezzato, mi hanno soffocato solo un pochino.
E poi la notte fra il 30 e il 31 gennaio 2003. Sto dormendo in una delle brande superiori della Centrale di Saratov, al terzo edificio, nella mia cella. E sogno le cifre 12 e 14. Nel sonno le scaccio dalla mia coscienza dormiente, perch oggi il procuratore chieder per me una pena detentiva, oggi  il giorno del discorso conclusivo del procuratore. Le scaccio, ma loro continuano a tornare, queste cifre: 12 e 14. E solo quando il procuratore Verbin gi verso la fine del giorno pronuncia la mia condanna: Per mezzo del cumulo parziale della pena chiedo la condanna a quattordici anni di reclusione con sconto della pena in una colonia a regime duro, capisco che le cifre 12 e 14, che continuavano a comparire nel mio sogno, sono state entrambe profetiche: il procuratore ha chiesto quattordici anni, ma, dato che ne ho gi scontati due, ne rimangono dodici!
La notte prima della sentenza, tra il 14 e il 15 aprile, ho sognato due asce e una piccola collana di perle. Questo sogno persistente non mi ha affatto spaventato, non ci credevo. Ho semplicemente notato che aveva tutte le caratteristiche di un sogno profetico, presciente. Il 15 aprile mi hanno condannato solo per un capo d'accusa, mi hanno assolto per gli altri tre e di conseguenza mi hanno dato quattro anni. Mi sono ricordato delle due asce e delle perle solo quando stavo uscendo dai cancelli della colonia n. 13, grazie alla libert anticipata su condizionale, dopo aver trascorso dietro le sbarre due anni (le due asce) e pochi mesi (le perle). Perci la superstizione non  superstizione. Sono i segnali che ci arrivano da l.

20.

Quando mi trovavo ancora in quarantena, sentivo la sua voce. Ci portava notizie vecchie e del tutto innocue. Non c'erano altoparlanti sufficienti a tutta la colonia, perci, mentre in quarantena le sue notizie ci arrivavano bene, dal reparto n. 13 l'altoparlante era distante e si udiva solo a tratti a seconda della direzione del vento. Oltre a dare notizie vecchie, faceva anche gli auguri di compleanno agli zek nati in quel giorno e diceva i nomi di chi veniva liberato, se ce n'era qualcuno. E noi eravamo contenti per questi fortunati. Sapevamo cosa succedeva a quelli che venivano liberati, lo sapevamo bene: danno loro in mano un lungo documento, il certificato di liberazione. Poi li aspetta la Libert: oh, questa Libert  diversa per ciascuno. Per alcuni non  affatto lunga: uno si ubriaca, commette un furto, gli sbirri lo prendono e lui finisce di nuovo in colonia. Spesso nella stessa: hanno tutti degli indirizzi fissi, quindi finiscono nella stessa colonia. Sono io, una persona senza fissa dimora, che continuo a cambiare indirizzo di domicilio, mentre uno zek normale ha un luogo di residenza. I nati in quel dato giorno, di solito tre-quattro persone al giorno, hanno il diritto per quel giorno a dormire quando vogliono e mangiare a un tavolo separato, dove vediamo che portano loro i bliny, che a momenti vengono serviti anche con la panna acida. Be', in realt sono con l'olio vegetale, che comunque  un'ottima cosa.
Fefelov, la voce dell'altoparlante, a quanto pare vive nel reparto n. 9, che ha con il nostro, il 13, un cortile comune: noi e loro siamo separati solo da una riga rossa. Abbiamo anche in comune la cassa delle attrezzature sportive, una rozza sbarra fatta di tubi saldati, e un'uscita unica per tutti sull'ampio corso, la Via Dolorosa, come la chiamo io. Nessun altro la chiama cos, ma questo non mi impedisce di continuare a farlo. Sono convinto che per un prigioniero comune la nostra Folle Colonia appaia prosaica, nei suoi colori pastello grigi e spenti, e per una parte di zek essa sia bianca e nera. Ma sono loro ad avere questa PERCEZIONE, questi ragazzi, i detenuti e gli ufficiali-dubak. Per me la mia colonia  tutta accesa di colori ardenti, acidi,  tutta in primo piano, le sue zone verdi sono fitte e brillanti come non mai, il suo asfalto e il suo cemento pieni di buche hanno le grinze in rilievo come la pelle di un elefante. Nella colonia sono circondato da cose fresche, allarmanti, emozionanti, perch le guardo con occhi diversi.
Ma Fefelov, Fefelov... Immaginatevi un giornalista ben istruito, loquace, piccolo di statura, con una pancetta del tutto borghese persino nel campo, che sta in prigione per banditismo e brigantaggio!... Tolja, come avevo cominciato a chiamarlo, era in prigione proprio per questo e aveva gi scontato un periodo di pena abbastanza lungo. Certamente, se gli avessi fatto questa domanda, dicendo: Tolja, i suoi crimini non corrispondono al suo aspetto fisico e al suo grado di educazione e istruzione. Mi spiega un po' com' potuto accadere?!, me l'avrebbe spiegato. Ma io non gliel'ho chiesto. L'ho accettato perch mi dava i cioccolatini. E, una volta accettato per i cioccolatini, non mi sono messo a far domande. In quarantena i cioccolatini me li dava Melent'ev. Pi tardi me li ha dati Jurka Karla, poi ho cominciato a riceverli nei pacchi da casa e Jurka Karla, in qualit di persona pi esperta, distribuiva i nostri-miei cioccolatini. A me stava bene che li distribuisse lui, era pi comodo. Non ho mai preso neanche un cioccolatino di troppo. Ho una forza di volont enorme, disumana. Tolja, quando mi dava i cioccolatini, non sapeva che avrei distribuito la mia razione ai miei compari Jurka Karla e Mika Jaro. Neanche le regole della prigione richiedevano una cosa simile, cio di distribuire ad altri un tuo cioccolatino. Io invece li distribuivo. Questo testimonia l'altissimo livello di predisposizione all'ascetismo fraterno e il monachesimo che  presente in me. Qualche volta ho anche pensato di rifiutare i pacchi che il Partito mi inviava, per vivere solo di pappa d'avena, solo di quella kaa del campo. Perch non ci fosse alcuna indulgenza! Ho avuto pena per dei giovani prigionieri di guerra austroungarici Karla e Jaro. Se io li avessi rifiutati, loro non avrebbero avuto tabacco e t. Saremmo diventati poveri e loro avrebbero mendicato il t dai compagni. Fosse stato solo per me, invece, non li avrei voluti. Deve essere com' per natura, le privazioni sono privazioni. La kaa  sufficiente e il fatto che non ci siano grassi  persino un bene.
Tolja ha la pancia, non perch la vita nel campo sia particolarmente bella, ma semplicemente perch  un uomo gi anziano e trascurato. A tutti i russi oltre la trentina compare questa collana attorno alla vita. E Tolja  un pochino pi giovane di me. In bocca, accanto ai denti d'oro, gli spuntano le radici di denti neri. Tutti gli zek hanno denti conciati male. Oltre ai cioccolatini, Tolja, come gesto d'amicizia, mi d i giornali. Non sono mai nuovi, questi giornali, ma cos' in fondo un giornale nuovo nella colonia?  un giornale non pi vecchio di un mese. Tolja, secondo questo metro di paragone, mi d giornali nuovissimi, e d'altra parte anche a lui arrivano gi vecchi e gi letti. Per la maggior parte sono edizioni locali: la Komsomol'skaja Pravda-Saratov, Argumenty i fakty-Saratov o MK-Saratov. Nelle edizioni moscovite la cronaca  nera come l'inchiostro di una seppia, ma in quelle di Saratov la cronaca  pi nera della notte. Sono queste edizioni patologiche che mi arrivano da Tolja. E io ne sono contento! In realt bisogna sottoporle a una decodificazione per capire cosa  successo nel mondo. E i titoli, oh che titoli ci sono, che stile! Tipo: "Maniaco di sedici anni violenta gemelle siamesi!" oppure "Soldato in licenza a casa mangia la nonna!" A suo tempo questo stile  stato introdotto dal giornale Megapolis-Express e il responsabile della sua diffusione fra le masse  stato principalmente Igor' Dudinskij, mio vecchio conoscente fin dai tempi dell'underground moscovita degli anni Sessanta. Imbattendomi in titoli del genere, mando mentalmente un saluto a Dudinskij e al suo cupo ingegno e alla sua visione del mondo. A questo punto bisogna anche dire che Dudinskij ha pagato cara la sfida lanciata al cupo mondo sotto di noi. Si  innamorato di una giovane e allegra ragazza-gigantessa e l'ha sposata. Era assolutamente felice, ma una volta, mentre stava bevendo con la moglie, lei  caduta dalla finestra e si  schiantata. Non bisogna rivolgersi irrispettosamente ai piccoli demoni. Reagiscono alle offese. Non bisogna mai nominarli invano o sfidarli, se non hai dalla tua parte dei protettori pi potenti. E anche se ce li hai, un medium esperto non si mette a provocare i demoni. Oh, Dudinskij, poveretto...
I giornali di Tolja li passo poi o all'ucraino Kacuk o al drogato Kirillov: amano sapere cosa succede nel mondo. In questo modo faccio qualcosa di buono per chi sta sotto di me nella gerarchia del campo. E Tolja fa qualcosa di buono per me. Ovviamente dopo la Centrale di Saratov, dove mi scaricavano decine di giornali al giorno, i suoi doni sono molto modesti. Ma nella colonia n. 13 i giornali sono come l'oro. A dir la verit nel PVO c' una raccolta lacera di tutti i numeri del giornale di Engel's, ma  difficile tirar fuori qualcosa riguardo il mondo e Mosca.
Il linguaggio di Tolja di solito si riduce a una presa in giro, perci  facile star con lui. Anche io gli rispondo prendendolo in giro. Persino il modo in cui mi rivolgo a lui come "Tolja", in sostanza,  una presa in giro, rivela subito un tono scherzoso. Eccolo che arriva, ha superato il cancello, fuori orario,  appena finito l'appello e lui arriva dalla stazione radio, l viene ricontato e cammina come un pinguino, tenendo sotto il braccio-pinna i giornali e le riviste. Io lo catturo, gli porgo la mano: Tolja, i miei rispetti! Che succede di nuovo nel mondo?
E cosa pu succedere di nuovo, Edik? Niente: si arricchiscono, arraffano, e noi stiamo qui in prigione dove non c' niente da rubare!
Lei  un volgare materialista, Tolja, come tutto il personale della nostra spettabile colonia. Voi riuscite solo a vedere la grana, money, come unico motore nell'Universo.
E come pu essere altrimenti, Edik! Anche Cristo era finanziato da qualcuno! Senza un finanziamento come avrebbe potuto sollevare la sua setta al livello di una religione?
Tolja, lei  insopportabile. E cosa mi dice del fatto che ieri prima della ritirata ho visto proprio l, sopra la zona di produzione, uno pterodattilo?
Non faccia gesti con la mano, Edik, altrimenti arriva il nostro nemico, il sottotenente Racinskij, e giunge alla conclusione che stiamo preparando un'evasione e stiamo cercando i punti di appoggio l nella zona di produzione. Sono sicuro che lei abbia visto uno pterodattilo.
Io non sono sicuro che fosse uno pterodattilo. Forse era Simon Mago. Cos'ha sotto il braccio?
Roba vecchia, niente di interessante. Non mi sono dimenticato di lei, glieli avrei gi offerti.
Gli prendo comunque la Rossijskaja Gazeta. L ci sono dei decreti e delle leggi curiose.
Torner presto a casa, al Partito?
Mah,  ancora da vedere, carissimo Tolja.
Se la procura non le mette i bastoni fra le ruote, il Padrone la lascer andare. Cos si dice.
Su, su, cos' che si dice?
Io non so niente. E si fa abbottonato, per non sbagliare.
E perch dovrebbe fidarsi di me? Potrei prendere e scrivere un rapporto su di lui: potrei dire che ha diffuso voci denigratorie nei confronti dell'amministrazione. Per me questa azione sarebbe impensabile, ma come fa lui a saperlo?
E perch lei non presenta domanda per l'UDO? Ha ormai scontato la maggior parte della pena.  apprezzato,  in una posizione particolare. Lei  la nostra lite.
Solo in apparenza  cos. In realt  soltanto che non hanno nessuno che sa leggere correttamente alla radio tutte quelle sciocchezze. Non sono apprezzato da loro. Nei primi anni qui ho fatto molte cazzate.
Ma rispetta le leggi ed  ragionevole.
S ha continuato ma non mi piace quando picchiano la gente e poi sono proprio loro a gridare. Gliel'ho detto in faccia. Esce tutto sudato, quel porco, sospira, e prima c'erano state delle grida cos forti! Come se stessero ammazzando un maiale. Si siede. E io gli dico: cos', sei stanco, poverino, di tirar fuori l'anima a un uomo? Ti si sono stancate le manine, non riesci pi a tenere il manganello?!
Chi era, Alekseev?
Non mi chiedere i cognomi, Edik. Qui non ci sono cognomi. Qui c' una fossa comune. Mi ha mandato nello IZO per dieci giorni. E anche dopo ci sono stati dei casi. Ho visto la mia scheda, c' scritto di tutto: "Insolente, spirito d'insubordinazione"... A me non daranno l'attestato, Edik...
Tolja si sbagliava. In seguito, incoraggiato dal mio esempio, ha comunque fatto domanda per l'UDO ed  uscito, senza farsi nove mesi. A quel punto  passato davanti a noi il sottotenente Pacinskij e gli abbiamo detto ad alta voce: Buongiorno, cittadino capo! Quel sottotenente mi perseguitava. Durante la perquisizione mi aveva preso l'orologio che mi aveva regalato il boss della quarantena Savel'ev e a me era toccato scrivere una memoria e andare dal maggiore Alekseev per ottenere il permesso di riaverlo. Un giorno, poi, il sottotenente era arrivato di soppiatto e, spuntando da dietro la mia schiena, mi aveva accusato di non averlo salutato.
Chiedo scusa, cittadino capo, ma non l'ho vista. Era dietro.
 gi la seconda volta, Savenko aveva detto il sottotenente. Ritiene che salutare non sia degno di lei?
Sono molto miope, cittadino capo, chiedo scusa. Anche portando gli occhiali non ci vedo al cento per cento.
Ancora un episodio del genere e scrivo un rapporto contro di lei mi aveva ammonito cattivo il sottotenente biondo e grassoccio.
Ah, stronzo, avevo pensato, come bucherei volentieri la tua testa schifosa! Ma mi ero immediatamente vergognato della mia ira. Irritarsi per quel dubak non si conviene a un uomo che vede pterodattili volanti al tramonto sopra la zona di produzione. Secondo il regolamento siamo obbligati ad alzarci, quando si avvicinano le guardie. Anche se i nostri sono seduti e fumano nel luogo preposto, si alzano se sta passando anche il pi insignificante soldato in tuta mimetica per la Via Dolorosa. Si alzano e salutano, anche se il soldato non li vede e non li sente nemmeno. Sull'Avenida delle Rose passano tutto il giorno soldati in tuta mimetica. Per questo siamo sempre all'erta. E il sottotenente lo saluto ogni volta che lo incontro. Per ogni evenienza. Perch non possa trovare da ridire. Negli ultimi tempi ha cominciato a cedere. Ha iniziato a dargli sui nervi che mi avvicini di corsa a lui dicendo: Buongiorno, cittadino capo, buongiorno, buongiorno! Buongiorno!

21.

I boss dei reparti sono l'lite del campo, le guardie del principe. Ecco che vengono a trovare il nostro superuomo Anton per il compleanno, tra le rose scomposte in un giorno di vento. I pantaloni neri di lana che cadono elegantemente e le camicie di seta o di sargia sono gonfiati come vele dal vento. Hanno scarpe bellissime e splendenti, nuove, lucide, senza neanche un granello di polvere. I loro chep sono brillanti di sargia come i cilindri dei milionari che vanno a teatro. I chep coronano volti freschi, sani e pieni di energia. Di norma sono robusti, agili, taglienti e affilati come rasoi. Sghignazzano, parlano ad alta voce e si sentono fin da lontano. E il vento, il vento gonfia i loro pantaloni e le loro camicie in un'unica direzione. Non li ha visti Van Gogh, altrimenti li avrebbe dipinti, freschi come briganti siciliani. Sono i capi zek del campo, hanno tutti condanne lunghe, sono tutti criminali seri. In una colonia rossa per loro  semplicemente pi comodo prestar servizio al Padrone e agli ufficiali. Per questo hanno dei privilegi. Per questa ragione ridono allegramente, parlano ad alta voce e possono influire molto sui destini degli zek. Se il Padrone d un segnale, possono rendere la vita difficile a chiunque.
Non hanno neanche dovuto cambiarsi d'abito. Nel 1997 a Georgiyevsk, nella regione di Stavropol', ho visto quegli stessi pantaloni neri, le camicie di seta nere gonfiate dal vento, che correvano svelti, trottavano al cimitero con la bara di un loro compagno sulle spalle. Erano alcune centinaia, tutti delinquenti. Solo che erano senza chep. Non si sa se siano stati quelli di Stavropol' a portare questa moda dalle colonie o se sia stata importata nelle colonie dall'esterno.
I boss sono arrivati da Anton, sono entrati nella sua stanza; adesso gli porteranno dal PVO un blocco di sedie e il cifir' dalla cucina. Staranno l seduti, gli faranno gli auguri, gli daranno i regali, rimarranno quanto vogliono. E poi verso notte andranno al PVO e guarderanno la TV, se vogliono.
Nel campo avviene una selezione naturale. Grazie agli ufficiali  stata introdotta e si  consolidata, ma grazie al Padrone si  proprio trasformata nella selezione naturale di Darwin al cento per cento. I pi forti di volont, d'animo e di fisico passano attraverso l'SDP, e da caproni vengono promossi boss. Quanti crimini contro l'uomo debbano compiere lo sa solo il Padrone. Dio, probabilmente, non lo sa. Dio non ha abbastanza spie nel nostro campo. O pi precisamente, non ne ha affatto. Abbiamo una cappella nel cortile con alcune cupole a cipolla, l di domenica serve messa come pope un condannato per stupro.
Sono prestanti, giovani, belli come novelli generali i nostri aristocratici del campo. E sono furbi come serpenti, questi ragazzi. Hanno una particolare capacit di capire chi possono umiliare e chi no. Con me girano al largo, passano oltre. Si fermano soltanto come vetrificati per un minuto e si offuscano un po', mentre meditano.
Li ho capiti quando mi trovavo ancora in quarantena da Igor' Savel'ev. Li ho osservati e ho visto che davvero dominavano sul mare degli zek. Non  sempre necessario che siano istruiti, che siano intelligenti, ma, secondo la classificazione di Lev Gumilev, i caproni e i boss del campo sono gli individui che possiedono pi passionariet' tra la folla del campo. Sono i pi impetuosi, i pi veloci. Jurka Karla una volta mi ha confidato ridendo che al circolo i capi zek, giovani passacarte, tutti alti due metri, gli avevano fatto delle domande su di me. Gliele avevano fatte con un po' di vergogna, perch non volevano apparire inutilmente curiosi. Perch  vestito cos da poveraccio? Non sta bene che vada in giro con gli stracci tutti scoloriti del campo... Faresti meglio a dirglielo... In questo modo le giovani guardie ritenevano che io, per il mio status, dovessi essere vestito come loro: come un cavaliere nero, con abiti freschi e nuovi, con pantaloni con le pieghe stirati, con una camicia splendente e infilata nella cintola.
Un mattino uno di loro mi ha colto alla sprovvista nel PVO. Ero seduto con lo sguardo puntato sulla bambina-Demone dalla capigliatura verde; ero con lei, ma in mano stringevo uno straccetto per la polvere. La pulizia doveva essere compiuta dalle 8,15 alle 10, il luned e il venerd durava persino fino alle 11. Di lavoro, per, per due ce n'era al massimo per mezz'ora, perci facevo finta di lavorare. Di solito vagavo e parlavo con la bambina-Demone o chiacchieravo della Georgia con Badri, mentre lui puliva i suoi acquari. Ma quella mattina ero sfacciatamente seduto e in realt mi ero unito a quella diavolessa in un tutto indissolubile. Bevevo da lei l'energia. All'improvviso  entrato questo tizio rosso di capelli, il vice del capo dell'SDP, cio il secondo caprone della colonia per carica. Mi sono alzato di scatto.
Sta pure seduto mi ha detto. Come va?
Tutto bene ho risposto io e ho cominciato a strofinare il davanzale.
 bianco anche cos ha aggiunto il rosso. Lo sporchi e basta. Perch ti agiti? Sta' seduto.
La pulizia dura fino alle dieci ho detto. Manca ancora mezz'ora.
E cosa ti immagini che faccia? mi ha chiesto. Che scriva un rapporto su di te, dicendo che gi mezz'ora prima della fine della pulizia non lavoravi? Ha sorriso. Vorrei proprio vederlo il caprone che alzer la mano per scrivere un rapporto contro di te.
Poi abbiamo parlato ancora di qualcosa e poi se ne  andato. Dopo quell'episodio ho capito di essere tenuto in particolar conto da tutti loro. Forse gliel'aveva ordinato il Padrone, ma  pi probabile che fossero loro stessi a percepire ogni cosa.
Ci sono, ci sono giovani sani, forti e veloci nel popolo russo. Con volti radiosi, guance granitiche, mani possenti, sono luminosi paladini. Sono i capi zek della colonia. Non ho mai visto in libert tanti giovani cos pieni di energia in un unico posto.
Il nostro Anton non  alto, ma ha una forza di volont diabolica. Ha dato prova del suo valore nel campo trasformandosi da assassino diciassettenne a boss del miglior reparto della colonia. Ha organizzato gli zek, li ha suddivisi secondo una gerarchia. Questi rispettano ogni suo gesto e con preoccupazione attendono il momento in cui verr liberato. Ne arriver un altro e non si sa se sar giusto. Anton invece lo . E ambizioso. Ha attrezzato il reparto n. 13, ha tirato cos a lucido tutti i suoi locali, che adesso brillano pure. Grazie all'aiuto dei genitori dei condannati, Anton ha trasformato tutte le stanze del reparto n. 13 in stanze sterili, ristrutturate all'europea: certo non si pu dire che sia un Paradiso, ma nessuna unit militare si  mai neanche sognata una cosa simile. La carta da parati nei dormitori verr di nuovo cambiata, l'hanno gi consegnata, sebbene l'abbiano cambiata meno di un anno fa. Quand'ero in libert nel mio appartamento a Mosca non ho cambiato la carta da parati neanche una volta in sei anni! Oltre ai locali (e io ho potuto fare un paragone, perch ho passato un po' di tempo nel reparto n. 16, che sembrava misero a confronto del 13), Anton ha ottenuto per il suo reparto il posto di comando nel KVN, il concorso dilettantistico. Per questo appoggiava Karla, pieno di talento, e lo incoraggiava. Jurka mi ha detto che, nel momento in cui Anton fosse uscito di prigione, lui non si sarebbe pi dato molto da fare. Jurka era infatti convinto che senza l'aiuto del boss non avrebbe ottenuto tanto.
Stanno seduti l, nel locale ausiliario, festeggiano il compleanno. Si passano in cerchio le tazze con il cifir'. Sono gli aristocratici del campo. In libert nasconderanno ci che sono stati qui. In questa stratificazione, tuttavia, nella cristallizzazione di tali aristocratici io - osservatore razionale - vedo un processo naturale di formazione di una casta. La maggior parte della zona  fatta di sgobboni, che hanno un aspetto che corrisponde alla loro casta. Sono uomini con i denti marci, di solito con corpi sproporzionati, soggetti a ogni tipo di danno fisico, invecchiati precocemente, calvi, con le guance infossate e gli occhi strabuzzati. La loro caratteristica ereditaria  il declino fisico.
I caproni semplici sono gi una stirpe diversa: sono pi giovani, pi veloci, pi svegli. I boss e i membri dell'SDP nelle garitte sono semplicemente i granatieri, la guardia, i prescelti. No, il Padrone non li sceglie in base alla statura,  una selezione di casta. Inoltre tutti questi giovani aristocratici poco tempo fa erano degli stronzetti, dei minorenni, venivano cacciati, nelle celle della prigione tentavano di sottometterli,  toccato loro sopportare un bel po' di esperienze, prima di diventare aristocratici senza princpi ma orgogliosi, prima di disprezzare le leggi umane e di innalzarsi al di sopra del bene e del male. Sono una stirpe bella e cattiva, addestrata a mordere e a staccare pezzi dalla carne e dall'amor proprio dei propri simili. Ed eccoli che se ne stanno seduti a sorseggiare il cifir', non pi di due sorsi, secondo un rigido rituale. Il rito della consacrazione, della fraternizzazione, dell'iniziazione. Sulla tazza, sul bordo, la saliva di tutti.
Anton su loro richiesta ogni tanto me li presenta. Ma non  una conoscenza fatta in libert, dove la gente che si  stretta la mano comincia a parlar fitto e a chiacchierare:  piuttosto uno stare seduti l'uno davanti all'altro in un silenzio interrotto scrupolosamente da una frase ben ponderata. Non sono ricchi di contenuto questi incontri, ma di silenzio. Di solito Anton me li fa incontrare nel suo ufficio. Met dell'ufficio  composto da tre file di ampi tavolacci dove stanno le nostre sacche, quelle di tutto il reparto. La finestra d sul territorio dei reparti n. 15 e n. 16, sul loro cortile. Una scrivania, sedie raggruppate in un blocco da tre, come nel PVO. Anton, il suo ospite nero e io siamo tre punti concentrati, tre fronti, tre cervelli, un triangolo. Ciascuno cova la sua diabolica macchinazione. E lanciamo dei segnali l'uno all'altro. I segnali sono amichevoli. Non aver paura di me. Dalla mia parte sei protetto. Non ci sar pericolo da parte mia. Questo  lo scopo del far conoscenza. Una persona inesperta non capirebbe niente. Stanno seduti, in silenzio. Parlano a denti stretti. Perch si sono incontrati? Per dare un segnale.

22.

Da noi ci sono tre tipi di sport: individuale, del reparto e della colonia. Lo sport individuale si pu fare se non sei occupato con un lavoro che ti  stato affidato: a quel punto dalle 11 alle 12 puoi andare alla cassa delle attrezzature sportive ai piedi di una grande sbarra e delle parallele di ferro e unirti ai cittadini condannati, che sollevano i bilancieri e i manubri o alzano i pesi stando sdraiati su due panche basse.
Gli atleti pi forti dello sport individuale da noi sono Viktor Galeckij e il sorvegliante notturno Bars. Vitja Galeckij  un tizio vigoroso e poco loquace di circa trentacinque anni, severo, ma amichevole.  solitario e indipendente, non ha compari, ma viene rispettato sia per la forza fisica -  campione di sollevamento pesi nella colonia - sia per il carattere corretto. Secondo i racconti di Jurka, Galeckij ha aiutato lui e Mika nel loro primo anno nel campo a tirarsi fuori da situazioni difficili. E le situazioni difficili capitano ai nuovi arrivati, sia che si arrivi nella zona rossa, sia in quella nera: capitano sempre. In alcuni conflitti Vitja si  messo dalla parte dei prigionieri austroungarici. Galeckij  per met ebreo, lo ha detto anche a me quando sono arrivato nel reparto n. 13. Dall'aspetto esteriore, tuttavia,  impossibile notare in Viktor questa parziale appartenenza al popolo ebraico. Ha un naso russo schiacciato, occhi chiari e in tutto il resto somiglia a una guardia pretoriana romana: un collo taurino, un petto come la ruota di un camion, le mani cernierate.
Anche Bars  un possente tozzo di muscoli, sembra solo un po' pi leggero. Tatuato, silenzioso, persino burbero al di fuori dello sport, quando  ai pesi si trasforma: sorride,  affabile, contento se arriva un novellino e si mette agli attrezzi. Non cela il suo disprezzo se uno zek gira attorno agli attrezzi solo per denudarsi fino alla cintura e abbronzarsi un po'.
Il quadro  questo. Sole, un gruppo di tizi con la testa rasata e il corpo bucherellato dai tatuaggi strazia con impegno i propri corpi, li allunga e li schiaccia con il ferro. Il ferro da noi ha la forma di dischi messi su alcune sbarre con una filettatura. Finch ha fatto freddo a maggio, gli atleti sono stati pochi. Appena sono cominciate le giornate di sole, ci si  dovuti mettere in fila.
La prima volta mi sono avvicinato agli sportivi e al ferro subito dopo il trasferimento dalla quarantena e prima del trasferimento nel reparto n. 16. Mi sono messo a guardare, sono stato un po' in piedi e, dopo aver aspettato che si liberassero i manubri con dieci chili avvitati su ogni asta, ho cominciato a pompare i bicipiti. Dato che neanche in prigione avevo smesso di fare le flessioni e di correre, i tricipiti non erano male e le gambe erano ben sviluppate, mentre la situazione con i bicipiti era brutta.
Va' che forza il vecchio, i giovani non ce la fanno mica tutti ha detto Bars, rivolgendosi a Galeckij. Quello l ha sessant'anni, e voi! si  rivolto con disapprovazione a Safronov e a due giovani zek. Questi, con le bocche spalancate, guardavano Galeckij che, sdraiato, alzava quelle frittelle nere insollevabili.
Credo che la mia partecipazione allo sport abbia aumentato notevolmente la mia autorit nella colonia. Non tutti capiscono se sei intelligente o no, se sai la storia o non la sai, ma il fatto che tu sollevi del ferro a sessant'anni  visibile a tutti ed  una cosa che stupisce. Facendo un salto in avanti nel racconto, dir che dopo per ci ho messo troppo zelo: mi sono inclinato troppo indietro nel sollevare il bilanciere e di conseguenza ho sforzato una vertebra, che poi ha cominciato a farmi male. Questo  successo, per, subito prima della liberazione. Il primo giorno in cui ho partecipato alle attivit sportive  arrivato pi tardi anche Jurka. Si  spogliato e ha mostrato dei muscoli eccezionali, il suo addome era sviluppato ancora meglio di quello di Bars e Galeckij. Tre strisce orizzontali di muscoli, tutte e tre divise poi nel mezzo da un'infossatura verticale! E la spalla sinistra, il braccio sinistro e il petto erano coperti di tatuaggi che aveva fatto lui stesso. C'erano la spada, il serpente, le ragazze, tutto come si deve. Anche la mia bomba a mano, la limonka, sull'avambraccio sinistro ha un aspetto dignitoso. Modesto, ma di gusto.  un tatuaggio di guerra, secondo le nozioni della prigione. Lo porto e nessuno, per esempio, pu avanzare con me pretese dicendo che ho un tatuaggio che non corrisponde al mio rango. Con le cupole, per esempio, il problema  serio. Le cupole si riferiscono agli anni di pena. Non ti puoi tatuare di punto in bianco molte cupole se non hai scontato quegli anni. Un teschio trafitto da un pugnale  sicuramente un tatuaggio di un ladro nella legge. Il teschio pu avere una corona, ci possono essere pi pugnali intrecciati, ma ormai non stiamo pi parlando di sport. Stiamo parlando di tatuaggi.  proibito avere dei tatuaggi che non ti appartengono.
In seguito, dopo essere stato nel reparto n. 16 e aver avuto una discussione riguardo l'attrezzatura sportiva, io, tornato nel reparto n. 13, sono rientrato nelle fila degli atleti del reparto. La malnutrizione, a quanto pare, non ha un peso cos grande nell'aumento della muscolatura. Persino con poche calorie e con la kaa si possono sviluppare i muscoli. La kaa, anzi, lo favorisce.
Pi o meno una volta a settimana nel nostro cortile ci sono le gare del reparto. Anton fa andare tutti alla sbarra e i nostri cominciano uno dopo l'altro a uscire e fare le flessioni o, chi lo sa fare, a volteggiare sulla sbarra. Molti lo sanno fare male, ma tutti ci provano almeno una volta o due o cinque, suscitando risate o approvazione. Anton in persona non partecipa alle gare. Non partecipiamo neanche io e Ali-Paa. Jurka spesso non c' nei giorni delle gare, sta al circolo. Alla sbarra, per, non si solleva male. Ovviamente non lo obbligano a correre, perch  zoppo.
Nel nostro cortile si corre dal cancello che d sulla Via Dolorosa, fino all'altro cancello, che delimita il reparto n. 9 dei vicini. In quel lasso di tempo  come se la linea rossa venisse abolita. Il lungo e sparuto Morte, il nostro eterno addetto al circolo, gareggia di solito con Kupcenko. Quando non ci sono quelli magri con le gambe lunghe non  interessante guardare la gara. Spesso c' da morir dal ridere. Una volta Anton per scherzo ha fatto correre Martingala per la 49a squadra, mentre per la nostra, la 51a, ha corso Akopjan. Vestiti con degli stracci stinti e delle calzature di dubbia resistenza, sembravano entrambi dei barboni lanciati ad afferrare una bottiglia vuota. A due terzi del percorso a Martingala  volata via dal piede la vecchia scarpa e lui  stramazzato sull'asfalto. Questo ha fatto esplodere le fragorose risate degli spettatori. E anche io, che non sono un grande filantropo, ho riso senza trattenermi, tanto appariva comico il vecchio umiliato con la pianta del piede nuda e decrepita come lo zoccolo di un animale. Il guerrigliero Akopjan intanto, ebbro per la vittoria, ha sfiorato la recinzione che dava sulla Via Dolorosa. Il caposquadra Soldatov con l'orologio in mano ci ha gridato da l il suo tempo. Lo hanno annotato ed  risultato il peggiore del reparto, per cui la 51a squadra non ha vinto, ma in compenso si sono divertiti tutti. Lo zek  come un bambino piccolo: nella sua vita ci sono pochi svaghi, perci  cos spietato e insensibile. Inoltre, la nostra crudelt  comunque superata dalla violenza che lo Stato ci infligge: anche lo Stato gioisce infatti delle nostre sfortune. Picchia i condannati, non li fa dormire, li spossa con il lavoro. E si copre dicendo che noi dobbiamo essere educati, tenta di ottenere spietatamente il nostro pentimento, che ammettiamo la nostra colpa. Colpa per cosa? Per il fatto di essere vivi, di essere persone, di essere mossi da passioni e illusioni?
Le gare a livello di colonia generalmente si tengono nelle vicinanze del circolo. Dai suoi gradini partono tutte le staffette e le gare di corsa su tutte le distanze. Dalla parte posteriore, dietro al circolo, tra l'edificio della scuola di avviamento professionale e il circolo, c' un terreno abbandonato. Su questo terreno vengono lasciate le attrezzature sportive, quelle che non possono essere portate dentro al circolo, diciamo, la sbarra in primo luogo e le parallele. Quelle che invece possono essere portate in sala, i pesi e i bilancieri, vengono trasportati dentro: le gare di quegli sport si svolgono direttamente sul palco del circolo. Sono semplici: si prepara un bilanciere di un determinato peso, da ogni reparto si avvicina un atleta, prende il bilanciere e due condannati lo aiutano. Mette il bilanciere sulle spalle e si accoscia. Ognuno quanto pu. A me non interessa il peso del bilanciere, io guardo i muscoli dello zek che tremano, gli zek che si contorcono, che si sforzano, che emettono sospiri e gas. Il desiderio di vincere anche nella prigionia  evidente. Uno zek si curva tutto, sollevandosi. E tu pensi: questo adesso cade dal palco. Lui invece, come un ragno, sembra aggrapparsi all'aria, si impunta, sbuffa, emette suoni rauchi e si alza di nuovo. E di nuovo si accovaccia e si alza, confutando tutte le leggi dei corpi fisici. Un poveraccio  stato addirittura portato via dal palco. Non riusciva a camminare da solo, l'hanno preso sotto braccio al suo posto in due.
Alla sbarra nel terreno vuoto dietro al circolo ho visto di nuovo il boss del reparto n. 16, Gobbetto. Vestito solo con una canottiera e pantaloni larghi, mostrava al mondo una forza addirittura cavallina e una muscolatura da stallone.  spuntato da sotto le parallele ed  andato a flettere le braccia e a raddrizzarle. Come se fosse caricato a molla, come un albero a gomiti, come se fosse stato un meccanismo e non un uomo. E ha vinto le gare. Sono inoltre riuscito a notare che Gobbetto aveva braccia sproporzionatamente lunghe.
Ha cominciato a piovigginare. Jurka si era perso da qualche parte fra la folla degli zek. Io stavo in piedi da solo, senza vedere nessuno dei nostri attorno. Sono rimasto un po' l, sono entrato al circolo, sono uscito dall'altra parte e sono finito nel bel mezzo di una marcia sportiva, combinata con la staffetta. L facevano prodezze i nostri Kupcenko, Morte e il drogato Kirillov. In realt, lui non marciava molto da sportivo, ma, poich chi  alto e magro ha un passo pi lungo del normale, ha fatto comunque un buon risultato e abbiamo vinto noi, il reparto n. 13. Se non fosse stato per i sieropositivi, saremmo stati primi sia nello sport sia nel KVN. Anche se, in fondo, a cosa mi sarebbe servito? Io appartengo a un'altra squadra, alla serie A. E l gareggiamo in modi diversi. La gente per ama persino gli animali: perch non dovrei provare simpatia per i miei compagni di sventura? Bisogna provarla. E anche con Simon Mago bisogna volare al tramonto sopra Gerusalemme.

23.

Per tutta l'estate del 2003 la colonia n. 13  stata animata dalla battaglia tra il reparto e i sieropositivi per aggiudicarsi il primo posto nel KVN. Di sieropositivi non ce n'era soltanto uno, ma tre interi reparti. Dal punto di vista sociale i sieropositivi avevano raccolto nelle proprie fila la popolazione pi progredita e agiata della colonia. I sieropositivi fanno parte della classe media molto pi di noi peccatori, anche se nel reparto n. 13 abbiamo dodici musicisti su quindici. Evidentemente i rapporti sessuali promiscui sono un privilegio della classe agiata. I reparti sieropositivi non vanno in refettorio, ma vengono al circolo e alle gare sportive e spesso vincono. Hanno un aspetto migliore degli zek normali, vengono mantenuti meglio e di pi dalle proprie famiglie. Di solito sono ragazzi dai lineamenti rozzi. Al KVN ogni tanto vinciamo noi, ogni tanto loro. Per di pi li giudicano con parzialit. O almeno Jurka dice cos. La giuria  composta dai nostri ufficiali, ovviamente.
Il nostro reparto n. 13 viene chiamato anche del circolo', perch prestiamo servizio al circolo. Uno dei nostri, un ragazzo scheletrico come la morte, che di cognome fa Sirotin, ma che viene soprannominato appunto Morte,  l'addetto fisso al circolo. Ha un permesso speciale. Un altro dei nostri, Kain, che deve scontare quattordici anni, ha il muso grosso e sembra un ebreo ucraino,  il boss del circolo. Questi ragazzi stanno semplicemente a dormire da noi nel reparto e vanno via subito dopo la colazione, di solito non rimangono neanche per l'appello. Essere il boss del circolo  una carica molto importante, non inferiore a quella di boss del reparto. Quindi abbiamo addirittura due rappresentanti dell'lite nel nostro reparto. A dir la verit, Kain non si vede e non si sente:  sempre al circolo e sta l anche a dormire.
Al circolo ci sono anche sempre dei musicisti. I nostri dodici. Per prima cosa l hanno i loro strumenti. E poi fanno le prove. Subito dopo l'appello del mattino corrono al circolo e, se l'appello va per le lunghe, allora scappano via come dei velocisti. Afferrano i tamburi e le trombe ed escono sull'Avenida delle Rose, incitando i reparti ad andare nella zona di produzione. Questo spettacolo  talmente straordinario che occorre soffermarsi con pi attenzione sul luccichio dei loro strumenti di ottone sotto il sole, sui suoni da loro emessi. Marciano in colonna, come noi, ovunque andiamo, cinque uomini per ogni riga. Il numero dei musicisti oscilla a seconda della loro disponibilit. Quando ero l io, due musicisti hanno lasciato la colonia: uno  stato mandato in un villaggio-colonia, l'altro  stato liberato. Per un po' di tempo i musicisti hanno marciato con la loro terza fila incompleta. Fintanto che non hanno trovato altri due da chiss dove. Avevo sempre pensato che diventare un musicista fosse una cosa estremamente difficile.  saltato fuori invece che era semplice: bastava prendere il tamburo e batterci sopra, tentando di tenere il tempo. Oppure suonare la tromba. Quello che non sai fare te lo insegnano i compagni. Nessuno pretende la conoscenza delle note, anche se, ovviamente, lo scheletro del gruppo  fatto da professionisti. Se vogliamo credere a Jurka, fanno parte della nostra orchestra del campo due importantissimi musicisti rock di livello nazionale. Fra l'altro entrambi sono del reparto n. 9. Uno  pi vecchio, sui quarant'anni,  magro, nasuto e fumato; l'altro  un tizio corpulento che assomiglia a un criceto.
Ecco quindi che, avvolti dalle serpentine delle trombe, con i tamburi e i timpani, marciano i nostri compagni, ormai non pi come zek, ma come dei della musica, suonando L'addio della slava. Quanti cuori degli zek si stringono e si stringeranno al suono di questo Addio della slava, vicino al cuore e odiato, con cui di solito comincia l'assegnazione al lavoro in tutte le zone della Federazione Russa. E Mosca a maggio. Il mattino veste di un tenue colore / le mura dell'antico Cremlino, / si risveglia con l'aurora / tutta la terra sovietica'. E il ritornello: Ardente, potente, / mai sarai prostrata, / Paese mio, Mosca mia, / tu sei la pi amata...'
Oh, Paese mio amato, cosa ci hai fatto! Perch ci hai sbattuto nella fascia sterrata, perch ci hai circondato di arroganti e canaglie con le scarpe, gli stivali e arroganti tute mimetiche? Il freddo corre oltre le porte, pi forte si sente il rumore per le strade...' Sentendo questi versi, come un improvviso colpo di ossigeno o ozono in faccia vengono in mente alcune centinaia o migliaia di mattine moscovite, quando ti svegli e passano le macchine per lavar le strade, alla finestra c' un po' di venticello e la moglie che ami o la compagna di una sola notte sta ancora dormendo. Ma puoi svegliarla con un bacio sulla bocca, pulita o sporca, aprirle le gambe ardenti e...  meglio non proseguire oltre con questa visione e spostare lo sguardo sulle ordinate aiuole di rose, coltivate dagli umiliati. O sollevarlo fino al livello delle pesanti trombe, fino all'ottone rilucente.
L'orchestra passa davanti a tutti i reparti e dai cancelli escono i condannati in file nere. Dai nostri cancelli del reparto n. 13 non ne escono tanti, solo alcune file; dai reparti dei lavoratori, invece, escono interi nugoli di condannati, di neri gladiatori dei lavori forzati. Vanno a passo di marcia, nell'aria che comincia ad arroventarsi: sono uomini fatti rinsecchire forzatamente, perfetti per la riproduzione, con le palle asciutte, che hanno dimenticato quando si infilavano dentro una donna. Camminano per dissipare il loro ardore di amanti, affondando nel metallo o nella terra per spaccare, calpestare, triturare contro il ferro, il mattone o il terreno le proprie emozioni. La propria passione.
Brutti stronzi! Ci avete tolto gli amati buchi e volete che noi, disciplinatamente, con il sottofondo della musica delle trombe di ottone, entriamo nella gola della zona di produzione: Il mattino veste di un tenue colore'. Oh, come veste le mura di questo maledetto Cremlino! Solo che noi non lo vediamo. Lo vedono a Mosca dalle finestre dei loro appartamenti privilegiati i ladri fortunati, cio i procuratori, i giudici, i funzionari, gli oligarchi. E le puttane stanno sdraiate accanto a loro in pose provocanti... E intanto noi, reietti del mondo russo, marciamo in nere file. Il mattino veste...!' Il condannato sogna in segreto una vendetta... Sogna teste spaccate, uomini ubriachi e puzzolenti, cio i proprietari di quegli appartamenti, gettati sul pianerottolo, con le puttane focose prese in ostaggio... Altrimenti che condannato !...
Il circolo, da cui portano fuori i loro strumenti,  una costruzione mai vista nelle steppe del Volga. Fuori c' l'inferno asiatico estivo, dentro fa fresco.  un enorme capannone per duemila persone con le panche che si innalzano verso la fine della sala. C' un palco alto con una lingua che scende fino in sala. Ai lati del palco sono accalcati gli amplificatori, ognuno dell'altezza di un condannato. Nelle pareti pi vicine al palco ci sono degli incavi con statue di muse di tutti i tipi, dei e dee.  probabile che gli zek che li hanno modellati con il gesso e poi li hanno decorati con colori a olio non sapessero quali muse, dei e dee fossero. Li hanno semplicemente modellati guardando i disegni dei manuali scolastici, in cui si parlava dell'Antica Grecia. La sala  ben areata e ha persino un buon odore, dato che tutto il legno - le panche e i pavimenti -  lucidato dai condannati. Il nostro lavoro costa poco, perch risparmiarci? La cera per i pavimenti viene fatta arrivare dai genitori dei condannati o dagli amici dei condannati. Be', le statue... le guardi, mentre stai seduto con il chep sulle ginocchia, e attorno a te quei poveracci dei condannati tentano di dormire con gli occhi aperti e il collo dritto. E tu guardi le statue e sospiri: oh, cultura! Oh, cultura, cultura!
In mezzo si muovono gli ufficiali e i caproni, che ci esaminano attentamente. La loro principale preoccupazione  cogliere sul fatto quelli che si stanno addormentando. Per poi farli chiamare al consiglio della colonia e far s che il consiglio ci spedisca nello IZO. E noi stiamo seduti con i chep sulle ginocchia e prestiamo attenzione. A cosa? A quello che ci obbligano a guardare e ad ascoltare.
Tutto giugno siamo stati tormentati da questo maledetto circolo. Per cosa poi, non si capisce bene. Singole persone competenti hanno addotto spiegazioni estremamente profonde - ognuno la sua - ma siccome neanche una mi ha convinto, mi limiter al fatto che il giudizio comune (superficiale, ma preciso!) suonava cos: ci stanno punendo. Un giorno siamo stati convocati al circolo per cinque volte! Era una domenica. Il giorno pi libero' (fra virgolette, naturalmente!) per gli zek. Siamo stati convocati per ascoltare la composizione musicale Paraa emcugova, sulla famosa attrice serva della gleba del conte eremet'ev. Il vecchio eremet'ev aveva notato Paraa quando era ancora una bambina e l'aveva portata in teatro. Era diventata un'attrice, aveva recitato davanti alla zarina Caterina II ed era morta da consorte di eremet'ev. Questa semplice storia ci  stata illustrata dai cantanti della filarmonica. Il basso, un uomo grasso, enorme e panciuto con uno smoking logoro, ha eseguito alcuni pezzi, tra i quali c'era anche un motivo che conoscevo dall'infanzia: Se fossi un rametto...' Nel testo il protagonista sogna che migliaia di fanciulle siedano sui suoi rami...' A questo umorismo antiquato gli zek hanno fatto delle smorfie. Per lo meno, quelli di cui potevo vedere il volto. Vasja Ogly, girato verso la nostra fila, ha detto: Va' che testa di cazzo!
Probabilmente il basso  un alcolizzato, guarda il suo naso! mi ha sussurrato Jurka. E come  sudato! Per la sbornia,  chiaro. Adesso, appena escono, si ferma alla prima birreria.
Il tenore ha cantato: Chi pu eguagliar la mia Matilda!...' Il basso  stato pronto a rispondere e ha eseguito una ancora pi decrepita Pulce, ha-ha-ha! C'era una volta un re e con lui viveva una pulce'. C'erano quattro donne. Una conduceva la musica, spiegandoci con una voce da intellettuale sovietico cosa sarebbe successo in seguito. Era un orrendo kitsch fuorimoda, non peggiore del teatro italiano dei burattini o, mettiamo, del teatro giapponese Kabuki. Era distante migliaia di anni luce da noi, condannati della colonia n. 13. Dopo aver assistito per un po' a questo spettacolo, me ne sono persino innamorato, mi sono innamorato di questa rappresentazione da museo. Dove in libert avrei potuto ancora vedere e sentire una cosa simile di mia spontanea volont? Da nessuna parte. Mai!
Abbiamo applaudito con tutta la forza che avevamo perch poi non ci punissero dicendo che il nostro reparto non aveva applaudito con abbastanza entusiasmo. I nostri rappresentanti hanno consegnato alle donne alcuni mazzi delle nostre rose, tanto non avremmo saputo dove metterle, e agli uomini delle sculture di legno. Che si potevano picchiare bene in testa. E noi, felici che la rappresentazione fosse finita, ci siamo schierati in riga vicino al circolo e ci siamo messi in marcia. Siamo arrivati, finalmente ci hanno lasciato entrare nel cucinino e il rosso Mika, come una pallottola infuocata, si  lanciato per primo in bagno e ha fatto bollire dell'acqua in un barattolo. Un minuto dopo eravamo gi seduti: io, Jurka e Mika, con tre cioccolatini sulla cerata, che guardavamo in modo libidinoso il barattolo tappato con il coperchio. All'improvviso  entrato di volata un addetto: Tutti i reparti devono mettersi in riga e andare al circolo.
Imprecando a bassa voce, abbiamo bevuto un sorso di t non bollito e siamo corsi verso l'uscita. Ci siamo messi in riga. Ci siamo avviati. Vicino al palco erano gi seduti i nostri ufficiali, baby face Evstaf'ev e il maggiore Nikonov, e con loro tre civili, tre capi di livello inferiore. Hanno cominciato a insegnarci come trovare lavoro una volta fuori dalla colonia. E i nostri hanno ricominciato ad affinare l'arte di dormire con gli occhi aperti e il collo dritto.
Di questa cultura ne ho ingoiata fino alla nausea in colonia. Ho vissuto dodici anni all'estero, poi ho pubblicato un giornale radicale. Pensavo che tutte queste filarmoniche, questi bassi alcolizzati con pantaloni grandi e queste ragazzine sui ramoscelli fossero scomparsi da tempo. No! Sono vivi. Le attrici con le facce sfatte e i fetidi alcolizzati continuano a dar voce all'appassita cultura nobiliare per le masse.
Un giorno ci hanno portato una pice ispirata all'opera di C. Gozzi L'amore delle tre melarance. La pice aveva un nome ancora pi d'effetto: Le dieci melarance magiche! Protagonisti della pice erano un Re, un Principe, uno Speziale e una Maga. I vestiti erano per la maggior parte verdi. Gli attori squittivano, saltavano, strisciavano per il palcoscenico e parlavano: risuonava semplicemente una sorta di glossolalia. Gli zek rumoreggiavano sordamente (il nostro reparto era seduto nelle file posteriori); all'inizio anche io ho rumoreggiato, ma poi ho cominciato a meditare sulla scena, su quello che vi succedeva e sui suoni. Mi ha coinvolto cos tanto, alla fine, quello spettacolo, che mi  dispiaciuto uscire dal circolo.
Hanno poi introdotto la regola di far tenere agli ufficiali delle lezioni per noi al circolo. Ha cominciato Evstaf'ev, che ha svolto, in occasione del trecentesimo anniversario di Pietroburgo, la lezione Pietroburgo sconosciuta. Ovviamente l'aveva copiata da un libro di storia. Non che non fosse poi interessante, ma quando ti hanno trascinato al circolo cinque volte in un giorno, ti fanno male le gambe, ti duole la colonna vertebrale, e tu sei obbligato a star seduto sull'attenti,  ovvio che ti si rivela subito un mistero comprensibile e che non fa spavento. Per ordine del Padrone, ci stavano semplicemente uccidendo con il circolo. Ci stavano succhiando tutti i fluidi vitali. Molti dei nostri ragazzi il luned avrebbero di nuovo dovuto sfacchinare nella zona di produzione. E la domenica non erano neanche riusciti a bere il t in pace.
Ascoltando la lezione di Evstaf'ev, ho capito all'improvviso una cosa terribile. Era a causa della mia proposta di tre pagine, in cui innanzitutto consigliavo di far conoscere agli zek la storia, i concetti di Storia' e Stato', che avevano cominciato a tenerci delle lezioni. Era colpa mia se ci avevano portato in formazione al circolo e stavamo l a soffrire, perch era scomodo, si stava male ed era tutto tetro. A quell'ora saremmo potuti stare seduti comodamente accoccolati nel cortile e i fumatori avrebbero potuto fumare. Ecco come riuscivano a trasformare persino il mio Pensiero in una tortura, a rivolgerlo contro di noi.
Ovviamente non ho detto a nessuno che avevano cominciato a farci delle lezioni su mia proposta. C'era ancora la speranza che presto loro stessi si sarebbero stancati di questa novit e che le lezioni sarebbero terminate. Presto  successo proprio cos. Come accade di solito in Russia.

24.

Il rosso Mika Jaro assomiglia a un grande chiodo magro con la testa-capocchia battuta su un lato. Eccolo che arriva dal lavoro con i suoi occhiali rossi (ha la montatura cos), agitando le mani;  un ragazzo di buon senso, perci aiuta il contabile o, come  di moda dire oggi, l'economo della colonia. L'economo  un tenente colonnello: pi vecchio di lui per grado c' solo il Padrone Zorin, che  un colonnello, perci Mika ha una copertura, cio probabilmente non lo manderebbero subito nello IZO se facesse una cazzata. Per il resto Mika non ha altri privilegi. I genitori vengono a trovarlo se va bene una volta all'anno, vivono al Nord. Mika vuole mangiare, vuole il t e i cioccolatini come tutti noi. Quando marciamo in riga tornando dalla colazione e dal pranzo, Mika, Jurka e i musicisti schizzano via dalle nostre file (per consentir loro di fare questo, ci fermiamo per comando del boss o del caposquadra) e corrono come fulmini al circolo. L ognuno di loro ha qualcosa da fare. Mika ha un tavolo e una stanza in cui sta con l'economo.
Mika era stato condannato per rapina a mano armata quando era ancora minorenne. Erano stati beccati in cinque ed era stata una cosa seria, organizzata per benino. Maschere con le fessure per gli occhi e la bocca, armi. Era stato un furto di un uomo molto ricco. Mika si era beccato una pena di nove anni, di recente gli avevano tolto un anno a causa dei cambiamenti riguardo il suo articolo nel Codice penale, e gli erano rimasti otto anni da scontare. Per non era ancora arrivato neanche a met della pena. La fine del periodo di detenzione per lui e Jurka sarebbe stata nel 2007, se, ovviamente, non fossero riusciti a uscire prima sulla base dell'UDO. Bisogna dire che prima del mio arrivo nella colonia, non si erano neanche sognati di ricevere l'UDO, ma adesso avevano cominciato a pensarci. Perch l'UDO c' davvero,  prescritto dal Codice penale. Nella pratica il Padrone e gli ufficiali della colonia sono onnipotenti, a loro non costa niente mandarti nello IZO perch non ti sei rasato o perch hai strappato da un ramo una minuscola mela verde. E, passato per lo IZO, ti allontani automaticamente di sei mesi dalla libert anticipata su condizionale, l'ho gi detto. Passati sei mesi, ti possono di nuovo cacciare nello IZO per non aver salutato un ufficiale...
Mika, d'altra parte,  un ragazzo socievole. Senza occhiali, pieno di lentiggini, assomiglia a un essere sottile e incolore. Il suo naso a patata  scottato dal sole e si squama. Mika ha l'aspetto di uno studente maneggione, anche se non lo . D'altra parte, per la sua posizione nel campo,  comunque un giovane privilegiato dello Stato maggiore. Ha un permesso personale e pu muoversi per il campo senza dover essere accompagnato.
Ancora prima che diventassimo compari - io e questi due prigionieri di guerra austroungarici, come li chiamo scherzando, - Mika ha consumato tutto il mio sapone da bucato.  spuntato da me la prima volta: Mi presteresti la saponetta? Non ho niente con cui lavare i calzini e lavoro nella stessa stanza del tenente colonnello. Non sta bene puzzare. Gli ho dato il sapone. Me lo ha restituito asciugato cos accuratamente, che dopo mezz'ora non era gi pi umido. Dopo un giorno me lo ha richiesto. E di nuovo gliel'ho dato. Quando me l'ha restituito, ormai rimpicciolito,  apparso Jurka e lo ha rimproverato con severit: Non far la faccia tosta, Rosso. Quest'uomo ha un solo pezzo di sapone! Mika si  vergognato. Gradualmente si  chiarito che Jurka, pi vecchio, stava educando severamente il pi giovane. Mika si sottometteva, perch Jurka era erudito, aveva conoscenze musicali e in generale era un figo. Quando Jurka era stato in prigione a Podol'sk, faceva tatuaggi. Lui stesso era bello pieno di draghi, ragazze e croci celtiche. Ma aveva tatuati solo la met sinistra del corpo e il petto, cio i posti in cui era riuscito ad arrivare con la mano destra. Sebbene zoppicasse, era ben pompato, i suoi muscoli erano compatti, ma in rilievo. Come ho gi detto, invidiavo il suo addome scolpito: era semplicemente un'opera classica, Jurka aveva una corazza, non un addome. Per tutte queste ragioni, Jurka aveva autorit su Mika. Jurka era il tipo pi acculturato', come amavano dire le nostre mamme, nella colonia. E Mika, di conseguenza, aspirava a diventare quel tipo di persona. La cultura di Jurka, a differenza della mia, era musicale. Jurka sapeva tutto su tutta la musica moderna, mentre io, per esempio, possiedo una cultura pi antiquata, quella libresca. La cultura pi moderna per ora  quella di internet e dell'informatica. Io e Jurka non arriveremo mai a toccarla con mano. Probabilmente siamo diventati compari anche per via del nostro grado di istruzione, della cultura'. Loro due mi hanno guardato per una settimana, hanno confabulato un po' e poi mi hanno proposto di diventare il loro compare. Non c'era ragione di sospettare che l'avessero fatto per calcolo, dato che a quel tempo non ricevevo ancora i pacchi. E apparivo pi sospetto del pi sospetto dei nuovi arrivati. Hanno rischiato con me, quando mi hanno preso come compare. Non si sapeva ancora, infatti, come si sarebbe comportato nei miei confronti il Padrone della colonia... E non si sapeva cosa si sarebbe potuto trovare nel passato di uno come me. Avrebbero potuto aspettare.
Per me era vantaggioso cooperare con loro. Cominciamo a dire che Mika aveva il dono di riuscire ad afferrare in un istante un barattolo e il bollitore e di mettersi subito accanto a una delle poche prese elettriche. Non c'erano rivali che potessero rallentare Mika. Era sempre uno dei primi con il barattolo dell'acqua bollente in mano a infilarsi nel cucinino. Io non possedevo questo dono. Sono rapido in molte altre cose, ma non riesco a essere cos abile, diretto, sfacciato come Mika. E neanche Jurka ci riusciva. Quando non c'era Mika, gli riusciva tutto pi lento. Mika era il pi sveglio. Appena l'acqua bolliva, ci buttava il t, copriva con un coperchio, si insinuava nel cucinino e lo trovavi gi l seduto. Qui aveva fatto spostare qualcuno, l aveva preso a qualcun altro uno sgabello ed eccoci l seduti che ci passavamo l'un l'altro la tazza con il fiore. Due-tre sorsi e la passava a me, e io a Jurka. Nella vita di uno zek un sorso di t bollente e una sigaretta sono molto importanti.  in libert che ci sono anche altri piaceri. Gli zek non ce li hanno. Perci questo gusto penetrante di t forte, accompagnato da una caramella appiccicosa... oh, non ho le forze per descrivere anche solo approssimativamente l'estasi che prova lo zek afflitto nell'accogliere un paradisiaco sorso di t nella propria bocca, talvolta sdentata e sicuramente marcia. Oh, che estasi! Per questo era comodo stare con loro. Sapevo che, mentre io ancora camminavo, Mika era gi riuscito a far tutto. Mika non ha prezzo, pensavo sempre. Se non ci fosse stato lui, non sarei riuscito a bere il mio t. In questo modo invece lo bevevamo in tre ogni volta che avevamo a disposizione due-tre minuti.
A volte pensavo: i miei amici austroungarici prigionieri di guerra, forse, devono la loro buona reputazione di gente acculturata al proprio sangue? Entrambi i cognomi erano di origine ungherese, questo lo sapevo con certezza, perch ero stato anche in Ungheria svariate volte e spesso ero andato a far la guerra in Serbia passando per la provincia serba di Voevodina, che era abitata principalmente da ungheresi. Jurka, il severo e competente Jurka Karla. E il poco severo, ma anch'egli competente Jaro il rosso. Da dove poteva venirgli altrimenti quell'operosit quasi puritana? Da dove proveniva quella diligenza nei confronti dei documenti? Sarebbe sembrato logico che Karla fosse indisciplinato e isterico come tutti i rockettari e Mika, che ancora il giorno prima era stato uno scolaro, potesse essere un cazzone, e non l'aiutante del tenente colonnello economo. Senza dubbio questo sangue occidentale rendeva i miei compari solerti e puntuali. Nel 2000 mi ricordo che a Krasnojarsk ho visitato un orfanotrofio che in quel periodo era finanziato dal famoso imprenditore Anatolij Bykov con i propri mezzi. L, fra quei bambini dal terribile destino, viveva anche una piccola zingara che avr avuto quattro anni. Appena sono entrato, lei si  lanciata verso di me e verso le mie dita e ha cominciato a prendermi le mani, tentando di togliermi gli anelli. Bisogna dire che porto alcuni anelli di argento e uno con una pietra nera in ricordo delle persone che me li hanno regalati. Mi  stato detto che quella zingarella era stata abbandonata subito dopo la nascita presso le porte di una chiesa.  un caso raro, perch di solito gli zingari non abbandonano i propri figli. Era cresciuta nell'orfanotrofio fin da neonata e non aveva mai visto degli zingari nella sua breve vita. Tuttavia amava cantare e ballare e impazziva quando vedeva degli anelli alle dita dei visitatori. Tentava di sfilarglieli e di indossarli. Quindi una certa zingaritudine'  una costituzione psicologica innata e un modello di comportamento che si trasmette, evidentemente, con il sangue, dato che in questo caso non sarebbe appropriato dire con il latte della madre'. Quante volte l'aveva nutrita la madre prima di abbandonarla? Forse nemmeno una. Ecco, i miei compari avevano una costituzione psicologica e un modello di comportamento austroungarici e occidentali, sebbene Jurka e Mika conoscessero a malapena i propri padri. E nei padri sembra, o almeno entrambi affermano, che non ci fosse nulla di austroungarico.
Oh, sangue nostro! Cosa ci combini! Quando ricordo alcuni folli momenti della mia vita, li ascrivo all'influenza del mio sangue osseta. Scorre in me, gorgogliando, insieme al sangue tataro. Molte azioni della mia vita sono state irrazionali. Anche se, quant' vero Iddio, non so se gli osseti siano irrazionali o no. Non ho incontrato nella mia vita abbastanza osseti per scoprire la formula del loro carattere. In risposta a una domanda del corrispondente di MK su come mi comportassi nella colonia n. 13, il Padrone ha detto:  un uomo adulto e colto e si comporta di conseguenza. Nella sua risposta al giornalista, il Padrone ha sfiorato solo la parte esteriore del mio Io. Dentro di me ribolle un sangue ardente, e quanto ancora ribollir, Padrone!

25.

Ieri mi hanno convocato da lui, dal Padrone. Secondo i miei calcoli avrebbero dovuto convocarmi il primo gioved di luglio. E invece mi hanno chiamato ieri, tre settimane prima. Non ho capito subito il motivo. Questa volta non sono rimasto in piedi sullo spiazzo, ma Anton mi ha accompagnato direttamente nell'edificio dell'amministrazione oltre il posto di guardia n. 1 dell'SDP, dove stavano due caproni. Questi due beaux garons, cio i caproni, erano freschi, alti, dai volti di pietra e mi guardavano con rispetto. Il fatto  che il Padrone si stava occupando di me personalmente e questa unica cosa suscitava la venerazione dei beaux garons. Ho letto la stessa venerazione sul viso del boss dell'amministrazione, un tizio ancora pi prestante e alto, che avrebbe fatto onore sia all'esercito del Cremlino sia alle guardie di Buckingham Palace o dell'Eliseo. Ho appoggiato il mio chep sempre l sul pianerottolo, e ho visto immediatamente che c'erano solo altri due chep oltre al mio. Sono passato solennemente per il corridoio, accompagnato da Anton e dal boss dell'amministrazione Volkov, questa volta non in direzione della porta del Padrone, ma verso quella dell'ufficio di Alekseev. L c'era uno zek da solo che si agitava.
Il giudice vuole parlare con te mi ha spiegato Volkov. Entrerai dopo di lui ha fatto cenno verso lo zek che si mordeva le labbra. Dall'aspetto quello zek era azerbaigiano.
Dopo una quindicina di minuti, dall'ufficio  uscito uno zek che non conoscevo. Felice. Era chiaro che lo avrebbero liberato secondo l'UDO o l'avrebbero trasferito in un villaggio-colonia. Era chiaro che la corte aveva deciso in suo favore. In generale, un processo pu avere luogo solo se la colonia ti ha sostenuto e ti ha rilasciato un attestato. Il fatto stesso che venga fatto un processo, testimonia che lo zek ricever quello che desidera, quello che chiede. Uno zek esce triste quando attorno a lui turbinano sia vortici ostili, sia vortici amichevoli. Questo accade estremamente di rado. Se la colonia d il via libera' per l'UDO, la corte raramente lo nega. Quello che si agitava  entrato nell'ufficio e al suo posto ho cominciato ad agitarmi io. Possibile che davvero mi lasceranno uscire?' pensavo. E perch il giudice  comparso cos presto?' Il giudice della citt di Engel's viene alle udienze fuori sede nella colonia n. 13 una volta al mese. E anche il mio avvocato Beljak  l nello studio? L'hanno avvisato? L'hanno convocato da Mosca?' Stavo l e ho cominciato a tormentarmi con tutte queste domande. Il corridoio dell'amministrazione, il suo pavimento di legno, tirato a lucido forse con del sapone francese, profumava come un salottino di un bordello. Ho iniziato a dondolarmi ora su un piede, ora sull'altro, il che non corrispondeva affatto alla rappresentazione che avevo di me stesso. Possibile che mi avrebbero rilasciato cos presto? Forse quel giorno stesso?
Dopo un grumo di tempo  uscito l'azerbaigiano arrabbiato, borbottando delle frasi a me incomprensibili, fra l'altro in russo. E dietro di lui si sono affollati gli ufficiali, circa cinque, non meno, e alcune impiegate donne. Dietro di loro  uscita anche un'altra impiegata con un vestito di seta a fiori e, insieme a lei, un sottufficiale con il manganello. L'impiegata mi ha detto: Entri, Savenko, il giudice vuole parlare con lei.
Ho notato che aveva usato la stessa formula del boss Volkov: Vuole parlare. Significava che non mi avrebbe sottoposto a processo?
Sono entrato. Il giudice, di mezz'et e di media statura, pallido come d'inverno e con i baffetti, con la toga sbottonata che poco dopo si sarebbe tolto davanti a me rimanendo con un completo nero, mi ha detto, deponendo la toga sullo schienale della sedia: Savenko, torner fra cinque-sette giorni per una seduta speciale. Si prepari una risposta alla domanda riguardo l'ammissione di colpevolezza. Secondo le regole della libert anticipata su condizionale lei deve dichiararsi colpevole e pentirsi. Lei non si  dichiarato colpevole. Pensi molto bene a una risposta. E poi... Come possiamo trovare il suo avvocato? Vuole che sia presente? Le consiglio di farlo assistere, dato che la procura ha fatto sapere che non vuole dare il consenso per la sua libert anticipata su condizionale.
Vostro onore ho detto, mi ricordo il numero di cellulare dell'avvocato Beljak a Mosca, ma non mi ricordo neanche l'indirizzo. A Saratov, per, si trova il mio secondo difensore, l'avvocato Miin Andrej Vladimirovic. Bisogna avvisarlo, cos si metter subito in contatto con Beljak. E lui verr.
Ha il numero di telefono o l'indirizzo di Miin? ha chiesto l'impiegata, che evidentemente era l'assistente del giudice o la sua segretaria.
No ho detto, li ho lasciati in prigione insieme a tutti i documenti...
Ma come! l'impiegata ha corrugato la fronte.
Credo che sia semplice trovarlo tramite l'ufficio legale.
Proveremo ha detto l'impiegata con un sospiro.
Si prepari, si prepari ha concluso il giudice. Ha delle chance. Ha dei deputati, degli scrittori l che la sostengono. Ma anche la procura  forte da noi. Cerchi una buona argomentazione.
Dopo il giudice sono stato trasferito dal Padrone, passando per un paio di porte. Enorme, ingrassato, stava seduto all'orizzonte dell'ufficio alla sua scrivania, dando la schiena all'enorme acquario con gli enormi pesci di un vivo colore blu, verde, bianco-rosso e bianco-argento. Ogni pesce poteva andar bene per la padella.
Si sieda, Savenko ha detto il Padrone. Si avvicini, su, si sieda.
Mi sono avvicinato verso il cappello del fungo, perch alla scrivania del Padrone era fissato il gambo di un fungo come a un cappello. Era una scrivania lunghissima, che serviva per le riunioni. Mi sono seduto.
Sembra che il procuratore sia contrario a concederle la libert anticipata su condizionale. Il Padrone ha sospirato. Noi non ci opporremo al suo UDO, l'amministrazione della colonia, intendo. Allo stesso tempo non possiamo rilasciarle l'attestato, perch non si trova da noi da cos tanto tempo in fondo... Ma non ci opporremo. Lei non ha commesso infrazioni, anche se non ha neppure dei permessi premio. Il Padrone  rimasto in silenzio. Probabilmente Beljak le ha detto che la vecchia norma, secondo cui un periodo di sei mesi di permanenza in colonia era il minimo che bisognava trascorrere per ottenere un attestato dall'amministrazione,  stata abrogata?
S ho detto. So che  stata abrogata.
La prego solo di non parlarne nel reparto ha detto Zorin. Altrimenti, sa, cominciano disordini, liti... Per farla breve, secondo il nuovo codice dell'UIN l'attestato non  neanche obbligatorio. Tuttavia, mi affretto ad assicurarle che questo privilegio non trover diffusione nella pratica e l'attestato dell'amministrazione sar comunque il documento principale per l'UDO. Il Padrone ha ondeggiato come una grande gelatina verde sulla sua poltrona. Ha capito?
Ho capito tutto. Non parler di questi argomenti.
Bene ha detto Zorin. Be', che impressione le fa la colonia?
Mmh' ho pensato. Come nel film 1984, tratto dall'omonimo romanzo di Orwell. L'ha visto? gli ho chiesto. Ha scosso la testa. Be', l c' una societ utopica del futuro... Il romanzo  stato scritto nel 1948. Tutti nel futuro sono vestiti in modo uguale. I proletari vanno in giro con le tute blu, i membri del partito con quelle nere. Come da noi in colonia... Dopo aver detto queste cose, me ne sono pentito. Il Padrone, per, evidentemente non aveva visto il film e non aveva letto il romanzo di Orwell. Dal suo aspetto non si poteva infatti dire che si fosse offeso per il paragone fra la sua colonia e il crudele regime totalitario di 1984.
Ha deviato il discorso sulla mia vita in colonia.
Mi hanno riferito che lei ha gi prestato servizio al refettorio come addetto ai tavoli. Ha mostrato le sue qualit. Il Padrone ha sorriso. E canta anche nel coro...
S, ma non  che sia un gran cantante. Non ho n l'orecchio n la voce. Io, cittadino capo, amo cantare, mia moglie era una cantante,  morta a febbraio. Mi ha portato via del tutto l'amore per il canto nei tredici anni che abbiamo passato insieme. Appena mi mettevo a cantare mi prendeva in giro. Prima cantavo molto, come potevo. In colonia invece mi hanno iscritto nel gruppo di quelli che cantano e io non mi sono rifiutato di aiutare il reparto a guadagnarsi dei punti.
Ci guardavamo a vicenda, due uomini esperti e scafati. Dietro nuotavano i suoi grossi pesci. In tutte le colonie russe c' la stessa moda degli acquari. Igor' Savel'ev, il boss della quarantena, si vantava con me che le sue tartarughe (nel suo acquario vivevano delle tartarughe) erano uniche nella loro specie. Che in nessun'altra colonia russa c'erano delle tartarughe. Gli acquari invece erano molto diffusi. In realt gli ordinamenti dei campi si sono sviluppati a partire da quelli dell'esercito. I campi non sono stati creati dalle mani di civili, ma sono sempre stati ascritti al Commissariato del popolo e pi tardi al Ministero degli Interni. Nei campi hanno sempre lavorato quelli che venivano dall'esercito. E anche adesso ci lavorano. Perch la colonia  solo un altro grado dell'esercito, ancora pi estremo. Sia nella colonia sia nell'esercito vigono le stesse leggi della nostra societ civile, solo che qui sono portate all'esasperazione. Il pi giovane  sempre il capro espiatorio e ha la colpa di tutto, il capo si comporta come uno zar autocratico e nel campo il Padrone  davvero onnipotente. L'assolutismo, la violenza, la sottomissione, il dispotismo in ogni singolo giorno imperversano nella nostra piccola coloniuccia dall'aspetto fresco e roseo.
Il Padrone ovviamente sapeva che conoscevo tutti i retroscena del campo. Per quanto gli zek possano aver paura, non si trattengono e spifferano comunque i segreti del campo. Il segreto brucia ogni persona, l'ingiustizia agita ed eccita. Alcuni zek mi hanno raccontato di Ljubov' Slizka. Me lo hanno raccontato quasi in un sussurro, guardandosi attorno. Sembra che, prima che la ammazzassero, fosse l'amica del ladro nella legge Cikun, che aveva sottomesso tutta la citt. E capitava che stesse seduta ad aspettarlo nel retro del ristorante in cui Cikun aveva il quartier generale. Mi hanno anche detto il nome del ristorante, ma non mi ricordo quale fosse. Su di me questa rivelazione segreta non ha avuto il dovuto effetto. Le donne attive finiscono sempre per diventare le amichette di svariati personaggi straordinari, e i grandi ladri sono persone fuori dal comune. Era vera questa storia riguardo a Slizka che aspettava? Diverse persone mi hanno detto che probabilmente la storia era vera. Ma poteva anche non esserlo... Ecco, dunque, eravamo seduti io e il Padrone e ci esaminavamo a vicenda. Entrambi scafati, cio resi saggi dall'esperienza della vita. Lui sa un sacco di merda sulla gente, sta a sentire tutti quelli che arrivano con i rapporti contro i propri migliori amici. Io invece conosco cose stupefacenti sulle persone, anche la roba sporca, ma ci sono animi nobili e so anche che a volte capita che persino gli animi meschini mostrino degli slanci elevati. Stiamo seduti e ci perforiamo la fronte con lo sguardo. Non mi racconta balle e neanche io a lui...
Pi o meno un paio di giorni prima della mia liberazione il Padrone, d'altro canto, mi ha sorpreso in modo negativo. Per prima cosa mi  stato sottratto il quaderno dove avevo descritto in modo molto attento la vita nel campo. Senza il suo permesso non avrebbero potuto farlo. In quella colonia rossa come il sangue... Nessuno zek e neppure nessun boss avrebbe mai osato farlo nei confronti di uno zek speciale come me... E poi ha deciso di prendermi comunque per scemo: mi ha mandato a fare un giro (Anton mi ha accompagnato) nel nostro refettorio, dietro le quinte del nostro refettorio. E l il poderoso boss del refettorio e il suo altrettanto robusto assistente mi hanno mostrato come veniva cotto il pane e mi hanno parlato a lungo di calorie e chilocalorie, mi hanno confermato le calorie al chilogrammo... Eh, colonnello, perch ha rovinato la nostra comprensione reciproca, colonnello? Io, colonnello, persino le donne amate le riuscivo a vedere da parte a parte, come con un laser, e lei alla fine mi ha propinato questa volgare menzogna! Non va bene, non va bene, colonnello... Per chi mi ha preso in quegli ultimi giorni? Per uno stupido cetriolo verde? Invece io sono un unguento verde sulle mani di Dio.

26.

Sono finito fra gli addetti ai tavoli in modo naturale. Ho visto il mio cognome nell'elenco. Una volta a settimana ognuno di noi doveva prestar servizio. Essere fra gli addetti ai tavoli era solo un tipo di servizio, un altro era essere addetto al cucinino, cio la stanza dove si mangiava, un altro ancora quello nel reparto. Gli elenchi dei turni, tracciati con cura dalle mani di Karla, erano appesi in corridoio sul muro vicino al cucinino.
Cosa deve fare un addetto ai tavoli? Di solito sono in tre o quattro, ma possono far venire anche degli aiutanti. L'addetto ai tavoli di grado superiore era lo zek Vasja, un uomo anziano, che  stato liberato una decina di giorni prima di me. Gli addetti ai tavoli vengono mandati al refettorio quindici-venti minuti prima che il reparto esca per venire l e devono, entro il suo arrivo, mettere in tavola i pentoloni con il cibo e le scodelle (e devono farlo anche nel breve intervallo fra il momento in cui dai tavoli di ferro si alza l'altro reparto, che ci precede, e il momento in cui gli addetti alle pulizie puliscono i tavoli dalle briciole e dagli scarti). A colazione vengono aggiunti a questo assortimento di stoviglie di acciaio anche i bollitori, uno per tavolo. Per colazione viene inoltre data una scodella per ciascun tavolo con un piccolo pesce, bollito direttamente con lische e pelle. E ovviamente, l'eterna kaa: di grano tritato, di orzo perlato; la colonia mangia i tipi pi semplici e di qualit pi infima di kaa russa tre volte al giorno, ogni giorno. Dal colore questa kaa assomiglia al vomito,  ricoperta di una schiuma di grasso, che non sono ancora riuscito a capire. Nel tempo che impieghiamo a mangiare, circa sette-dieci minuti, la kaa riesce a solidificarsi diventando una gelatina d'argilla. A pietrificarsi non fa in tempo, perch  raro che uno zek lasci l la kaa senza finirla: la mangia con disgusto, ma comunque la mangia. Il nostro t  una brodaglia appena appena addolcita.  l'unico zucchero che lo zek assume in tutta la giornata. Far arrivare lo zucchero in colonia  vietato, si possono far arrivare solo i cioccolatini. Dicono che, se ci facessero arrivare lo zucchero, cominceremmo a distillare la braga, una bevanda alcolica, con lo zucchero e il pane tenuti da parte nel refettorio. Forse una volta  capitato: anni fa  stata scoperta in alcune bottiglie una braga distillata dagli zek, ma  stato di sicuro cos tanto tempo fa, ai tempi di Nabucodonosor, che non c' neanche uno zek nella colonia che sia stato presente a questo evento eccezionale, non c' nemmeno un testimone. C' un'altra spiegazione per cui non ci danno lo zucchero: i cervelli degli zek, privati dello zucchero, sono meno pieni di inventiva e senza lo zucchero diminuiscono le energie. Alla colonia non serve gente piena d'energia, servono robot mezzi addormentati. D'altro canto, il Padrone e i suoi ufficiali sostengono che di zucchero ne riceviamo abbastanza; sulla parete, sopra le finestrelle da cui prendiamo il pane e dove restituiamo i piatti sporchi, sono appese le quote del nostro cibo che dicono quanto zucchero ci serva. In realt il miglior regalo che uno zek pu fare a un altro  un cioccolatino, anche solo un piccolo quadratino: al latte, bianco, fondente.
Ecco che noi, guidati dall'addetto ai tavoli Vasja e schierati come soldati della guardia, aspettavamo vicino alla mensa e tremavamo dall'impazienza. Insieme agli altri addetti ai tavoli degli altri reparti. Ci avevano appena chiamato alla radio: Gli addetti ai tavoli dei reparti n. 3, 5, 7, 11 e 13 si presentino al refettorio. E noi ci siamo presentati. L'ufficiale capoguardia ci avrebbe dato il segnale di irrompere non appena si fosse alzato dal posto il reparto che si stava rifocillando ai tavoli dove poi ci saremmo seduti noi. Appena avesse dato il segnale, saremmo volati. Io e Vasja saremmo corsi direttamente alla finestrella, dove ci avrebbero consegnato il t e la kaa. Altri due dei nostri sarebbero corsi uno a prendere il pane e l'altro le scodelle. Quel giorno avremmo avuto novantaquattro bocche da sfamare. Per questo dovevamo prendere nove pentoloni grandi con la kaa, uno piccolo da quattro porzioni e dieci bollitori. Abbiamo sistemato i pentoloni e i bollitori sui vari tavoli, dai quali gli addetti al refettorio con spazzole particolari toglievano i resti di cibo e le briciole. I pentoloni erano bollenti, persino roventi. I cuochi, che li disponevano sul ripiano della finestrella, ce li contendevano e tentavano di dare i pentoloni a un altro reparto. Forse avevano dei rapporti di amicizia con quel reparto. Il miglior modo per opporsi a tutto questo era quello di prendere i pentoloni non destinati a noi e portarli ai nostri tavoli, facendo finta di essere degli idioti. Cosa che abbiamo fatto.
Finalmente tutto era sui tavoli.  arrivato il nostro reparto. Noi addetti ai tavoli dovevamo mangiare la nostra razione pi veloci di tutti, per cominciare a sparecchiare i tavoli mentre tutti ancora erano seduti. Scatto insieme a Vasja e, afferrati un paio di pentoloni e appeso il bollitore alla mano, infilo come un fulmine il tutto nella finestrella per il lavaggio dei piatti sporchi, dove dei tizi mezzi nudi nuotano in nuvole di vapore, come angeli.
Non affannarti, vecchio mi consiglia il lavapiatti, fai in tempo.
Non mi offendo per il vecchio'. Non ha un significato offensivo riferito all'et,  come un segno evidente. Ho i capelli bianchi, quindi sono vecchio'.
Gli ufficiali, che stavano in piedi in gruppo al centro del refettorio, guardavano con sospetto il mio daffare avanti e indietro per la sala. Un'altra corsa, la raccolta dei piatti e poi di nuovo verso le finestrelle dei lavapiatti. Il movimento era reso pi complicato anche dal fatto che la sala non era tranquilla, i reparti entravano e uscivano, gli zek ribollivano, bisognava farsi strada attraverso di loro.
I nostri due assistenti-addetti ai tavoli, D'jakov e Ostrov, hanno fatto in tempo a divorare tutta la kaa appiccicaticcia che potevano. Il fatto  che venivano nominati addetti ai tavoli due detenuti al giorno pi Vasja, il capo degli addetti ai tavoli. Questi D'jakov e Ostrov invece erano assistenti volontari. Avevano un privilegio: potevano mangiare la kaa che avanzava. Vasja spiegava che entrambi, come dei boa, avevano un debole per il cibo. Vasja sosteneva che D'jakov potesse mangiare un pentolone intero di kaa, cio dieci porzioni. Quel giorno ai boa  andata bene, perch invece di un pentolone per quattro persone, abbiamo portato un pentolone per dieci. In realt il pane non gli bastava e mi hanno chiesto il permesso di finire il mio. A me era rimasto del pane. Entrambi i boa erano magri. Siamo usciti, gli addetti ai tavoli insieme al reparto.
Camminavamo in colonna dietro a tutti, io e Vasja trascinavamo il bidone dell'acqua potabile, che ci era stato riempito dal cuoco. Tenevamo il bidone nel cesso, dove ci lavavamo, nell'angolo. Il bidone tagliava le mani con i suoi manici di ferro affilati.
Il sole bruciava dopo la pioggia, quelli che camminavano davanti ci schizzavano i calzoni, gli zek addetti al territorio spazzavano rabbiosamente l'acqua piovana direttamente da sotto i nostri piedi, dall'asfalto si alzava il vapore e sulle nostre rose, le pi belle al mondo, c'erano gocce di pioggia.
Passo! ha urlato Ali-Paa, simile a un elefante. Tutto questo si chiama castigo. Tutto questo si chiama trionfo della metafisica. S, tutta questa kaa, tutti questi ufficiali dal viso bestiale, gli zek dai volti smagriti, gli occhi estenuati, i visi popolani, i cucchiai che spuntano dalle tasche sul petto, i capelli rasati sulle teste degli zek, il cielo azzurro sovrannaturale e atmosferico che forse  formato dalle nostre lacrime, tutto questo  il trionfo del mondo ultra-fisico, non-fisico.  la sua esaltazione e la sua ebbrezza, poich tutto ci che  fisico  superato nella colonia n. 13. Ci siamo librati sopra l'Uomo qui, abbiamo superato (be', forzatamente, senza desiderarlo), abbiamo superato tutto ci che  umano.
Passo! ha gridato Ali-Paa. E ha borbottato un'imprecazione. I piedi degli zek con entusiasmo battono sull'asfalto consumato. Bum-bum-bam! Bum-bum-bam! I piedi degli zek battono con entusiasmo. Andremo l, non sappiamo dove, andremo nel cielo splendente delle steppe del Volga. Andremo dove ci condurranno il Padrone e gli ufficiali. Andremo in cielo dal Padrone di tutti i Padroni: bum-bum-bam! Bum-bum-bam! Estasi. Andremo l, non sappiamo dove, per portare o lasciare qualcosa, non sappiamo cosa. Camminiamo per camminare. Marciamo per non fermarci. E il bidone ondeggia nelle nostre mani.

27.

Un'altra volta dovevo prestare servizio nel reparto insieme ad Akopjan. Sebbene sospettassi che lui avesse fatto la spia contro di me i primi giorni in cui mi trovavo nel reparto n. 13 e che fosse il responsabile del mio trasferimento nel reparto n. 16, non ero comunque sicuro della sua colpevolezza. E anche se fosse stato colpevole, potevo forse rifiutarmi di prestar servizio con lui? No. In un certo senso non era affatto un cattivo ragazzo. Raccontava di aver combattuto nel conflitto del Nagorno-Karabakh. Era tuttavia in prigione secondo l'articolo 162 per brigantaggio e stava scontando i suoi otto anni. Non si sa se fosse stato un combattente e fosse stato proprio nel Karabakh, ma era davvero assai', come amano dire i russi, assai' competente riguardo i diversi tipi di armi da tiro e di armi leggere da campo. Si intendeva di lanciatori e mortai. Parlava volentieri di armi, ma, essendo io gi istruito su queste cose, non gli davo corda. Non aveva senso che io, un uomo condannato sulla base dell'articolo 222 proprio per l'acquisto di mitra ed esplosivi, dessi ascolto a discorsi del genere.
Sembrava sciupato e scolorito dal sole come se lo avessero appena tolto dal tetto di un treno che arrivava dal Sud. Il suo chep si era stinto fino a diventare di un color marrone ocra, come un antico mattone cotto poco al sole, ed era sfrangiato sui bordi. Anche la sua giacca e i suoi pantaloni erano del colore di un mattone usato per tanto tempo. Poteva essere descritto come un barbone. Di media altezza, con le spalle curve, occhi armeni simili a prugne secche e barba armena, che cominciava a bucare implacabilmente le sue guance gi verso met della giornata: questo era Akopjan. Stava alla mia destra nella seconda fila, era l'ultimo a destra. Andava a lavorare abbastanza spesso alla produzione e in quel caso non si presentava all'appello dopo pranzo. Quando c'era, non si voltava, non muoveva i piedi come Vasja Ogly, ma stava docile, con la fronte che sudava sotto il chep. Se non si sospettava che fosse un delatore, bisognava concordare sul fatto che fosse comunque un tipo che si distingueva e spiccava fra gli altri zek. In lui erano presenti sia la stanca alterigia dell'antico popolo armeno, sia un carattere assurdo e spregiudicato. E non era affatto simile al modello dell'astuto commerciante armeno, ben noto ai russi.
Domani dimmi cosa devo fare mi sono messo d'accordo con lui il giorno prima.  la prima volta che presto servizio al reparto.
Cosa vuoi che ci sia da fare? mi ha risposto distrattamente. Domani mattina prendiamo le fasce, le mettiamo su e ci sediamo all'entrata. La cosa pi importante  schizzare quando compare un ufficiale. E vedere i caproni per avvisare i ragazzi. Cos'altro c' da fare?
E le chiamate alla radio bisogna ascoltarle? In quarantena lo facevamo.
S mi ha detto con disgusto. Poi bisogna anche lavare il cesso e i lavandini, portar via la spazzatura...
Alla fine erano molte le mansioni da svolgere.
La mattina abbiamo indossato le fasce e siamo andati all'edificio dei sorveglianti operativi a dare il cambio. A passo di marcia, come in un balletto, improvvisando mentre andavamo. L c'erano gi due addetti per ogni reparto, disposti in due file. Akopjan si  messo nella prima fila, io nella seconda.  uscito un ufficiale e ha sbrodolato fuori un discorso di cui non ho sentito niente, dato che eravamo lontani, sul fianco destro, mentre l'ufficiale era uscito verso quello sinistro. Poi abbiamo fatto dietrofront e siamo andati con il nostro passo, per qualche ragione senza essere accompagnati, per la Via Dolorosa. Raggiunto il proprio reparto, ogni coppia di addetti si separava da noi e si infilava nel cancello. E noi siamo tornati nel nostro reparto. Siamo andati a prendere dalla zona fumatori due bidoncini di ferro con l'acqua per i mozziconi e li abbiamo portati in un angolo lontano del cortile, dove passava il confine fra noi e il reparto n. 9. L c'era la nostra pattumiera arrugginita. Abbiamo rovesciato nella pattumiera i bidoncini, li abbiamo riportati al loro posto (i fumatori si stavano gi dando da fare con le loro minuscole cicche, gli zek ce le hanno sempre minuscole, grandi come un'unghia) e poi abbiamo preso la pattumiera e abbiamo camminato lungo la Via Dolorosa in direzione delle docce. Ci siamo passati anche davanti. L Akopjan ha trovato il cassone della spazzatura del nostro reparto e noi, sollevata la pattumiera, abbiamo rovesciato il suo contenuto nel cassone. Ecco la cosa interessante: la spazzatura del reparto n. 13 non puzzava neanche particolarmente. Se puzzava, era odore di mozziconi di sigarette. Ma non c'era alcun fetore, erano gli scarti sterili di delinquenti disgraziati. Di cosa potevano puzzare? Persino gli avanzi del refettorio, la kaa e il pane non avrebbero potuto in alcun modo puzzare, credo. Cosa poteva puzzare? C'erano solo cereali cotti e bolliti. Mentre tornavamo indietro, facendo dondolare la pattumiera, Akopjan mi ha detto qualcosa riguardo il fatto che sarebbe uscito e, forse, sarebbe stato attratto dalle cose di prima, ma io gli ho detto in tono istruttivo e falso che non bisognava mettersi a fare le stesse cose di prima (e intanto io pensavo: certo, certo, bisogna continuare quello che stavamo facendo, non dobbiamo diventare delle vacche pacifiche, armeno, non dobbiamo!).
Poi mi sono seduto su una sedia nella prima stanza del nostro reparto, quella in cui si entra se si salgono un paio di gradini. Mi sono seduto accanto alla porta aperta, vicino al tavolino dove venivano tenuti i nostri registri di reparto; l sopra era appesa la radio: la musica rauca, poco riconoscibile, veniva interrotta dagli ordini per il campo. Gli ordini si potevano solo indovinare con un udito normale, sentirli era impossibile.
 arrivato il nostro caporeparto maggiore. Mi sono alzato e gli ho detto che dall'elenco si contavano novantaquattro persone, di queste sedici erano alla produzione, ventidue al circolo, uno a colloquio lungo, due nello IZO, tutti gli altri erano impegnati con i lavori nel reparto e nel cortile. Il maggiore non  stato ad ascoltare fino alla fine: era gi nel suo ufficio quando ancora gli stavo dando queste informazioni. Akopjan intanto fumava. Si era seduto al posto mio e io sono andato a fumare un po'', cio sono andato a scaldarmi al sole, dato che non fumo. Mi sono appoggiato alla parete e ho cominciato a scaldarmi. Questo perch l, vicino all'altoparlante, c'era una corrente furiosa e tutto il tempo gli zek che andavano avanti e indietro non chiudevano le porte a vetri.
Poi io e Akopjan abbiamo cominciato a pulire il cesso e il bagno. Bisogna dire che, dato che tutto nel reparto veniva pulito e spolverato svariate volte al giorno, quello non era poi un gran lavoro. Abbiamo passato gli stracci. Mi sono stupito del fatto che gli addetti di turno dovessero lavare sia il lavandino degli umiliati, sia il loro cesso. Sembrava che questo non venisse considerato sconveniente, mentre utilizzare le stesse attrezzature sportive o sedersi al loro tavolo e usare il loro coltello era proibito. Akopjan puliva come un contadino abituato alla fatica. Ciononostante faceva discorsi che non erano affatto da contadino. Ha elencato in modo abbastanza sensato i vantaggi del lanciatore ad azione ripetuta RPG-7, si  soffermato sulle munizioni' per il lanciatore, sulle cariche cave e sui proiettili perforanti, su altre munizioni e ha persino parlato del loro prezzo, sciorinando la cifra di venticinque dollari a munizione. Io ascoltavo meccanicamente l'armeno e sfregavo le piastrelle del pavimento nel cesso. E pensavo a come aveva corso fra le polverose montagne del Karabakh, come aveva portato le armi a dorso d'asino. Intanto sfregavo queste piastrelle. Sfregavo, pensando agli asini del Karabakh.
Un Euro-Gulag abbiamo, eh Edik? mi ha sorriso astuto all'improvviso l'armeno. Tu a casa c' l'avevi un cesso cos pulito e bianco, Edik? Io non avevo un cazzo.
Neanche io ce l'avevo cos ho ammesso. Nuova violenza, ecco come si chiama. Euro-Design, Euro-Gulag... i lavandini dei cessi bianchi e puliti che ti ci puoi specchiare...
Ma comunque ti continuano a picchiare come prima ha concluso il mio pensiero. Poi ti appioppano le pene e non  che ci sia da stare allegri...
Poi ha cominciato a parlare dei mortai da 120 millimetri. Delle tabelle sulla base delle quali viene fatto il puntamento. Non gli ho detto che avevo sparato da un 120 millimetri in Serbia. E che avevo sparato anche da un 80 millimetri. Sono rimasto muto come un pesce. Tutti vogliono dire di essere competenti e, se vuoi farli felici, devi dargli la possibilit di mostrare le proprie conoscenze riguardo le armi e la guerra. Ma io non gli ho parlato delle mie guerre. Non ho detto niente in proposito nemmeno a Jurka Karla. Non ho neanche mai scritto come si deve delle guerre. Solo a pezzetti. E non mi metter a scriverne,  pericoloso. Mi potrebbero dare qualche colpa retrodatata, accusare di qualcosa. No.
Con il sottofondo dei monotoni ricordi di guerra e criminali dell'armeno, abbiamo finito di lavare il cesso. Poi il giorno  passato al ritmo degli ordini dettati via radio. Sono stati chiamati gli addetti ai tavoli del nostro reparto. Poi il reparto  stato chiamato al refettorio. Anche noi, insieme al reparto, siamo passati al refettorio e nell'edificio  rimasto solo il sorvegliante notturno Bars, che dormiva sotto la coperta nel grande dormitorio vicino alla stanza stessa del boss. Quando siamo tornati dal refettorio, gli zek stavano per sistemarsi nel locale fumatori e nel cucinino, stavano per correre con i barattoli e i bollitori, quando met del reparto, sotto il nome in codice Sport-express',  stato chiamato al circolo a guardare gli esercizi sportivi sul grande televisore. Questa raffinata beffa  stata pensata apposta per non lasciare agli zek neanche un briciolo di tempo libero. Sono usciti tristi, la kaa pesante era come un macigno nel loro stomaco che gli avrebbe conciliato il sonno l al circolo. Avrebbero dormito con gli occhi aperti e chi non ci fosse riuscito, sarebbe finito negli elenchi dei caproni, che camminavano quatti per i passaggi con la leggera andatura da cervo di vili mohicani. Io e Akopjan, dato che eravamo di turno, siamo rimasti nel reparto. Dopo cena abbiamo pulito di nuovo il cesso e poi abbiamo consegnato le nostre fasce a Varavkin e Mamedov. Stava gi facendo buio.

28.

Un giorno, invece di leggere un vecchio giornale, che di solito era l'edizione di Saratov di Argumenty i fakty, Vasja ha portato dal circolo una fisarmonica e si  seduto vicino alla finestra, dandole le spalle. Vicino a loro si sono seduti Anton e Jurka Karla. Fuori pioveva.
Cantiamo ha annunciato Anton senza possibilit di replica. Ed era chiaro che bisognava cantare. Tu osserva, Jurka.
Mi servono un dieci-quindici persone ha fatto notare Karla. Ricordatevi le parole ci ha detto, o, ancora meglio, scrivetele. Abbiamo tre canzoni. Il cuore  leggero per l'allegra canzone', poi Un, due, tre, fragolina, / Una mora ragazzina / nel giardin bacche coglieva' e la canzone del cartone I musicanti di Brema: Le allettanti volte dei palazzi / non sostituiranno mai la libert'.
Avanti, Vasja ha comandato Anton.
Vasja ha disteso la fisarmonica, che ha emesso un suono lungo ed eterogeneo, ha fatto correre le dita sui tasti e Jurka ha cominciato a cantare: Il cuore  leggero per l'allegra canzone, / che annoiarci mai potr, / Amano il canto i paesini e i villaggi / e amano il canto le grandi citt.
E noi dovevamo cantare il ritornello. Eccolo: Il canto a vivere e crear ci aiuter / Esso chiama (qui ho mugugnato qualcosa, perch non sapevo come chiamasse cosa) e ci sta guidando / E chi va per la vita cantando / in nessun luogo mai si perder!
Spalancavo con impegno la bocca. E intanto guardavo i miei compagni di sventura. Un branco di scimmie rapate in uniforme stava seduto sulle sedie del circolo e strillava. Chi a voce pi alta, chi a voce pi bassa. C'era chi aveva gli occhi sbarrati e altri che li avevano socchiusi. Ali-Paa cantava senza emettere suoni.  pur vero che spalancare tutta la bocca non si conveniva a un turco azerbaigiano cos grande, condannato a cinque anni. Non era serio. Non era rispettabile. Ansor, il nostro capo del cucinino, giovane, di un nero bluastro e lucente, come un gatto nero, con un viso rosa, apriva a malapena la bocca. Evidentemente si vergognava. In generale, con l'esclusione dei georgiani, i caucasici, secondo me, cantano malvolentieri, ritenendo evidentemente che non sia una cosa da uomini. I ceceni, quando eseguono le loro danze sufite, il loro dhikr, non cantano ma strillano.
Cos, cantavamo come scimmie. I testi erano estremamente idioti, bisogna dire. Amano il canto i paesini e i villaggi e le grandi citt', bisognava anche enumerare le cittadine e le singole tende del Nord. E qual  la differenza fra un villaggio e un paesino?, ho cominciato a pensare. Un paesino  pi grande di un villaggio. A giudicare dalla sua radice, villaggio probabilmente significava un insieme di ville, cio di case di campagna, mentre un paesino era un insediamento. Forse non c'erano solo case di campagna. Le allettanti volte dei palazzi / non sostituiranno mai la libert'.  rimbombato il tuono. Sono apparsi dal cortile quattro umiliati con a capo Kupcenko e si sono uniti.
Pi tardi Jurka ha cominciato a segnare quelli che, secondo il suo parere, andavano bene per partecipare al KVN e avrebbero cantato questo potpourri di tre canzoni al concorso KVN della colonia.
Metti dentro Savenko ha detto Anton.
Non lo so fare, non ho n orecchio n voce. Mio padre cantava. Mia moglie che  morta era una cantante, ma io faccio schifo a cantare... ho tentato di evitare il disonore.
Non fa niente, non fa niente ha detto severo Anton. Ti ho osservato, cantavi con impegno.
S ha detto Jurka tu sarai nel coro di accompagnamento, Eduard. Abbiamo gi chi intoner: io e Zajcev, mentre voi vi prenderete il ritornello.
 stato in questo modo che sono finito nel coro del reparto n. 13. Mi consolava non essere un ladro nella legge e che insieme a me nel coro erano finiti due con l'etichetta rossa, il giovane Safronov e Gorkov, e anche il drogato Kirillov e in generale un gran numero di zek del tutto rispettabili. Vasja Ogly non era finito nel coro e nessuno lo ha assillato perch cantasse; quando una persona ha scontato quasi dodici anni su quindici, tutti capiscono che bisogna avere un po' di coscienza e non bisogna rompergli il cazzo.
Abbiamo fatto solo una prova, sebbene avessero pianificato di farne diverse. Ma se uno zek, persino uno come Anton insieme a Jurka Karla, propone, l'amministrazione del campo dispone, perci per tutto il tempo ci sono state manifestazioni ufficiali che bisognava fare, a danno delle prove del coro. All'unica prova siamo stati ammassati dietro le quinte e poi ci hanno condotto fuori. Karla ci ha sistemato in due file. Al centro, proprio vicino ai microfoni, si sono messi Jurka Karla e Zajcev. Zajcev in libert si era preparato a diventare un cantante e nella zona era migliorato. Spremuto come un limone da t, di piccola statura e di circa trentacinque anni o poco pi, Zajcev, come diceva Karla, dopo aver ricevuto alcuni diplomi dal Ministero della Cultura della regione di Saratov e alcuni premi ai concorsi per i cantanti disgraziati del GUIN, aveva cominciato a soffrire di mania di grandezza e a immaginare per se stesso una luminosa carriera come cantante d'opera. Secondo Jurka, era un cantante comune, degno di gruppi dilettantistici di provincia. Comunque fosse, Zajcev sapeva cantare meglio di tutti noi, forse non meglio di Jurka, ma cantava come un professionista, con la bocca ben spalancata, non di gola, ma con le viscere. Noi invece cantavamo in modo sbagliato, di gola. Zajcev e Jurka intonavano: Ors cantaci una canzone, vento allegro, poi finivano di cantare la strofa e noi introducevamo il ritornello:
Il canto a vivere e crear ci aiuter
Esso chiama (mugugno) e ci sta guidando
E chi va per la vita cantando
In nessun luogo mai si perder!
Le prove sono continuate per circa un'ora e mezza. La sala era enorme e vuota, alta, odorava di cera per parquet o di qualcosa di acido, ma in ogni caso emanava l'odore dell'abbondante lavoro degli zek, che non trova alcun limite. Di tanto in tanto nella sala entrava qualche ufficiale, si fermava, ci guardava fisso e poi se ne andava. Anche il circolo, cos come il refettorio, era stato costruito dagli stessi zek: era stato costruito con l'idea che la popolazione del campo non si sarebbe mai esaurita. Che migliaia di delinquenti avrebbero lasciato cadere sul petto le zucche rasate, inebetite dall'arte del campo. La demografia del campo, a differenza della demografia l fuori,  sana e forte. Le curve di crescita dei delinquenti si allungano potentemente verso l'alto, come il bamb in Estremo Oriente, nascono sempre pi criminali in Russia, perch la Legge sfacciata violenta la libert e da questo amore violento siamo spuntati noi, i ragazzi rapati delle zone russe.
Al KVN avevamo un'aria gagliarda. Eravamo il coro maschile Marchese de Sade'. Le allettanti volte dei palazzi / non sostituiranno mai la libert... cantavamo. E avevamo bene in mente ci che cantavamo. Vadano al diavolo le vostre rose fraudolente, avremmo voluto cantare. Ci ha filmato con la telecamera l'addetto alle riprese della colonia, il sieropositivo Chmelev. Successivamente il filmato  finito nelle mani del canale televisivo NTV e una sera ne hanno mostrato un frammento. Lo hanno aggiunto alle riprese che avevano fatto nella nostra colonia. Non so se si siano resi conto di quanto fosse straordinario il nostro piccolo campo, quella loro visita merita un discorso a parte.  stato cos che mi sono visto mentre cantavo di gola, in modo maldestro, ma con passione (faccio tutto con passione). Mi avevano messo in un cerchio cos luminoso, che sembrava avessi l'aureola, affinch i telespettatori non avessero dubbi che ero io. Avevo l'aspetto di un omaccione navigato, che si trovava al di l del bene e del male. Il viso era impassibile, solo la voce era piena di passione. Volete sapere cosa pensavo mentre cantavo? Ripetevo la stessa frase che ho pronunciato per la prima volta il 10 aprile 2001, il secondo giorno della mia detenzione nel carcere di Lefortovo: Uscire e ribellarsi! Uscire e ribellarsi! Uscire e ribellarsi! Cantante: Eduard Veniaminovic Savenko. Un'osservazione sulla patria. Come il dorso del serpente si trascina dietro al serpente, seguendo la sua testa veloce e fulminea, cos la patria si trascina dietro di me.

29.

Una delle attivit pi importanti della giornata nella colonia  l'appello. O la rassegna? Non sono ancora riuscito a capire quale sia il termine corretto. Secondo il linguaggio dell'esercito dovrebbe essere appello'. In realt n gli zek n i nostri ufficiali-sorveglianti spesso sanno quale sia il modo corretto di chiamare le cose pi frequenti. Mi ricordo che in prigione tentavo di capire come scrivere la parola latrina'. Con la T perch sta da un lato o con la D perch sono i ladri che ci si accovacciano per lasciar libero sfogo al proprio sedere? Non l'ho ancora capito.
Gli appelli nella zona rossa n. 13 erano tre. La mattina, verso mezzogiorno e la sera. Tutti i reparti si mettono in fila nel cortile, tutta la colonia. Gli unici a non farlo sono i malati, chi dorme dalla notte, quelli che svolgono lavori tali per cui non  possibile venire nel reparto, e anche ovviamente quelli che sono in cella di rigore e che ci rimangono. I reparti si mettano in fila per l'appello ulula la radio. E gli zek, ansimando, si dispongono nel solito ordine: squadra dopo squadra, in riga, cinque condannati per riga. E rimangono immobili a guardare le nuche, i colli e le spalle dei condannati che stanno davanti a loro. Polvere sulle spalle, calvizie, capelli caduti o forfora, acne e brufoli, se ci sono, chep logori o persino nuovi. Stiamo in piedi come imbecilli sotto il sole ardente e le nostre gambe si intorpidiscono sotto il peso dei nostri corpi. Ogni appello dura dai trenta minuti a un'ora. In media quarantacinque minuti. Capita per che ai nostri ufficiali sbirri non tornino i conti del numero degli zek e allora ci ricontano reparto per reparto, imprecando con astio, mentre gli zek stanno in piedi, sfiniti per il caldo e l'afa: anche loro imprecano con astio, ma in silenzio dentro di s.
Io non impreco. Sto in piedi, con il chep spostato sulla nuca tanto quanto lo permette la decenza del campo, e il sole mi brucia il viso una volta bianco - all'arrivo nel campo era bianco - e ora gi scuro. Sono un adoratore del Sole, di Ra e di Helios, e attraverso il viso la mia testa  immersa nella luce ardente dell'Universo.  cotta  la coque la mia testa. Io mi godo la maggior parte degli appelli. Mi godo l'intontimento di quei minuti difficili, l'isolamento ascetico dagli altri. Perch all'appello gli zek rimangono impalati, non schiamazzano di cose vane, sono costretti a immobilizzarsi e sparire. Mentre gli zek tentano di mettersi il pi possibile a destra, perch l cade l'ombra degli alberi del nostro reparto, l si  sistemato Ali-Paa e l tenta di unirsi anche Akopjan, io sto sul lato sinistro insieme ai pi incorreggibili, insensibili al gelo e alla canicola. Ancora pi a sinistra di me nella mia fila c' il tedesco Stirner; davanti a lui, nella fila che precede la nostra, c' l'impassibile stoico e rinnegato Varavkin, e proprio davanti a me la nuca e la cupola del cranio di Vasja Ogly. A questi uomini non frega niente che ci sia il sole o l'ombra. Varavkin ha delle scarpe di tre misure pi grandi. Si vede da dietro, perch chi gli sta alle spalle pu notare che la parte posteriore delle sue scarpe  vuota e ci si pu infilare un pugno abbondante. Stirner, un ragazzo preciso dal naso spellato, nostro giornalista di reparto, condannato per omicidio, mi indica la parte posteriore delle scarpe di Varavkin e scoppia a ridere. Ovviamente in silenzio. Varavkin sta in piedi come un gorilla, con le braccia lasciate cadere lungo i fianchi, le maniche della giacca che coprono quasi le mani. Il chep  calcato fino agli occhi. Varavkin  un tipo solitario. Non ha compari. Nel cucinino beve il t e mangia dalle scatolette da solo. Non parla con nessuno.  l'unico che non fuma oltre a me nel reparto. Si dice che la madre di Varavkin sia una commerciante. Il suo volto, solcato dalle cicatrici causate dall'acne e dai foruncoli,  distaccato.  proprio un vero stoico. E quando lo hanno picchiato nella zona di produzione, si  ammalato ed  rimasto sdraiato soffrendo sotto le coperte, tirandosele su fin sopra la testa. Si  rivolto a me solo alcune volte: Savenko, posso prendere la tua penna? Gliel'ho permesso. Poi gliel'ho lasciata la penna, perch ne avevo con me una decina nella sacca. Varavkin sta in piedi come un gigante, sotto la visiera i suoi occhi sono incomprensibili e, guardandolo da dietro di lato, si vede che sorride appena percettibilmente. Per cosa? Lo fa ridere il mondo in cui  finito? Lo facciamo ridere noi, condannati, lo fa ridere il nostro cortile, le recinzioni blu, il filo spinato, i beaux garons, i ragazzi e i caproni, lo fa ridere la Via Dolorosa lungo la quale va in marcia verso la produzione e ne torna malmenato?
Ho gi ricordato che Varavkin  il mio vicino nel dormitorio: se io mi metto supino, la branda di Varavkin  alla mia destra. Per quanto tempo  stato insieme a Cristo il ladrone Varavva o Barabba? Stirner, che porta il nome di un filosofo tedesco,  un personaggio litigioso e aggressivo. In alcune cose assomiglia a Varavkin, penso, per la sua caparbiet. Neanche lui ha un compare, ma frequenta gli zek, preferendo avere a che fare con gli attivisti che gli possono essere utili.  il presidente della sezione SK, cio quella dei corrispondenti interni, e scrive incessantemente per il giornale degli zek della regione di Saratov, Zona. Scrive degli argomenti che gli vengono assegnati, glieli d Bogacev, il capo della sezione dei corrispondenti interni della colonia. Quando per un breve periodo ho fatto parte del reparto n. 16, ho avuto a che fare un due-tre volte con questo Bogacev. Tuttavia questi rapporti si sono ridotti a due-tre brevi dialoghi. Ho avuto l'impressione che Bogacev temesse che io avanzassi pretese per diventare direttore della sezione. Gli ho fatto capire che non c'era bisogno di temere nulla. Gli ho comunicato che non solo non avevo l'ambizione di diventare il presidente della sezione, ma che in generale non avrei voluto scrivere nel giornale della prigione. Vede gli ho spiegato, io mi occupo di politica e non vorrei mettermi in una situazione tale per cui dopo la prigione possano accusarmi di aver collaborato con l'amministrazione della prigione. Bogacev mi ha guardato con grande compatimento, evidentemente ha pensato: ecco un idiota intransigente. I nostri rapporti da quel momento sono diventati buoni. In seguito ha visto il mio testo, cio le proposte che avevo formulato al capitano-psichiatra Evstaf'ev, e le ha valutate positivamente. Stirner, quando abbiamo fatto conoscenza, mi ha comunicato che Bogacev aveva espresso un giudizio favorevole su quel testo: Non  del nostro livello,  un uomo che vola alto, sembra che abbia detto a Stirner in tono sprezzante...
Nella prima fila della nostra 51a squadra sta Kupcenko. Gli umiliati stanno insieme a tutti gli altri, non hanno una squadra separata. I pantaloni grigi sono attillati sul sedere smagrito. Non sono grigi perch sono fatti di una stoffa grigia, ma perch si sono stinti fino a diventare di quel colore. Ha il torso magro di chi pratica l'atletica leggera, un collo da gru, il pomo d'Adamo. Neanche Kupcenko soffre il sole.  violento e resistente. Cos che noi, il gruppo del lato sinistro della squadra n. 51, siamo sempre gli stessi. Pronti a tutto ogni minuto. Ad andare al fronte? Eccoci pronti ad andare al fronte. In Cecenia? Con i denti dilanieremo tutti l, in Cecenia. Siamo persone terribili, in sostanza. Per questo non siamo in libert. Perch noi, i lupi, siamo stati separati dai cittadini pacifici, le pecorelle...
Ecco che compare una coppia: un ufficiale con le nostre schede in mano e il caprone di servizio con un legnaccio a forma di sci, simile al fuso di legno dei nostri avi. Sul fuso vengono segnati quanti sono gli zek presenti nel cortile, quanti dormono nel dormitorio, quanti sono nello IZO e quanti a colloquio. A volte capita che arrivino due ufficiali e un caprone o due ufficiali e due caproni. Di luned e di venerd di caproni ne arrivano diversi. Siamo gi l per l'appello, ma loro arrivano per ispezionare il nostro aspetto. Guardano le scarpe, i pantaloni, i chep, il taglio di capelli e se ci siamo fatti la barba. Esaminano la fila: la fila fa qualche passo avanti e i caproni ci guardano da dietro. In particolar modo per vedere se il detenuto si  tagliato i capelli sulla nuca o se li  lasciati crescere, come una sciattona si lascia crescere i peli sotto le ascelle. Queste ispezioni non impediscono agli zek di portare vestiti logori e stinti: comunque siano, devono essere in ordine. Una volta  arrivato un reparto di caproni e insieme a loro due maggiori del quartier generale del GUIN regionale: hanno strappato agli zek alcuni calzoni e alcune camicie sgualcite. Ma  accaduto una volta sola.
Nel nostro reparto ci sono tre squadre: la 49, la 50 e la 51. La 49, di cui fanno parte i miei compari Karla e Jaro, si trova attaccata alla recinzione del cortile che d sulla Via Dolorosa. Questi vengono chiamati per primi. L'ufficiale tira fuori le schede da una specie di portafogli e chiama con voce monocorde i condannati. Chiamano il tuo cognome: Ivanov, tu dici: Ivan Ivanovic, fai alcuni passi avanti e ti metti in ordine arbitrario in una riga di cinque persone. Quando tutta la squadra  stata chiamata, l'ufficiale tira fuori le schede di un'altra squadra e si sposta verso di essa, vengono chiamati i loro nomi. Se un condannato ha prestato servizio di notte e dorme, il caposquadra o il boss lo comunica all'ufficiale. Il caprone con il fuso ci scrive sopra un'annotazione. Quando l'appello del reparto  finito, il boss o pi spesso Ali-Paa o Soldatov comunicano: Il reparto faccia quattro passi indietro! Le squadre si spostano, occupano la posizione iniziale e rimangono ferme. Fino a che quelli che controllano non fanno il giro di tutta la colonia e finch il numero di persone che hanno contato non coincide, rimaniamo tutti in piedi. Pi di ogni cosa agli zek si abbronzano le orecchie. La parte superiore delle orecchie sembra affumicata. Abbiamo le orecchie affumicate, ecco. Chi ha le orecchie affumicate? I pastori delle steppe del Volga, forse. I tre appelli sono tre grandi preghiere estenuanti.

30.

Il giudice non si  fatto vedere nella colonia cinque giorni dopo, come mi aveva assicurato, ma quando gi non lo stavo pi aspettando. Mi ero messo il cuore in pace, ma poi per una soffiata venni a sapere, con due giorni di anticipo, che sarebbe arrivato. Bisogna dire che la spia (in quel caso quel girovago di Tolja) non sapeva per quale occasione il giudice della citt di Engel's avrebbe compiuto una visita fuori programma. Io invece, appena ricevuta la notizia, ho capito all'istante che il giudice stava venendo per me.
Un giorno prima del suo arrivo ho incontrato nell'ufficio dell'operativo Nikonov il mio difensore, l'avvocato Beljak. L'incontro si  svolto cos: l'operativo era seduto alla scrivania, le spalle rivolte alla finestra illuminata dal sole. Beljak era accanto, in penombra. Mi sono seduto vicino alla scrivania con la faccia verso Beljak. Alle spalle di Nikinov la nostra Via Dolorosa tremolava in una gialla foschia.
Domani, Eduard, qui in colonia si terr una riunione straordinaria fuori sede nella quale prenderanno una decisione in merito al tuo caso.
Uhm, ottimo ho risposto.
Confidiamo che l'esito sia favorevole ha detto Beljak.
Era abbronzato, ma non come la mia faccia e le mie orecchie bruciate.  probabile che fosse andato a riposarsi qualche giorno nei dintorni di Mosca. Di solito va in ferie un mese in Thailandia e ricompare color bronzo, come una statua di Buddha. Beljak ha chiesto a Nikonov il permesso di farmi mangiare del cioccolato.
Nikonov ha preso la tavoletta di cioccolato Alenuka, ha aperto la stagnola, ha guardato la tavoletta e l'ha avvicinata a Beljak.
Basta che la mangi qui. Tutta.
L'Alenuka  un cioccolato mescolato a dosi massicce di latte. Quando ero in libert non lo compravo. A me piace il fondente. Ma l ho divorato quella tavoletta con immenso piacere. Avevo gi pensato che non avrei potuto portarne un po' ai compari Jurka e Mika, ma ero sicuro che mi avrebbero perdonato. Anche Nikonov aveva fatto un bel gesto; in colonia da regolamento sono ammessi soltanto i pacchi, ma nessun cibo da parte degli avvocati. Se Beljak voleva darmi del cioccolato doveva depositarlo secondo la normale procedura al punto di raccolta dei pacchi.
Abbiamo discusso ancora un po'. Beljak mi ha istruito su cosa dovessi dire al giudice. Il problema pi grosso era che in tribunale non mi ero riconosciuto colpevole. Ma per avere la libert anticipata su condizionale dovevo ammettere la mia colpevolezza, prenderne coscienza, e intraprendere un cammino di rieducazione personale, facendo in modo che fosse ben visibile all'amministrazione della colonia. Tuttavia per ragioni morali non potevo confessare la mia colpa. E perch ci tengo alla reputazione di uomo tutto d'un pezzo. Avrebbero iniziato a dire che ero crollato, che mi avevano piegato. I mass media avrebbero accolto con gioia una simile versione. Dopo un dialogo con Beljak, breve e tutt'altro che acceso, abbiamo raggiunto un compromesso, per cui avrei focalizzato l'attenzione del giudice sul fatto che avevo accettato la sentenza. Ho accettato la sentenza, e quindi anche la condanna, senza impugnarla, Vostro Onore. Cos avrei detto l'indomani. Che poi, de facto, era andata proprio cos.
Come ti hanno trovato? ho voluto sapere. Il tuo indirizzo e i numeri di telefono erano rimasti nella mia borsa nera in prigione. Avevo chiesto di mandare la borsa agli avvocati...
Sono arrivati a me tramite Miin. E lui ha ricevuto la tua borsa dalla prigione.
 tutto al suo posto?
Uhm... signori ci ha interrotto Nikonov, parlate in modo che possa capire.
Certo, maggiore, certo... lo ha assicurato Beljak. E siamo tornati a parlare del giudice. Il procuratore ti far delle domande, questo lo sai vero? mi ha ricordato Beljak.
S, ho capito. Non vogliono che esca.
Ma no, tutto andr liscio... ha detto Beljak. Certo, pu succedere qualunque cosa...
Insomma, Beljak mi ha fatto il tipico discorso da avvocato esperto. Da una parte, andr tutto bene, benissimo, alla grande, e dall'altra: pu succedere qualunque cosa...
Mezz'ora dopo ero seduto al circolo con Jurka e facevo finta di ascoltare il racconto su sua moglie', ma di nascosto davo uno sguardo alla ragazza dai capelli verdi. Si era fatta triste, era turbata e mi metteva ansia.  molto probabile, mio Demone, che debba abbandonarti, andarmene via da qui, da dove sono venuto, e tu rimarrai tra persone rozze, incapaci di notare il tuo fascino...
Il giorno dopo verso le 11 Anton mi ha portato al posto di guardia n. 1. Il cielo appeso sulle nostre teste era di un azzurro penetrante. Da un cielo cos sarebbe dovuta rotolare una sfera luminosa che, aprendosi come un bocciolo, avrebbe fatto scendere un dio esotico qualunque. Krishna o Shiva, in ogni caso, qualcuno sfolgorante e terribile. Invece siamo arrivati al posto di guardia n. 1 e il beau garon ci ha chiesto stupito dove fossimo diretti.
Dal Padrone ha detto Anton, lanciandogli un'occhiata severa.
Il Padrone non  nella colonia.
Allora nell'ufficio del Padrone.
Ah! Al belloccio si  finalmente accesa la lampadina. Ci sono gi quelli della tv, hanno radunato i giornalisti.  per colpa sua? Il beau garon ha ritenuto indispensabile non rivolgermi direttamente la parola.
Su! gli ha risposto Anton con un'esclamazione.
Ci siamo incamminati verso l'edificio dell'amministrazione e ho di nuovo gettato il chep al solito posto, sul pavimento del primo piano. All'imbocco del corridoio Anton mi ha abbandonato al mio destino.
Sono comparsi subito tutti i personaggi della commedia: l'avvocato Beljak, il giovane avvocato Miin, un maggiore che non conoscevo, e qualche telecamera. Non sono riuscito a capire chi fosse arrivato prima e chi dopo e in quale ordine. Era chiaro che erano agitati. Beljak si stringeva le mani! Oh, le mani di Beljak! Mi ricordo che il 15 aprile (Beljak dava le spalle alla mia cella, il giudice stava leggendo la sentenza e aveva iniziato da me) le unghie di alcune dita dell'avvocato Beljak gli si erano ficcate nel palmo della mano. E se ne stavano l, sprofondate in livide fossette. Ogni volta che il giudice ci toglieva un capo d'accusa, le unghie si alzavano dalla parte molle del palmo. E quando il giudice mi aveva dato quattro anni in tutto, assolvendomi da tre articoli, le mani di Beljak si erano ridate un contegno, iniziando a sbattere una contro l'altra con fare benevolo, e sfregandosi ormai tranquille. Ed eccolo, di nuovo, che si stringe le mani. Io stavo nel corridoio e parlavo con gli avvocati. Ma la situazione era gi diversa rispetto alle mie precedenti comparse in quel luogo. Non stavo sull'attenti, con le spalle al muro. Mi sono ritrovato in una posa rilassata, con una mano mi appoggiavo alla parete, mentre l'altra cercava la tasca dei pantaloni. Me ne sono reso conto appena in tempo e ho abbassato le braccia.
Allora, oggi esce? mi ha chiesto un giornalista di Mosca.
Non posso rispondere a questa domanda. Dovrebbe farla al giudice.
Dall'ufficio in fondo  uscito il capo degli operativi, il maggiore Alekseev, simile a un Cubajs cresciuto, con i capelli rossi. Ci  venuto incontro.
Salve, cittadino direttore! ho esclamato ad alta voce.
Tutti si sono zittiti.
S, s, va be'... ha balbettato Alekseev impacciato.
Di colpo un profumo dolciastro mi  arrivato prepotentemente da due donne alle mie spalle, vestite con abitini leggeri di seta.
Siamo quindi entrati nell'ufficio del Padrone. Quella vecchia volpe del Padrone, scaltro e furbo, si era scelto bene il momento per farsi un viaggio di lavoro. Alla sua scrivania c'era il giudice, intento a sistemarsi la toga. Accanto sedeva il cancelliere. Ai due lati della scrivania per i visitatori, attaccata a quella del Padrone in modo da formare una T, si sono seduti il procuratore da una parte e i miei avvocati dall'altra. I rappresentanti dell'amministrazione si sono accomodati dietro una terza scrivania, pi vicina all'ingresso. I giornalisti si sono sistemati lungo la parete, alle spalle degli avvocati, fino alla porta. Le telecamere sono rimaste nel corridoio, le avrebbero fatte entrare alla lettura della sentenza.
Io sono stato messo a lato dei rappresentanti dell'amministrazione con il viso rivolto al giudice. Volevano darmi una sedia, ma mi sono rifiutato. Stavo l, in piedi, con i miei miseri abiti da campo, la giacchetta con la striscia orizzontale, stretta sulle spalle, e i pantaloni di carta velina.
Ed  cominciata. I miei avvocati hanno motivato la richiesta di libert anticipata su condizionale adducendo al fatto che l'imputato Savenko, condannato a quattro anni di reclusione per aver organizzato l'acquisto di armamenti illegali, ne aveva gi scontati pi di due. Inoltre - hanno aggiunto - il detenuto non  giovane, ha gi superato la sessantina, e ha due genitori molto anziani che hanno bisogno del suo aiuto. Quindi Beljak e Miin si sono messi a far frusciare delle carte, leggendole e passandole al giudice. I fogli arrivavano dai deputati della Duma di Stato, in segno di garanzia. C'erano i curriculum di quelli del PEN club, il giudice ha letto ad alta voce la lettera ricevuta da Pristavkin, rappresentante del Presidente per la domanda di grazia. Dopo di che Beljak e Miin hanno aggiunto le petizioni della casa editrice Ad Marginem e di Ultra-kul'tura, oltre a quelle dei deputati. Dai deputati ne sono arrivate sette, tra cui quelle di irinovskij, andybin, Alksnis.
Si potevano sentire le mosche volare. Mi sono tornate in mente le parole di una vecchia canzonaccia della malavita che cantavo a squarciagola da piccolo. Parlava di una condanna e diceva che quando il giudice aveva dovuto leggerla era calato un silenzio profondo, si vedeva la tenda oscillare / si sentiva una mosca volare'. In un freddo aprile avevo ascoltato la sentenza nella sala del tribunale regionale di Saratov osservando le mani di Beljak. Alla seconda sentenza per la libert anticipata su condizionale mi sentivo ancora pi a disagio sotto gli sguardi dei giornalisti. Cercavo di non muovere la faccia, di apparire impassibile.
Il rappresentante dell'amministrazione della colonia, il maggiore, si  alzato e ha detto che non si opponevano al rilascio anticipato di Savenko. E non ha aggiunto altro. Perch dopo avrebbe dovuto riferire che non avevano stilato un mio profilo, poich non mi avevano osservato abbastanza a lungo. Il procuratore, un tipo caustico che di cognome faceva ip, ha borbottato perplesso.
Il giudice  passato a interrogare il condannato Savenko. Ho risposto a tutte le loro domande, del giudice, del procuratore, inclusa quella maledetta sull'ammissione di colpa. Con la faccia da gesuita ho detto quanto mi ero preparato: Ho accettato la condanna assegnata e non ho fatto ricorso. Il procuratore ip ha tentato di fare breccia nella mia corazza con affondi continui. Io ripetevo con ostinazione la stessa formula.
Il dibattimento  iniziato. Il procuratore ha pronunciato la requisitoria. ip, con la divisa blu, non ha avuto piet. Ha detto: Mi attengo alla legge.  vero, Savenko non  stato in libert per pi di due anni. Ma in quel lasso di tempo non ha nemmeno scontato la condanna nella colonia, com'era stato deciso dalla sentenza.  nell'istituto n. 13 soltanto da qualche mese. Il resto del tempo  stato recluso nella prigione di Lefortovo e nel carcere giudiziario n. 1 della regione di Saratov. C' una differenza tra il carcere e la colonia. Le condizioni sono diverse, cos come i metodi rieducativi. Questa  la prima cosa. In secondo luogo Savenko non si  riconosciuto colpevole e non si  pentito. Ed  una condizione indispensabile per la libert anticipata. Se una persona non si  pentita pu commettere nuovamente un crimine. Perch allora lasciarla libera? La colonia non  soltanto una punizione.  un sistema rieducativo. Un uomo che esce da qui deve condurre uno stile di vita conforme alle leggi. Savenko invece non ha fatto suo questo sistema...  curioso che nell'istituto n. 13 sia passato inosservato. L'amministrazione non pu stilare un profilo preciso del detenuto. E tuttavia la dirigenza dell'Istituto non  contraria alla libert anticipata di Savenko, anche se non la richiede formalmente... Chiedo al giudice di negare la libert anticipata su condizionale di Savenko.
Di nuovo silenzio. Di nuovo si sentivano le mosche volare. Il giudice ha annunciato una pausa di trenta minuti prima della lettura della sentenza. Sono uscito nel corridoio e tutti mi giravano alla larga, come fossi un appestato, e quelli che non lo facevano mi compativano con lo sguardo.
Vedi, c'era da aspettarselo che la procura non si sarebbe calmata dopo la sconfitta subta ha detto Beljak.
Gi ho risposto. Chiaro. Perch i procuratori sono tutti dei mostri?
Andr tutto bene, Eduard mi ha detto un civile sconosciuto, con la testa pelata.Andr tutto bene. E si  allontanato.
Dopo l'intervallo il signor G. Kurapov, giudice del tribunale cittadino della citt di Engel's nella regione di Saratov, valutate le argomentazioni della difesa e dell'accusa, ha deliberato la libert anticipata su condizionale del detenuto E.V. Savenko, con un periodo di prova di un anno, nove mesi e diciotto giorni. Avrei dovuto passare altri dieci giorni in colonia finch la sentenza non fosse diventata esecutiva.

31.

Sono gi da mezz'ora al PVO a pulire l'acquario. Oggi  venerd, stamattina abbiamo portato nel cortile i comodini, le brande e gli sgabelli, giacciono l fuori, sdraiati. Li vedo dalla finestra: i comodini e i materassi degli umiliati sono separati dagli altri, mentre i nostri formano un'unica massa che termina vicino alle attrezzature sportive. Il materasso di Kuznecov, uno degli umiliati, sta sulla scatola di ferro, srotolato. Kuznecov si era di nuovo pisciato addosso e il materasso doveva asciugarsi. Non lo puniscono manco pi, tanto non serve a niente! Sui materassi ci sono le nostre sacche. A pensarci bene  un accorgimento sensato; anche se stanno arrotolate, con le lenzuola in basso, le nostre cose prendono un po' d'aria che forse manda via gli insetti nocivi. Oppure li fa arrivare perch oltre la recinzione, in diagonale rispetto a noi, c' il reparto dei malati di scabbia.
Ho in mano lo straccio e i pesci pi piccolini stanno in basso, mentre quelli un po' pi grossi sono a filo d'acqua e vivono la loro vita da pesce, in uno spazio angusto. Hanno delle pinne graziose, con riflessi azzurri, grigi, verde smeraldo, madreperla, rosso e oro ai lati.
Arriva Badri con i vermi e inizia a sbraitare a bassa voce, rivolgendosi a me: Ascolta, Edik, ho chiesto a Kuznecov di tirar su dei vermi, io non c'avevo tempo, dopo colazione mi hanno mandato a curare il verde. Non gli ho chiesto un favore, gli ho promesso una sigaretta. E mi ha portato due vermi. Gli dico: Stai scherzando?' E lui mi fa: Non ci sono vermi'. E io gli dico: Com' possibile, li trovo tutti i giorni'. Badri estrae i vermi dal barattolo di plastica e inizia a tagliarli. I pezzi di corpo dei vermi si contorcono, una razza dura a morire... Assorbito dal lavoro, Badri si zittisce. Al tavolino vicino all'uscita, sotto i nostri ventisette attestati e coppe, due schiene piegate sono intente a redigere i trattati sul lavoro delle sezioni e forse anche i turni di guardia. Una schiena  di Safronov, l'altra di Jurka. E vicino a me, dalla paratia, mi palpano gli occhi scintillanti della bambina-Demone. Le labbra socchiuse, avide e focose, i capelli verdi.  possibile che sia una delle fotografie autentiche scattate dall'autore di Alice nel Paese delle meraviglie, prodotta in serie come puzzle da un qualsiasi collaboratore che vagava in cerca di materiali, sui quali nessuno avrebbe chiesto dei soldi per il copyright. Il copyright  il motivo per cui questo signor nessuno, questo calvo impiegato, ha notato il libro di fotografie piuttosto oscene del gentleman inglese Lewis Carroll. L'album  di ottima finitura, la qualit  buona e il gentleman  morto cos tanto tempo fa che i diritti appartengono allo Stato, alla corona britannica... Se la mia supposizione fosse sbagliata perch allora questa gratitudine da parte della bambina-Demone? Un contadino che ritrae la figlia di una contadina non sarebbe stato in grado di fare una foto simile. Qui ci voleva un raffinatissimo estetismo dell'occhio e del modello, cio di quella astuta belvetta...
A quell'epoca nessuno capitava per caso nel PVO. Chi avrebbe osato entrarci, quando ciascuno aveva il proprio posto nella quotidiana fatica da Sisifo della colonia? Badri e i suoi pesci erano soltanto una schiena georgiana, Jurka e Safronov due schiene ricurve da scrivani. Cos io e il Demone siamo da soli. Le sue labbra esplorano la mia bocca, mi infila le mani paffute e struscia il sedere contro di me... Nella quinta dimensione - nel mondo del pensiero - iniziano a prendere forma le parole di una melodia giunta da un mondo parallelo. Emergono da un brusio, un rumore interiore, si liberano dall'incorporeit del suono. Ecco cosa ne esce: Per la terra di Eguzej il rinoceronte / andavamo, con bocca e occhi pronti / tra la la la la spaventoso / dalle fronde ci guardava minaccioso. / Pausa / Il tuo sedere vicino dondolava / la tua manina forte si aggrappava...'
Ripetiamo dall'inizio, detenuto Savenko:
Nella terra di Eguzej il rinoceronte
Andavamo, con la bocca e gli occhi pronti.
Eguzej, color smeraldo e spaventoso
Dalle fronde ci guardava minaccioso,
Il tuo sedere vicino dondolava
La tua mano forte si stringeva
Alla mia, cresciuta e attenta.
Ti portavo, come il cavallo la giumenta...
Nelle orribili montagne, via lontano,
Ah, perch non c'incontravamo,
Bestie e criminali in primo piano
Davanti agli occhi ci trovavamo...
Seguiva una conclusione inesorabilmente sporca, bestiale, per la quale provavo una cocente vergogna davanti al piccolo Demone, nonostante fosse stata lei a istigarmi e a farsi avanti. Continuava cos: E quando il giorno al termine volgeva, entravo in te, come schiuma piena...'
Vergogna! Ci scorderemo, angelo mio, questi versi indecenti. Ti amo di un amore puro e delirante. Sar pure considerato perverso dagli uomini, ci pu forse essere amore tra un puzzle da quattro soldi con il ritratto di una bambina-Demone (s, d'accordo, se  un demone, vuol dire che era un angelo!) e un recluso sessantenne dai capelli grigi? Quale amore pu esserci tra creature vive per finta, come me e te? In risposta a quei dubbi mi ha irradiato con i raggi del suo influsso e l'ho dovuto ammettere: una bambina-Demone, senza corpo, in un ritratto, pareva pi reale di una carnosa infermierina da campo, se me l'avessero portata l. E il fatto che un povero detenuto come me cercasse con la libido di darti corpo, angelo mio, non  peccato, vero? C'era anche la leggenda che gli angeli avessero compiuto peccato con le figlie degli umani. Nelle terre del rinoceronte Eguzej gli angeli femmine non sono contrari ad avventure equivoche con chi  condannato dai figli dell'uomo per l'acquisto di mitra, munizioni e sostanze esplosive, vero? In fondo mi hanno accusato anche di terrorismo, di formazione di bande armate illegali e di voler abbattere l'ordinamento costituzionale, ma non hanno saputo dimostrarlo. Con chi altro potresti stare, straordinaria creatura capitata in tenera et nell'obiettivo della macchina fotografica di quell'originale gentleman di Lewis Carroll? Con chi se non con me?
Jurka ripete che non si ricorda a quale detenuto fosse stato recapitato' il puzzle. No, non se lo ricorda. Sta appeso come un'opera d'arte. Mentre quel detenuto  libero gi da un pezzo. Jurka non sa chi sia Lewis Carroll. Ha una formazione musicale. E chi sarebbe, Eduard?
Un eccentrico gentleman inglese, matematico e autore di libri per bambini, Jurka. Il suo vero nome era Charles Lutwidge Dodgson. Insegnava matematica a Oxford, in quel circolo di eccentrici gentleman inglesi. Non mi ricordo quando  nato. Nel 1865 ha pubblicato il libro dal titolo Le avventure di Alice nel Paese delle meraviglie sotto lo pseudonimo di L.C. Il libro era nato da una storia che si era inventato per intrattenere tre ragazzine, tra cui l'originale Alice, nipote del decano della Chiesa di Cristo di Oxford. Per tutta la vita Dodgson ha negato di essere l'autore dei libri, pubblicati non a suo nome. I costumi sociali erano pi severi di oggi, a Oxford e non solo. Oxford si trovava, come adesso, in Inghilterra. In quel periodo il tribunale inglese aveva mandato in prigione per due anni un altro oxfordiano, Oscar Wilde. Soon the rabbit noticed Alice, as she stood looking curiously about her and at once said in a quick angry tone: Why, Mary-Ann, what are you doing out here? Get home this moment and look on my dressing-table for my gloves and nosegay, and fetch them here, as quick as you can!'
Inglese ha osservato il giovane Safronov con trasporto.
Cosa vuol dire? ha chiesto Jurka.
Non te lo dico.
Eduard, piantala con i tuoi giochetti da uomo libero ha detto Jurka. Sei in colonia. Rendi conto a noi. Magari hai offeso me e Safronov.
Il Coniglio ben presto si accorse di Alice, che continuava a scrutare per terra, e la richiam all'ordine con tono collerico: Insomma, Marianna, che ci fai da queste parti? Vattene subito a casa e portami un paio di guanti e un ventaglio! Spicciati!'
S ha borbottato Jurka. S!
Oltretutto, ma si  venuto a sapere soltanto nel tardo Novecento, e Dodgson-Carroll  morto nel 1898, che lo strano gentleman aveva fotografato le bambine in neglig. Anche Alice e le sue amichette. Le fotografie erano state pubblicate in alcuni album.
Cos' sto neglig'? ha chiesto Safronov.
Soltanto con la biancheria intima. Secondo la mentalit corrente in quelle fotografie non c' niente di vietato dalla legge, ma l'indecenza rimane. Il fatto  che le piccole lady indossavano vestiti da grandi e a nostro modo di vedere (allora non c'erano abiti apposta per i bambini) hanno l'aria di piccole prostitute che si stanno spogliando.
Dodgson ha detto Jurka. Mi pare ci sia un gruppo. O c' stato. Il gruppo Alice' invece c'era ha concluso trionfante.
E sono rimasti zitti. Sia Karla, sia Safronov. Mi sono avvicinato al ritratto del Demone, per entrare nei suoi occhi. Dopo un po' ho notato un particolare lampante che spazzava via tutti i sospetti sul gentleman inglese. Non mi  chiaro soltanto come avessi fatto a non accorgermene prima: il piccolo Demone aveva un giubbotto di jeans! E se nel resto del quadro il jeans non era poi cos visibile, una manica arrotolata sulla mano paffuta era senza dubbio di jeans.
 cominciato a piovere, siamo corsi a prendere i materassi, i comodini e le sacche. Mentre correvo, pensavo: e allora, pace, non  un ritratto della lente di Lewis. Poteva essere la versione ringiovanita e scannerizzata del ritratto di una delle sue demoniette dell'Ottocento. Dopo mezz'ora sono tornato e sono passato davanti al ritratto. Mi seguiva con lo sguardo interessato, ma mi  sembrata anche triste. Focoso angelo mio! Sapeva senza ombra di dubbio che dieci giorni dopo me ne sarei andato. E chi mi avrebbe permesso di prendere il suo ritratto?! E sarebbe stata altrettanto focosa al di fuori del luogo del trionfo della metafisica, al di fuori della colonia n. 13?

32.

Siamo nel cucinino. Sono circa le 21, mancano quarantacinque minuti alla ritirata. Grazie a Dio nessuno ha pi bisogno di noi. Il t ce l'abbiamo, forte e deciso, abbiamo i cioccolatini, non uno, addirittura due a testa. Stasera sembra che ci sia t per tutti. Nemmeno Sycev vaga per i tavoli, persino gli insaziabili D'jakov e Ostrov hanno il loro litro di t chiarissimo, i residui, ma meglio che niente. Dalle scatole nere dell'impianto stereo del reparto esce la voce del cantante, come un dolce veleno sulle nostre ferite: Non augurer nemmeno al nemico quindici anni di regime severo... Il bisonte Ali-Paa se ne sta a riflettere, poi si commuove e ci d un bel pezzo di torta fatta in casa. Lui ne ha presi proprio quindici, pjatnaka, come i detenuti chiamano teneramente la durata della condanna. Quindici sono tanti, a regime severo o ordinario che sia. In quindici anni un uomo si assottiglia come una carta velina, e peggio ancora l'anima si sfalda. Di nuovo, dipende da dove stai. Quindici anni nella zona rossa, anche in regime ordinario,  un termine lungo e pesante, se invece  nella zona nera con dei compagni a posto, un po' di braga da bere di tanto in tanto, un bicchierino di vodka durante le feste e stando alla larga dalla zona industriale,  comunque dura, ma sopportabile. Non augurer nemmeno al nemico quindici anni di regime severo...
Tutti sono rimasti immobili a riflettere. L'anima si era saziata di t ed era gonfia di emozioni.
Spesso l'uomo non sa cosa  bene per lui, ragazzi dico. Mi ero impuntato, non volevo essere processato a Saratov, mi ci hanno costretto. Il viceprocuratore generale e il vicepresidente del tribunale superiore hanno presentato nello stesso giorno un'opposizione e sono arrivati in fretta e furia con un aereo speciale a Saratov per mandarmi a giudizio. Alla fine il giudice Matrosov mi ha fatto un buon processo, al tribunale di Mosca me la sognavo una sentenza cos, mi avrebbero rifilato tutti e quindici gli anni, come voleva il procuratore. E ora avrei ascoltato Non augurer nemmeno al nemico quindici anni di regime severo...', ma con una condanna a quattordici-quindici anni sarebbe suonata diversa, no?
Jurka annuisce.
Che c', Jurka, non ci sono vecchie canzoni da zek? In questo momento ascolterei Magadan dico.
Vecchie non ce ne sono. Ci sono interpreti nuovi.
Jurka manda gi due sorsi e mi passa la tazza. Io la do a Mika.
Cos' 'sta Magadan, Eduard? mi chiede Mika.
 una vecchia canzone dei detenuti. Musica e parole sono potentissime. Mi schiarisco la voce e piano, curvandomi sulla cerata del tavolo, attacco:
Mi ricordo quel porto di Vanin
E la vista di tristi vaporiere,
A bordo, dal ponte levatoio
In stive gelate e nere.
Gli zek gemevano a ogni onda
La forza del mare strepitava
Davanti a noi s'alzava Magadan
Dell'ultima Kolyma capitale,
Sii maledetta Kolyma,
Chiamata prodigio del pianeta,
Per forza si impazzisce, non per volont
Da l nessuno  mai tornato indietro.
Non mi ricordo come continua. Una volta le canzoni degli zek erano pi cupe. Sto zitto...
Gli altri fanno lo stesso. Anton  seduto nell'angolino pi comodo, praticamente sotto l'impianto stereo. Pure lui  assorto.
Quando me ne vado in qualche bettola, mi siedo in un angolo e mi faccio mettere Magadan. E bevo vodka, ricordando tutti quelli che ho incontrato nelle prigioni e nel campo... Mi ubriaco fino alla morte.
Io no, non mi metter a bere fa Jurka pensieroso.
A giudicare dalla faccia aveva dato una rapida occhiata al futuro, al 2007, quando sarebbe stato libero, e aveva soppesato tutti i pro e i contro. Si immaginava i primi passi in libert, a partire dalle porte della colonia...
Stiamo zitti. La serata  di quelle rare, silenziose. Nel cucinino ci sono sei tavoli, coperti dalla cerata, uno  per gli umiliati. Da questo punto di vista sono messi bene: noi siamo pi di ottanta per cinque tavoli, loro ne hanno uno e sono in nove. Il cucinino  una stanza di una ventina di metri quadrati. Su uno dei lati corti, accanto alla porta, ci sono gli armadietti di metallo con gli sportellini, ma senza chiave. Ogni armadietto  usato da circa tre zek. Dentro ci sono le nostre tazze o scodelle. Un po' di t, qualche cioccolatino. I cucchiai. Non  permesso altro nell'armadietto. La roba in pi va in frigo, che si trova nell'angolo del lato corto, dall'altra parte; l si pu conservare il cibo in barattoli o scodelle, bisogna soltanto mettere un foglietto con il cognome del proprietario. I prodotti senza scadenza - tipo il t e i cioccolatini - si tengono nella sacca. Man mano che si prende qualcosina dall'armadietto, si tira fuori quello che c' nella sacca e si mette nell'armadietto.
Il nostro cucinino  tirato a lucido e ben curato. Quando si finisce si passa la tela cerata con degli stracci speciali e i detenuti addetti al cucinino passano due volte al giorno a fare pulizia. Euro-Design! Splendido! Meraviglia! Qualche ritratto di ragazza in carne con o senza cappello e alcuni disegni di predatori: pantere e leopardi. Tutte le immagini appartengono al genio di un certo A. Ivanov, di cui, non essendo suoi contemporanei, non sappiamo nulla. Era un tizio, ha scontato la sua condanna,  uscito e ora i disegni, cinque in tutto, stanno appesi in cornici di vetro. Non ho mai riflettuto sulla scelta dei soggetti da parte del pittore: le ragazze in carne,  evidente, derivano dall'astinenza nei luoghi di reclusione, ma i leopardi delle nevi e le pantere?  l'aggressivit degli zek, offesa e umiliata; la forza e l'orgoglio maschio si sono incarnati in quei grossi animali, nelle zanne e nelle unghie, nelle orecchie incollate al cranio e nella coda che sbatte sulla neve. C' cattiveria e vendetta in quegli occhi stretti. Anch'io sono un leopardo. E Mika  un leopardo, e Jurka. Tutti noi siamo leopardi. Che ci caccino pure dietro le sbarre, oltre la fascia sterrata.
Anche il cucinino  opera delle mani di Anton. Adesso non gliene importer pi niente, gli mancano otto mesi e forse va a casa anche prima, ma per anni ha disposto ogni cosa: il frigorifero grande, l'impianto stereo con le casse e le tacchette che pulsano e si muovono sulla scala gialla, la vernice per gli infissi e la tappezzeria luminosa con i rilievi in oro. La migliore di tutto il campo.
Non hai voglia di una sigaretta, Eduard? mi chiede Anton, passandomi accanto.
Sa che non fumo, ma capisco che vuole parlare con me. In privato. Usciamo, ci mettiamo le scarpe e il chep. Fuori la sera si  fatta un po' pi blu.
Allora, Eduard, che pensi, luned ti liberano?
Mah, dovrebbero. Se la procura non fa ricorso.
Stai reggendo bene, lasciatelo dire. Qui la gente si prepara a uscire un anno prima. Tu non sembri preoccupato. Non ti agiti.
Certo che sono preoccupato. Non lo do a vedere, tanto pi che dipende molto dalla procura. Se gli vien voglia di scrivere un'opposizione me ne sto dentro fino al prossimo processo.
Ti confesso, Eduard, che ho paura di uscire. Come sar, che succeder? Sono entrato minorenne, nemmeno diciottenne, e ho gi venticinque anni, qui ho trascorso tutta la vita adulta, mi sono formato. Conosco tutto, se mi butti sottoterra sopravvivo. L invece non so niente, capisci? Come comportarmi, cosa fare.  tutto diverso...
Gi... dico e taccio. Apprezzo questa straordinaria confessione di onest. Il nostro superuomo, uno degli zek pi forti della colonia, ha ammesso che gli fa paura la libert. E in effetti ha ragione ad aver paura.
Fuma. Ha il naso stretto, alla russa. Ha le lentiggini e gli occhi scuri, tragici, azerbaigiani, cio turchi.
Ne ho viste di tutti i colori qui, Eduard. Come riempivano di botte le persone, come le violentavano su ordine dell'amministrazione. Tu non l'hai visto, a te non l'hanno mostrato, te l'hanno tenuto nascosto, con me invece non hanno avuto riserve, n paura. Ho ripetuto il loro cammino, potrei raccontarne delle belle. Ma non lo far mai... Tace. Capirai, Eduard, che degli uomini ho un'idea pessima, perch ne ho visti a bizzeffe, i miei migliori amici facevano rapporto contro di me, gli ufficiali me li hanno fatti vedere. Poi uscir pensando che l'umanit  una banda di traditori e vigliacchi tremolanti e viaggeremo insieme sullo stesso mezzo. E io so come si pu far cantare ciascuno di loro, come farlo davvero... L'amministrazione pensa di avermi piegato. Non ci credevano, non volevano, alla fine ci hanno creduto. No, Eduard, ho fatto finta apposta di essere dalla loro parte, di essermi sottomesso. Era pi furbo fare cos, piuttosto che opporre resistenza e alla fine crollare davvero. Te lo dico, qui alla fine della fiera piegano tutti, e se non succede, ti violentano. E fanno sapere a tutti quello che hanno fatto.
Ma dai dico, nella zona rossa?!
Proprio nella zona rossa. Li portano qui per piegarli.
E io?
Tu sei un caso a parte. Intoccabile. Se ti sfiorano, si scatena un putiferio in tutto il mondo. Dalla tua hai la stampa, i media, la TV, gli scrittori. Te l'ho detto, sei intoccabile. Quando passi tutti si nascondono. E tu ti sei comportato in modo intelligente, non ti sei messo a sbraitare per ogni cavolata...
Qui di gente semplice non ce n', penso, soppesando le parole di Anton. Nessuno. Hanno preso un ragazzo, salta fuori che  sveglio, e da un giovane delinquente con la testa calda, gli assassini tirano fuori un leader delle masse. E cosa ancora non diventer. Chiss come star una volta fuori, anche l bisogna sottomettersi. E come far lui, un lupo psicologicamente tarato sulle persone, a ubbidire a quelli che gli stanno pi in basso, in ogni senso. Non ha specializzazioni. Anzi, una ce l'ha: psicologo delle anime umane, in grado di determinare dal battito di un ciglio il grado di vigliaccheria o di pericolosit della persona che gli sta davanti. A chi serve gente del genere?  un satanico psicologo della non libert. Si sieder sui mezzi pubblici come un lupo, trapassando le nuche con gli occhi. Una macchina da combattimento dell'odio.
Fa ancora qualche tiro e torniamo nel reparto. Sono gi tutti a letto, in mutande. Significa che sono passate le 21,30. Mi svesto. Mi accuccio sui talloni, vicino ad Akopjan. E quello mi ripete a macchinetta tutto sui lanciarazzi RPG e sui mortai. Quindi un ruggito annuncia la ritirata e io sparisco sotto le coperte.

33.

 stato Tolja Fefelov a comunicarmi che il procuratore ip aveva presentato un'opposizione contro la decisione del giudice per la libert anticipata su condizionale. Lo aveva sentito una sera alla televisione. Sul canale NTV. Me lo ha riferito il giorno dopo.
Solo non prendertela, Eduard, ieri su NTV hanno detto che il procuratore di Engel's ha presentato un'opposizione per il tuo caso.
Ah, s? ho detto. Che vigliacco! A che gli serve? Tolja, mi dica, perch i procuratori disprezzano cos tanto il genere umano? Non  una professione facile, in effetti, rompere l'anima al mondo intero.
Continuavo a girare per il cortile, non pi veloce n pi lento del solito. Dalla linea rossa al recinto che dava sulla Via Dolorosa. Gli zek del reparto n. 9 arrivavano dai lavori di cura del verde, passando per il nostro cortile. Uno di loro mi ha stretto la mano e senza fermarsi mi ha detto: Sembra che la procura non voglia lasciarti andare, eh?
S, ho sentito. E tu come fai a saperlo?
L'hanno detto alla radio. Tieni duro, magari non  vero.
Lo zek  tornato al 9 zoppicando. Ci deve essere una squadra di invalidi. Per ci sono anche degli atleti.
Ho ricominciato la marcia dalla linea rossa alla Via Dolorosa. I nostri si sono sparpagliati, sedendosi sulle panche o sui talloni, per fare un tiro veloce. Non si sa mai, metti che ti mandano da qualche parte: al circolo o a scaricare qualcosa. Non sai mai davvero quanto tempo hai per te.
Dal circolo  arrivato Jurka e si  avvicinato.
Ed, non prendertela, ho sentito...
Di quel procuratore del cacchio? l'ho fermato. Lo so. Fanculo a lui. Vorr dire che rimarr con voi, star dentro ancora un po'. Abbiamo iniziato a passeggiare insieme, dalla linea rossa alla Via Dolorosa.
Poi i nostri musicisti si sono messi le trombe in spalla, incamminandosi sulla Dolorosa'. Perch, amore, mi guardi triste, accompagnandomi al lager. Andavano incontro agli zek della zona di produzione.
Sa, Jurij Vladimirovic, i cognomi degli individui non sono casuali. Prendiamo quello di ip: non si  forse infilato nella mia esistenza come un chiodo, quando anche l'amministrazione sembrava aver deciso di non mettermi i bastoni tra le ruote? E poi ti spunta dal nulla ip, il signor Spina. Da non credere!
Jurka  andato a fumare, accovacciandosi sotto un albero; dalla zona dei fumatori gli zek mi lanciavano occhiate, chi con sguardo indagatore - chiss come si sarebbe comportato in quel casino - chi con piet malcelata. Lo credo bene, il giudice proscioglie un uomo, e la procura lo afferra da dietro per il giubbotto: Dove vai, zek pulcioso, cosa ti  saltato in testa? Guarda un po', gli  venuta voglia di libert! Ma devi startene ancora un anno e nove mesi a friggere. Quando sconterai la condanna, potrai smammare. Eccoti la procura, cacchio, e quell'uomo era pronto... Qualche zek ne era felice. Che stia qui, come ci stiamo noi.
Dentro mi sentivo stranamente indifferente al mio destino. E sapevo che in futuro mi sarei sempre sentito cos. Mi avevano tormentato per pi di due anni, non mi avevano fatto crollare, ma erano riusciti a portarmi al di l del bene e del male. Altri ventun mesi di digiuno, di preghiere in piedi tre volte al giorno, di cibo senza grassi, di mortificazione della carne: mi sta bene, lo voglio. Oltre la fascia sterrata c' un mondo volgare, stupido, mentre qui, stremato dalla sofferenza, vedo gli pterodattili volare al tramonto nel fumo della zona industriale. Bisogna scavare pi a fondo nella pena, ancora di pi. In realt  questo il mio compito.
Vasja Ogly, il detenuto addetto al reparto,  arrivato di corsa. Edik, ti vuole il Padrone. Si dev'essere innamorato di te. Nella voce del piccolo zigano risuonava senza volerlo un po' di diffidenza. Gli zigani sono tutti cos. Nel profondo dell'anima non credono nell'onest. Magari questo Edik parla di noi al Padrone; forse Vasja l'ha pensato, senza volere. Dico senza volere' perch, anche senza rifletterci molto,  subito chiaro che un uomo come me, condannato per quegli articoli,  un bersaglio da osservare e non pu essere uno che osserva. Nessuno gli affiderebbe il ruolo di delatore. Jurka s che lo convocavano dal capo degli operativi Alekseev e lo interrogavano su Savenko. Che dice, qual  l'umore, fa propaganda della sua fede, cio ideologia? In fondo  con te, Karla, che parla di pi... Jurka dice che Savenko  un tipo a posto, tranquillo, che chiacchieriamo di musica, di libri e di storia. Nell'edificio dell'amministrazione tutto  avvenuto come al solito. Mi ha accompagnato Ali-Paa, tirava su dal naso mentre camminavamo. Mi ha portato al primo piano. Salendo le scale ho messo di nuovo il chep sul pavimento, l'ho posato a terra con un bel gesto, quasi un lancio. Ali-Paa se ne  andato e il pi bello e il pi alto dei beaux garons, Volkov, che lavorava per l'amministrazione, mi ha portato fin sulla porta - chiara, di legno - dell'ufficio del Padrone. Ho bussato. Permette, cittadino capo? Condannato Savenko...
Basta cos ha detto il Padrone. Stava seduto come un grande animale verde e sfatto che strabordava dalla sedia. I gradi da colonnello a forma di alette, come se fossero una parte atavica del corpo, non riuscivano comunque a sollevare in aria il suo tronco verde. Dietro il Padrone, nell'acquario che conteneva l'acqua di cinque barili, probabilmente nuotavano pesciotti grassi e variopinti. Si sieda qui, pi vicino ha fatto cenno il Padrone e mi sono accomodato dove la gamba di uno dei due tavoli che formavano la T toccava la testa dell'altro. Allora, come si sente? mi ha chiesto in tono amichevole.
Normale ho risposto.
Ecco la questione. Il nostro procuratore locale ha deciso di prendere l'iniziativa e ha scritto un'opposizione riguardo al suo caso.
ip ho detto.
S, ip.  chiaro che non c' niente di buono, ma al suo posto non mi preoccuperei...
Ho pensato che se fosse stato al mio posto si sarebbe disperato. Non pu mica raggiungere le vette d'indifferenza a cui posso accedere io.
E non mi preoccuperei per un semplice motivo... Solo, per favore, non diffonda questa informazione tra i detenuti. La procura regionale non appogger l'opposizione. Da quelle parti vige un'altra filosofia...  rimasto un po' in silenzio. Per di pi, e questo  strano, nessuno ha visto l'opposizione. La procura regionale sostiene che non sia mai arrivata sul loro tavolo, mentre ip e i media non si stancano di ripetere che c'. Savenko, dovr passare ancora qualche brutto giorno.
Quanti? mi sono informato.
Non possiamo trattenerla nel campo se entro luned mattina non arriva una copia dell'opposizione. Oggi  gioved.
Perch non mi liberate venerd? Per l'opposizione si danno dieci giorni e luned sar gi il dodicesimo.
Qui si fa tutto secondo la legge ha spiegato il Padrone. Quando all'interno dei dieci giorni cadono due fine settimana, come nel suo caso, la data del rilascio finisce dopo il secondo.
Ah! Ho capito che l facevano ogni cosa per bene, con cervello.
Andr tutto liscio. Spero che abbia fatto in tempo a conoscere la colonia. Sa, quando sono arrivato qui non c'era niente da mangiare. Il governo stanziava una miseria per ogni condannato. Abbiamo costruito pian piano. Il campo ha il suo allevamento. Ci sono novantacinque maiali... E il circolo, il refettorio! Ci faccia un salto, in refettorio, vada a vedere come  stato fatto con intelligenza.
S, ci vado ogni giorno ho risposto in tono insolente.
Ma non l'ha visto da dentro... Il Padrone si  lanciato nella descrizione di calorie e chilocalorie del cibo nella colonia. E delle sue imprese. Non lo stavo molto ad ascoltare. Ero seduto con il viso rivolto alla finestra e osservavo il Consiglio della colonia che usciva dalla riunione del campo: una ventina di giovani forti e di prima scelta, vestiti di nero; il vento soffiava di lato sulle loro camicie di seta, come quelle delle guardie speciali dello zar... Il Padrone ha terminato il suo lungo discorso, obbligandomi ad andare a visitare il refettorio. Dar ordine che la conduca il boss del reparto. L le mostreranno tutto. Andr con Anton. Gli sta simpatico. Quando ha trovato il tempo di intortarselo? mi ha colto di sorpresa il Padrone, sfacciato. Il mondo di Anton  totalmente diverso dal suo. Ma non mi ha dato il tempo di rispondere. Il suo umore com'? mi ha chiesto all'improvviso.
Aspetta il Consiglio. Se lo raccomandano o meno per l'UDO.  preoccupato, ovviamente. Ha passato quasi otto anni in colonia.
Pu fargli sapere che sar tutto sistemato. Gi la prossima settimana. Per non lo dica ai detenuti. Ero gi sulla porta quando ha aggiunto: Ancora una cosa. NTV vuole riprenderla.  d'accordo?
S, sono d'accordo.
Ho raggiunto da solo il posto di guardia n. 1, dove mi  venuto a prendere il caporeparto. Camminavamo a passo spedito nel campo. Il maggiore cercava di tirarmi fuori quello che io e il Padrone ci eravamo detti, ma non l'ho tradito. Seguendo il principio per cui taci, nasconditi e occulta / i tuoi sogni e sentimenti'.
Anton, al quale avevo riferito quanto detto dal Padrone, era addirittura sconvolto.
Non credevo che si occupasse di me ha detto. Il Padrone in persona? Quando gli ho comunicato che ci toccava fare una visita del refettorio, ha fatto un sorrisetto beffardo. Cerca di farsi un po' di pubblicit con te.  proprio vero che non hai visto come stanno le cose qui. Be', ci andremo, se questo  il compito. Quando ce lo ordinano, andiamo.
L'ordine  arrivato piuttosto velocemente. Il mattino dopo Anton mi ha tirato fuori dal cucinino, dove stavo beatamente sorseggiando il mio t con i crostini.
Andiamo a fare il giro, Eduard!
Era strano trovarsi fuori orario nel refettorio vuoto.  arrivato il boss del refettorio, cos massiccio e palestrato che a momenti scoppiava. La sua condanna era di quattordici anni, ne aveva gi scontati undici. Ci ha dato dei camici bianchi e inamidati - palesemente destinati ai membri delle organizzazioni internazionali che bisogna fregare - e ci siamo inoltrati nei meandri del refettorio. Era pulito e ordinato, il lavoro da schiavi costa poco, ma ormai non mi stupisco di certo. Il boss sciorinava i numeri di calorie e chilocalorie, ma quando gli ho domandato perch ci fosse cos poco zucchero nel t giornaliero appena dolcificato si  messo a sostenere che ce ne davano una razione normale. Non gli ho chiesto pi niente. Passavo dalle macchine per l'impasto ai forni e alle pentole, fingendomi un idiota credulone, paragonabile a uno straniero dell'OSCE o di qualche altra angiolesca organizzazione.
A che pro mostrarmi tutto questo? ho chiesto ad Anton mentre tornavamo in reparto. Il Padrone mi prende per un sottosviluppato o cosa?
Perch, hanno forse fatto un brutto refettorio? ha replicato Anton.
Il cibo  senza vitamine, senza grassi, perch hanno tutti le guance scavate se si sta cos bene?
Il Padrone pensa: magari  un idiota e una volta in libert scrive come si prendono cura dei condannati. Non si sa mai. E se non lo scrivi, fa niente. Che cosa ci ha perso? Nulla.
Entrando nel reparto ci siamo separati.

34.

Dovresti prepararti al rilascio, Eduard. Prendere le cose nel deposito. Dare un'occhiata, scegliere cosa metterti ha suggerito Jurka.
Lo sai, Jurka, che il procuratore ip ha scritto un'opposizione ho risposto malvolentieri. Faccio la figura dello scemo se sto ad aspettare tirato a lucido e poi luned non mi lasciano andare. Ci vado se mi fanno uscire e quello che ho addosso me lo tengo. Pure la roba del campo.
Il Padrone ha lasciato intendere, Eduard, che l'opposizione di ip non sar appoggiata dalla procura regionale, anche se dovessero presentarla. E questo significa che luned tornerai dai tuoi compagni di partito. E che uscirai come uno spaventapasseri dal campo, con i giornalisti l ad aspettarti. Dai, vai con Anton al deposito, prendi le tue cose, guardiamo che c', al massimo le scambi con qualcuno.
Anton era dello stesso parere. Venerd siamo andati al deposito. Si trovava in una piccola casetta di legno subito dopo le docce. Lo gestiva un giovane zek rosso, dal muso in carne, un compare di Anton. Si sono presi un po' in giro, si sono fatti due risate e poi muso grasso, attraversando i labirinti della casetta noti soltanto a lui, ha tirato fuori proprio la mia borsa blu impolverata. Nel 1980 l'avevo portata via dalla casa di New York del multimiliardario Peter Sprague. Ha trascorso quattordici anni con me a Parigi, l'ho portata in guerra, si  fatta tre prigioni, e ora il nostro destino era di uscire dalla colonia. Avevo deciso gi da un pezzo, prima ancora che finissi in prigione, che quella borsa mi portasse fortuna. Ho dato allo zek rosso la ricevuta, ho preso la borsa, e sono tornato con Anton per la Via Dolorosa a casa, al reparto. Karla si  unito e abbiamo raggiunto l'ufficio del boss, dove ho iniziato a tirar fuori le mie cose, una dopo l'altra, per mostrarle ai miei compagni.
La loro attenzione  stata catturata soltanto dalla camicia bianca e dalla giacca nera, grigia per la precisione, a righine oblique. Quella giacca l'avevo nella borsa quando mi hanno arrestato, i pantaloni sono andati persi nel caos della perquisizione sulle montagne dell'Altaj, mentre la giacca  stata presente in tutti i dieci mesi del processo giudiziario. L'avevo addosso mentre ascoltavo la richiesta del procuratore di darmi quattordici anni di regime severo, e quando  arrivata la sentenza. E ora, a quanto pare, l'avrei indossata uscendo dalle porte della colonia verso la libert. Anche i jeans grigi si erano fatti il processo. E comunque non ne avevo altri.
Era evidente che Jurka e Anton si divertivano a partecipare all'organizzazione del mio rilascio. Se non  ancora il tuo turno, almeno condividi quello degli altri. Anton ha portato una spazzola e mi hanno pulito accuratamente la giacca con dell'acqua. Poi mi hanno costretto a indossare la camicia nera e quella bianca, a turno. Mi sono rifiutato di mettere quella bianca. Il mio aspetto - la faccia nera come uno stivale, stravolta dall'ascetismo del campo - non si intonava per niente a una camicia bianca immacolata; avevo l'aria di un bracciante del kolchoz che si era messo in tiro per il giorno di festa.
Metti la bianca, Eduard ha provato a insistere Anton. La nera  sciupata.
Sia come sia, Anton, esco da un campo di lavoro, non da un ristorante.
Bisogna avere un aspetto decoroso, Eduard ha detto Jurka. In fondo sei uno scrittore famoso.
Qui non ci sono scrittori ho dichiarato con fare un po' demagogico qui ci sono detenuti.
Dopo l'appello serale stiri la giacca e la camicia, Eduard. Entrambe. Con questo Anton ha messo fine ai nostri battibecchi. In fondo era il boss, mentre io e Jurka non contavamo un granch, io non ero nemmeno un attivista. Adesso lavate le camicie.
Dopo l'appello serale Anton ha obbligato Ljapa a darmi un nuovo ferro da stiro speciale, in cui si versava l'acqua e c'erano due modalit: una con il vapore e l'altra quando dai buchini del ferro usciva l'acqua a spruzzi. Quel ferro lo tenevano da conto e lo usavano soltanto gli attivisti. A volte da Anton venivano gli SDP - i caproni - e lo chiedevano per fare la riga ai pantaloni e per questo gli serviva il vapore. Vedendo che fatica facevo con il fazzoletto sopra la giacca, Jurka mi ha strappato il ferro di mano e ha finito di stirarla, usando il vapore per le maniche e il dietro. Poi dalla stanza del boss ha portato la migliore gruccia di ferro e l'abbiamo appesa. I nostri zek seguivano incuriositi l'intero processo. Siamo quindi andati nel cortile, tornando con le camicie asciutte, la bianca e la nera; io e Jurka le avevamo lavate precedentemente. Le abbiamo stirate.
Pensai a quanto sarei sembrato idiota se luned quello stronzo del procuratore avesse depositato l'opposizione e la colonia ne avesse registrato una copia. Mi consolava soltanto il pensiero che la stramaledetta opposizione non dipendeva da me.
Verso sera Vasja Ogly mi ha messo nell'angolo di fronte al lavandino e ha iniziato a sistemarmi i capelli. Il fatto  che, come nell'esercito, ogni detenuto poco prima del rilascio se li fa crescere. Non  che si fa crescere il ciuffo, ma almeno i capelli sulla fronte sono pi lunghi che in altri punti. Che  poi quello che stava facendo Vasja Ogly con delle forbici spuntate, prese con ricevuta dall'addetto del cucinino. Utilizzava anche il pettine. Gli zek, come i cinesi, hanno un sacco di tempo, per questo imparano a eseguire a mano le operazioni pi strane. Infatti Vasja aveva imparato a tagliare con le forbici spuntate i capelli cresciuti sulle zucche degli zek. Ci ha messo un bel po'. Durante il taglio mi saltellava intorno bofonchiando: Edik, te ne vai a casa, non conviene tenerti qui. Non conviene. Solo seccature.
Mah, Vasja, non so cosa abbiano in mente. Per ora non c' niente di chiaro sull'opposizione del procuratore. Potrebbe presentarla oggi, o luned mattina.
Questo, Edik,  sicuro ha confermato Vasja. Ti fanno penare perch la vita non ti sembri tutta rose e fiori e per farti stare sulle spine fino all'ultimo: mi liberano, non mi liberano.  un tipo di tortura. Entro luned sarai sfinito, vagherai senza essere pi te stesso.
Non sono troppo agitato. Sono soddisfatto della sentenza. Mi hanno assolto per tre articoli. Potrei anche finire di scontare la condanna.
S, non sei agitato... Lasciamo perdere. Tutti lo sono. Mi dicessero in questo momento Vasja, ti lasciamo andare luned...' altro che se non mi innervosirei... Basta. A posto. Guardati.
Mi sono avvicinato allo specchio e mi sono visto. Il risultato era splendido. Vasja mi aveva sfumato ai lati e ora la mia figura sembrava intellettualmente allungata.
Grazie infinite, Vasja.
Non te la cavi con un grazie. Forza, lavati la testa.
Nessuno ha fretta di liberare Vasja con l'UDO. Ha gi scontato due terzi della pena, tuttavia deve aver combinato qualcosa nella colonia n. 33, dove stava prima della 13. Non  soltanto perch non ha un avvocato che nessuno dice una parola per il suo UDO.  come se per l'amministrazione non esistesse, per gli ufficiali  un fantasma. Non va a lavorare alla produzione, non gli chiedono niente, ma non lo lasciano andare. Vasja  diffidente, pesante, penso io. Il fatto che mi avesse fatto il taglio era comunque la prova che mi aveva accettato. Il piccolo Vasja dagli occhi neri, il bestemmiatore con le scarpe di vernice rotte.

35.

La televisione  arrivata sabato. Se avessi saputo quante grane avrebbe causato ai miei compagni di sventura avrei detto di no. All'appello del mattino fuori dalla fila ci hanno perquisito una volta in pi, sia i caproni sia gli ufficiali. Sono passati tra le righe intimidite, e ci hanno fatto una testa tanta. Ci hanno costretti - con bestemmie e rimproveri - a cambiarci, chi la camicia, chi i pantaloni. E chi non ne aveva di riserva nella sacca  stato obbligato a prenderli in prestito dagli altri condannati.
Quindi, dopo l'appello mattutino, hanno selezionato a sorpresa un gruppone di zek inaffidabili e li hanno cacciati alla produzione, anche se sapevamo perfettamente che non c'era nessun lavoro da fare. Se non ci fosse stata l'odiosa televisione avrebbero trascorso il sabato nel reparto, e se non ci avessero mandato al circolo, se l'amministrazione non avesse avuto in programma di tormentarci con il circolo, forse gli zek sarebbero riusciti a bersi un paio di volte un t in pace, nel cucinino. Qui per inaffidabili' non si intendono quelli ribelli, ma chi per ignoranza pu dire qualcosa fuori luogo, che nuoce all'amministrazione.
Tutta la vita del reparto, e dell'intera colonia, quel giorno era sottosopra. Gli zek affidabili rimasti erano stati cacciati nel PVO, dove stavano seduti, grondanti di sudore, visto che per la pioggia e le folate di vento avevano chiuso le finestre. All'inizio ero con loro, stavo seduto e sudavo anch'io. Poi per mi hanno portato fuori, nel cortile, e chiss perch me ne stavo l da solo, Anton era vicino al recinto a lanciar occhiate alla televisione. Perch gli zek non la intralciassero avevano sistemato tutta la colonia nei reparti e la vita nel campo si era fermata.
Finalmente sono spuntati gli addetti TV. Una donna e tre uomini. Lei era sulla trentina, snella e alla moda, una tipica ragazza della capitale. Al loro fianco camminava il nostro Padrone! Nessuno aveva mai visto il Padrone nella colonia di sabato. E nessuno l'aveva mai visto passeggiare tranquillamente per la Via Dolorosa con dei civili. Hanno oltrepassato il cancello. Mi sono alzato dalla panchina, dove di solito si fuma, per andargli incontro. Alla fine Anton lo sceneggiatore mi aveva fatto sedere sulla panca. Volevo rifiutarmi. Ma cosa me ne sto come un idiota seduto da solo! E perch hanno portato via gli zek dal cortile? A chi davano fastidio? Anton tentava di spiegarmi con le buone che c'entrava poco, gli avevano detto di portare tutti al PVO e lo aveva fatto.
Salve ha detto la donna, avvicinandosi. E ha aggiunto: Eduard Veniaminovic. Saluti da Savik uster. Grazie per aver acconsentito alle riprese.
Salve ho risposto io. Chi direbbe di no alla televisione?
La donna aveva un profumo insopportabile tanto era intenso. Avrebbe potuto stendermi da un momento all'altro. Il sole era spuntato, riscaldando l'acqua, le rose, il nostro verde. Ogni elemento mandava un profumo acre, umido, che contrastava con quello della donna.
Vorremmo riprenderla durante la sua giornata tipo.
Il Padrone ha dato un timido colpo di tosse.
Il nostro circolo  molto bello. Il reparto n. 13 e la nostra colonia in generale occupano i primi posti nel concorso dilettantistico del GUIN.
Gi, il circolo, certo ha detto la presentatrice, senza alcuna ammirazione. Senza sapere che subito dopo l'appello mattutino i nostri musicisti erano volati al circolo e da quel momento avevano continuato a fare prove su prove. Senza sosta.
Andiamo al PVO, i miei compagni si sono riuniti l ho proposto, augurandomi di liberare in fretta i ragazzi dalla prigionia.
Andiamo. La presentatrice ha accettato di buon grado e con tono affettuoso.
Devo cambiarmi le scarpe e mettere le ciabatte le ho detto mentre mi dirigevo agli scaffali con le nostre scarpe; dopo l'acquazzone le avevano portate fuori.
Vorremmo riprenderla mentre si cambia le scarpe e quando entra mi ha chiesto la presentatrice.
Mi hanno attaccato un microfono e hanno iniziato a riprendermi, costringendomi a ripetere la scena. Dentro la baracca li ha incuriositi il dormitorio, hanno filmato il mio posto letto, poi le cose che tenevo nel comodino. Ci hanno messo un sacco e abbiamo raggiunto il PVO soltanto una quarantina di minuti dopo. Gli zek stavano seduti, le finestre erano chiuse, e la TV non era accesa. C'era una tale afa che molti avevano la fronte bagnata.
Perch non accendete la TV? ho chiesto a Kirillov, il tossico.
Il caporeparto l'ha spenta. Ha detto che non avremmo sentito avvicinarsi quelli della televisione.
Ci hanno fottuto con la tua televisione ha detto Vasja Ogly.
Anche lui in realt era tra gli inaffidabili', ma essendo dentro da una vita, godeva di certe agevolazioni: alla produzione non lo mandavano.
Me ne rendo conto ho replicato. Hanno fottuto anche me.
Cosa ti hanno chiesto? ha domandato Kirillov interessato.
Per ora niente di particolare. Hanno ripreso il letto, l'armadio. Dovremmo andare al circolo adesso.
La troupe non ha preso in considerazione n gli acquari n il ritratto della bambina dai capelli verdi. Hanno fatto alcune riprese svogliati: io seduto davanti al reparto, in fila da solo e il reparto dietro, in silenzio.
Pi tardi ci hanno portato fuori e condotto a passo di marcia al circolo, dove gli altri reparti si erano gi sistemati. Nell'asettica frescura del circolo la troupe si  pulita i piedi in corridoio, ma non ha ripreso la nostra orchestra, la migliore di tutto il GUIN. Qualcosa non gli era andato a genio. Forse il quadro d'insieme non era venuto bene. Sono comunque saliti sul palco per filmare la sala. Dall'alto. Avevano il permesso del Padrone. Ma sono stati veloci.
Hanno fatto alzare i reparti, scortandoli alle loro case, cio agli edifici, che poi sono baracche.
Cosa dovremmo riprendere, Eduard Veniaminovic? mi ha sussurrato la donna, rimasta con me al circolo. Il Padrone era un po' pi distante.
Aveva proibito di essere ripreso e non voleva finire nemmeno per caso nelle inquadrature, per questo si teneva una decina di passi indietro. Allo stesso tempo per era chiaro che per una faccenda importante, come sorvegliare una troupe televisiva, il Padrone non avrebbe potuto fare affidamento nemmeno sul sottoposto pi vigile.
Riprendete il pranzo al refettorio ho suggerito.  un gran bello spettacolo. Ottocento banditi con le zucche rasate che all'unisono sollevano i cucchiai, masticano, muovono la mascella. L'immagine  forte. Soprattutto con l'accompagnamento musicale dei Rammstein.
Non vi vietano di ascoltare i Rammstein? si  meravigliata la presentatrice.
La nostra amministrazione non ha idea di cosa siano i Rammstein, per loro qualunque musica  soltanto rumore.
La donna  andata dal Padrone e ha preso accordi per riprendere il refettorio.  tornata da noi.
L'amministrazione ha permesso le riprese nel refettorio a condizione che non vengano registrate le voci di lei e dei suoi compagni al tavolo.
Vi rid il microfono? e ho allungato la mano per togliere la batteria che mi avevano messo nella tasca dei pantaloni. Il microfono invece era attaccato all'orlo della giacca ed era cos piccolo e nero che rimaneva praticamente invisibile.
Lo lasci pure per ora ha fatto il microfonista e ha cominciato a srotolare un filo, senza guardarmi.
Ci hanno portato fuori alla svelta, e dopo averci messo in fila ci hanno accompagnato al refettorio. Marsh! Passo! gridava Anton di tanto in tanto. Dietro di noi correvano l'operatore e il suo assistente, riprendendoci a volte i piedi a volte la testa. E ovviamente inquadravano il sole come burro fuso, il sudore, le rose, l'asfalto: c'era tutto. Il suono dei piedi che battevano. Passo! Un incantevole quadro di umiliazione. E io, con il chep e gli occhiali, in mezzo a tutto questo ero il soggetto principale della sfilata. Tendenze carcerarie primavera/estate 2003: divisa del GUIN, in cotone nero, chep di sargia nera, regalo di Surok, scarpe militari, con elastici al posto delle stringhe, occhiali tedeschi Rodenstock.
Il refettorio era spaventosamente afoso e umido. La seconda fila di finestre in alto, sotto il tetto, per qualche ragione non la aprono mai. Forse hanno paura degli insetti. Non aprono nemmeno quelle della prima fila. Si fa corrente soltanto con le porte. Eravamo immersi in quella bolgia infernale. Alla mia destra c'era Jurka, a sinistra Vitja Galeckij, il nostro atleta. Mika  capitato di fronte a noi. Jurka e Mika erano al circolo, non gli avevano nemmeno dato il tempo di fare un salto a prendere i cucchiai e ora stavano seduti senza avere qualcosa con cui mangiare la zuppa e cos masticavano il pane. Solitamente, se si trovavano al circolo, io prendevo i cucchiai e loro si aggiungevano al reparto quando passava vicino al circolo. Facevano cos anche i musicisti. Oggi per non ero capitato nel reparto per prendere il cucchiaio, me ne avevano portato uno del refettorio. A Mika e a Jurka no.
Mangiavamo e imprecavamo.
Cazzo, Eduard, te e la tua televisione... Cazzo.
Espier la mia colpa. Chieder di passarci doppia razione di sigarette.
Eduard non c'entra niente ha preso le mie difese Galeckij. Sono i capi terrorizzati che vogliono tenersela buona. Non succedeva niente se correvate a prendere i cucchiai.
Ehi, Eduard, cos', non te l'hanno tolto il microfono?
Non va.
E che ne sai che non va?
Me ne sbatto.
Oh, campo delle meraviglie, santa miseria, mica uno qualunque!
L'ultima frase apparteneva a Vasja Ogly.  lui che chiama la colonia n. 13 il campo delle meraviglie'.
A un tratto  come spuntato da sotto terra il maggiore Alekseev. Ha allungato la mano verso di me: Mi consegni il microfono.
L'ho riconsegnato. Ho rimosso il microfono e mi sono tolto di tasca la batteria. Silenzio.
Era acceso ha detto Galickij. E noi a sparar stronzate.
Non abbiamo detto niente, dai Jurka, ricevuto il mio cucchiaio, in men che non si dica ha ingurgitato la zuppa, mettendoci dentro anche la kaa.
In seguito avrei rivisto quella scena alla televisione. In parte avevano ricostruito la nostra conversazione. Ma soltanto qualcosa, cos, per dare un'idea. C'erano pi che altro le nostre mascelle, il pane, i cucchiai, la zuppa, la kaa, le fronti sudate. Non si sono presi la briga di mettere i Rammstein come accompagnamento musicale. Avrebbero potuto. Sarebbe stato potente.
Dopo pranzo il Padrone ha ordinato di pulire in fretta la Via Dolorosa e noi l'abbiamo percorsa: io e la conduttrice, l'operatore stava dietro. Mi hanno rimesso il microfono e come una guida, facevo notare alla presentatrice le rose della nostra colonia, il feroce sole delle steppe del Volga. La colonia era vuota, soltanto i caproni, dai loro posti di guardia, chiudevano un occhio sulla violazione di tutte le norme e disposizioni, mai vista nella storia della colonia.
Cosa ho detto? Cosa potr mai dire un prigioniero di guerra alle persone in libert? Non deve parlare di quello che potrebbe distruggere la sua speranza di uscire. Gi cos mi avevano legato a filo doppio al procuratore ip: stai buono o ci opporremo alla decisione del giudice. Chi ha orecchie per intendere... Un prigioniero di guerra gira per un campo di lavoro, proteggendo il silenzio sull'essenza delle cose e concentrandosi soltanto sui dettagli quotidiani. Soltanto sui dettagli quotidiani.

36.

Gli zek, ho avuto modo di constatarlo pi di una volta, sono persone accorte e previdenti. Pronte a qualsiasi imprevisto.
Oggi dobbiamo prepararti la festa d'addio, mettiamo su un paio di teiere ha annunciato domenica mattina Jurka. Inviteremo i pi stretti. Anton, ovvio, e Vitja Galickij, il brigadiere Ali-Paa... Chi altro?
Vasja e Ljapa ho aggiunto.
Ok... Cioccolatini ne abbiamo ancora.
E se  tutto inutile? Metti che non mi fanno uscire?
Almeno ci scoliamo il kupec ha detto Jurka. A litri.
Domenica. Sembro una bestia in gabbia, un lupo. Allo zoo di Mosca in un'altra vita, quando Nastja era al mio fianco, ho visto due lupi girare senza sosta nel loro spiazzo. Ci separava un fossato. Ecco, cos cammino io, dalla Via Dolorosa al confine rosso con il reparto n. 9. Dico che sembro' perch  possibile che stia esagerando e riesca a rimanere calmo. Non corro affatto, i miei passi misurano con freddezza la distanza dalla recinzione alla linea. Non mi va che le mie corsette siano viste da chi fuma nello spazio assegnato agli zek. Ma cos'altro posso fare nella mia situazione? La sentenza del giudice mi ha gi rilasciato. Di fatto sono un uomo libero. Aspetto la conferma della sua decisione. Giravano voci che il procuratore ip avesse scritto un'opposizione, fosse contrario alla mia libert anticipata su condizionale. Ma l'opposizione prevista per venerd non  arrivata da nessuna parte: n alla procura regionale, n al tribunale regionale, n da noi, in colonia. Se l'opposizione non arriver luned mattina, significa che qualche ora dopo uscir. Se sar inoltrata rimarr qui fino alla decisione del tribunale regionale.
Sarebbe stato meglio che me ne fossi rimasto in questo strano mondo di ascetismo monacale, ubbidendo al ritmo delle tre grandi preghiere-appello giornaliere, privo di grassi, saggio, il misterioso condannato Eduard dalle guance scavate e le orecchie abbrustolite. Forse, no anzi, sono sicuro, un giorno sarei riuscito a vedere chiaramente chi vola al tramonto tra le nubi tossiche sopra la zona industriale, se  lo pterodattilo o Simon Mago. La mia agitazione attuale mi umilia. E dire che considero questo mondo pi in alto di quello in cui mi ritrover quando sar uscito da qui. La mia agitazione mi umilia. Mi umilia. E dire che ci bado poco a uscire da qui. E dire che ho conosciuto i cenci immacolati di questi ragazzi, il loro naso, la nuca, le pustole e il collo. Le scarpe spaccate, i vestiti neri sbiaditi. Le rughe! Varavkin, con il collo rigido, le scarpe tre numeri pi grandi,  in piedi, non barcolla. Varavkin  dentro per un crimine assolutamente biblico. Lui e i suoi compagni si sono mangiati un capretto. Questi ragazzi stavano bevendo vodka fatta in casa, gli era finito il cibo, e nella semplicit del loro cuore, come nella Bibbia, come all'alba dei tempi, come i personaggi di Pieter Bruegel il Vecchio, hanno scannato un capretto, se lo sono divisi e l'hanno mangiato. Cosa c' di pi semplice e biblico? Il capretto  un animale biblico. Varavkin  un cognome biblico. Il criminale Ali-Paa mi passa davanti e mi fa un largo sorriso. L'ultimo mese a Lefortovo stavo in cella con un esattore, un giovane esattore delle tasse. E il criminale, e l'esattore, e la peccatrice grideranno: Alzati in piedi!' Sono in piedi!
Tutti gli elementi - quelli semplici, solenni e tragici - si sono raccolti sotto quel cielo e quel sole delle steppe del Volga. Le rose diffondono il loro profumo, aleggia l'odore acre del sudore dei reclusi, ma non sale in un filo unico, si alza invece come il vapore dalle tazze, in nuvolette, senza una direzione precisa e non da un lato solo. Siamo soggetti a un'antica punizione, come le ombre dei reclusi di tutti i tempi e di tutte le nazioni, siamo privati della libert e umiliati nella carne. Se sar il caso, se l'ordineranno, alcuni di noi potrebbero essere uccisi... Ecco il ceceno Ruslan, si dimena alla mia sinistra, gli trema l'angolo della bocca. Omicidi ne ha visti, li ha osservati da vicino, come una volta, dall'altra parte del recinto. Ciro, Cambise, i tempi di Dario e Serse, di Assurbanipal. Il defunto Al-Khattab non assomigliava forse al condottiero della stele assira che teneva in mano le teste mozzate dei nemici? Assomiglia non  il termine giusto,  lui sputato. Non  la copia, ma l'originale: Non copia, ma originale, / Io sono Assarhaddon, / il re dei re della terra. / Signori e condottieri / Vi porto un dolore. / Quando ascesi al trono / Sidone alz le armi / Sidone annientai / e gettai in mare le sue pietre /.... Ho conosciuto i cenci immacolati di quei ragazzi, i loro volti svuotati, il naso, la nuca, le pustole e il collo. Tutti abbiamo compiuto crimini biblici...
La serata procede al rallenti. Stiamo seduti, ci passiamo le tazze di t. Due per volta, visto che siamo in tanti. Poi facciamo girare anche la terza. Niente cifir', per non affaticare il cuore (di t, tra l'altro, ne abbiamo a sufficienza), ma kupec s, e la miscela  piuttosto forte. Sulla tela cerata del tavolo ci sono cioccolatini e persino pesce secco. Anton  nell'angolo, vicino stanno Ali-Paa, Jurka, Mika, Vitja Galeckij. Accanto, Bars mangia qualcosa, si  appena alzato.  il sorvegliante notturno. Nessun ordine, nessuna menzione del mio rilascio, i soliti discorsi, ma  come una specie di ultima cena... E dalle casse dell'impianto stereo il nostro attualissimo: Non augurer al nemico quindici anni di regime severo.
Quella notte, alzandomi per andare al cesso, rimango colpito dai suoni del dormitorio. Gemiti, rantoli, singhiozzi, gridolini sommessi. Oltrepasso le porte (di vetro) del dormitorio, in corridoio dietro il tavolo c' Bars, sta leggendo. Non ha nemmeno alzato la testa, ha lanciato soltanto un'occhiata. Forse non gli servono gli occhi. Dopo cos tanti anni di sorveglianza riconosce ognuno di noi con l'orecchio, ciascuno ha il suo ritratto sonoro, il suo modo di aprire e chiudere le due porte: quella del dormitorio, sul corridoio, e quella del cesso... In bagno gorgoglia l'acqua, come all'altro mondo, in un angolo, dondola la sagoma di un detenuto... Dopo aver pisciato, mi do una sciacquata alle mani, bevo l'acqua dal rubinetto. Torno indietro. Bars  sempre seduto. Alle spalle la porta  aperta, c' corrente, e si sente il rumore della pioggia. Piove? domando, senza rallentare il passo. Piove risponde. Mi stendo sulla branda, un'amaca di ferro a dirla tutta, con le molle cos a pezzi che a momenti tocca terra. Accanto c' Varavkin, con una coperta grigia fin sopra la testa. Sta zitto.
Il mattino, come ogni luned, portiamo fuori nel cortile i materassi e i comodini. Non so se devo portar fuori le mie cose, ma faccio tutto come sempre. Materasso, comodino e sacca.
Cos', non ti liberano? chiede il giovane zek simile a un criceto, il musicista del 9.
Non ne sono sicuro rispondo.
Ginnastica... La voce di quel recluso, sempre la stessa trita e ritrita, non si capisce nulla. Il senso non ha importanza, conta la tradizione. Mi piego con zelo sulle gambe, flessioni laterali, gambe pi larghe delle spalle, corsa sul posto... Nel refettorio: kaa, acciughe bollite, t. Bevo il t con il pane. Le acciughe non si possono guardare, bollenti e molli, hanno pure un odore rancido di biancheria bagnata.
Selezione per la zona industriale... L'addio della slava... Trombe che avvolgono i corpi dei musicisti condannati del reparto n. 13. Il sole, prendendo le trombe come riferimento,  spuntato e subito si riflette su ogni lato.
Allora, oggi te ne vai? chiede Vasja Ogly e, mettendo a fuoco la mia figura, aggiunge: Che pensi?
Pi s che no.
Vasja mi fissa con lo sguardo benevolo di uno zigano che ha scoperto una qualit in un uomo, pure se non appartiene alla trib eletta dei rom, romeni', rumeni' - quello era, a proposito, il nome che si erano dati i bizantini -, come venivano chiamati dai crociati.
Spunta Anton.
Eduard, vai con Safar, ti accompagner alle docce. Ti laverai tranquillo da solo, ci siamo messi d'accordo con il boss.
Ali-Paa cammina al mio fianco sulla Via Dolorosa come un grosso elefante, tirando su col naso. Al posto di guardia n. 4 un caprone domanda:
Dove andate?
Lo porto a lavarsi. Oggi esce.
Non c' problema dice il caprone.
Safar mi porta alle docce. Non c' nessuno. Solo due bravi ragazzi, pronti a darti tutta l'acqua che vuoi, una volta ricevuto l'ordine dal boss.
Vado, devo portare le etichette rosse dagli operativi. Ti vengo a riprendere tra una quarantina di minuti. Lavati, fai con calma. Safar Ali-Paa si allontana.
Che ora ? chiedo al detenuto addetto alle docce.
L'orologio  sopra di te.
In effetti, sopra di me c' un orologio, appeso alla parete di assi di legno. Indica le 8,30.
Mi tolgo i vestiti. Seguo il ragazzo con la vestaglia ai lavandini. Sono come minimo tre stanze. Una, in realt,  a forma di L incurvata come un gancio.
Dove vuoi lavarti? chiede il ragazzo.
Dove si pu.
Si pu ovunque.
Allora nella doccia.
Vado alle docce. Tiro fuori dalla busta l'occorrente: sapone, shampoo. La spugna ruvida. Apro l'acqua.  fredda.
Ora diventa pi calda, l'ho appena accesa. Non avere fretta il ragazzo esce.
Canticchio qualcosa, mi insapono. L'acqua  pi calda. Mi insapono la testa. Mi rendo conto che sto cantando in francese un duetto ascoltato nel 1982 a Parigi alle 6 di mattina in Rue des Ecouffes. Era inverno. Il rabbino della sinagoga davanti alle mie finestre stava andando ad aprirla e si era imbattuto nella portinaia, madame Safar'jan, un'armena. E nell'oscurit avevano intonato, come all'operetta:
Tous va trs bienne madame la marquisa
Tous va trs bienne, tous va trs bien!
Va tutto bene, insomma. Le scuderie sono bruciate, il marchese  morto, il castello  andato a fuoco, ma va tutto bene. A part a', a parte questo.
Do un'altra sfregata con il sapone, a occhi chiusi, la testa  ancora insaponata; che ci pensi lo shampoo a mangiarsi lo sporco.
Edik! Edik! Andiamo! Veloce! Ti finisci di lavare quando sei fuori. Ti liberano. Ti vogliono dal Padrone! apro gli occhi. Davanti a me c' Soldatov, il brigadiere della brigata n. 51. Trema addirittura. Esci, presto!... il Padrone!... Sono gi arrivati un sacco di giornalisti!
Sciacquo via il sapone. Mi infilo i pantaloni da zek e le calze nei piedi bagnati. Poi le scarpe. La busta. Metto tutto nella busta. Per qualche ragione stavo per mettermi a lavare le calze. Ah, volevo lasciarle a Jurka, le sue sono vecchie, sbrindellate.
Andiamo, andiamo! Soldatov mi mette fretta.
Per strada infilo a forza l'asciugamano nella busta. Camminiamo gi sulla Via Dolorosa. Posti di guardia. Dentro ci sono i caproni. Anton ci viene incontro. Presto! Presto, sono gi l... Entriamo nel cortile. Nel reparto. Sulla branda hanno sparpagliato il tulup del carcere, i maglioni, tutti gli stracci che avevo lasciato. La gruccia con la giacca  appesa vicino al letto. Jurka infila nella borsa le cose vecchie.
Perch? Jurka!
Lo ha ordinato il Padrone. Muoviti a vestirti.
Mi infilano la camicia, la giacca, chiudono a fatica la cerniera della borsa. E ci trasciniamo fuori dal reparto. Ne usciamo con difficolt. Sto sotto la tettoia, loro sono disorientati. Abbraccio Jurka, gli do due pacche sulla schiena. Stringo le mani che mi tendono. Anton viene con me. La borsa  pesante. Al cancelletto sfreccia il caporeparto, il maggiore Pancenko, ostruendoci il passaggio. Pi veloci! Pi veloci! In tre ci affrettiamo per la Via Dolorosa verso l'edificio dell'amministrazione. Superiamo il beau garon del posto di guardia n. 1. Non chiede pi niente.
Nell'amministrazione mi tocco la testa per lasciare come d'abitudine il chep sul pavimento. Non c'. Ah gi, mi stanno liberando.
Dopo mezz'ora tengo in una mano un lungo foglio - il documento di rilascio -, nell'altra la borsa e passo a stento nello stretto corridoio. Dietro di me il Padrone e il caporeparto puzzano di equipaggiamento militare. Il foglio qui, allo sportello! indica il Padrone con il respiro affannato. Una donna con le mostrine mette un timbro sul documento. Apro una porta e mi ritrovo davanti a una folla di giornalisti e nazionalbolscevichi. Mi allungano una bottiglia aperta di champagne.
Cos ho lasciato la terra del rinoceronte Eguzej. Dove fioriscono le rose dei monasteri, vola nel tramonto Simon Mago e vive la bambina-Demone.
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FINE.
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Glossario.
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Nella Federazione Russa la colonia penale o campo di lavoro  un istituto di correzione per condannati che ha tra i suoi intenti formali la rieducazione del recluso.
In realt i campi di lavoro odierni hanno molti aspetti in comune con i gulag di epoca staliniana di cui esiste una vasta e importantissima letteratura.
La logica dei campi di lavoro rimane quella dell'umiliazione e dell'isolamento, la colonia  teatro di dinamiche che si instaurano non solo tra aguzzini e detenuti, ma anche tra detenuti d'onore e schiavi loro sottoposti.
Secondo il Codice del lavoro correzionale del 1970 esistono sei categorie di detenzione: regime ordinario (art. 62); regime rafforzato (art. 63); regime duro (art. 64); regime speciale (art. 65); regime carcerario ordinario (art. 69); regime carcerario duro (art. 70) (da Manuale del Gulag. Dizionario storico).
Attivista (Aktivist): detenuto che collabora attivamente con l'amministrazione nel lavoro di istruzione politica. A differenza della spia, l'attivista collabora apertamente con l'amministrazione.
Camera di tortura (Press-kamera o Press-chata): stanza del carcere giudiziario e di altri istituti di pena, dove alcuni detenuti, selezionati apposta dall'amministrazione, torturano, umiliano, usano violenza su coloro che vengono portati l al fine di ottenere qualcosa di concreto.
Compare (Chlebnik): all'interno della colonia  il detenuto con cui condividi i pacchi di cibo, le posate. Quasi una sorta di amico.
Dubak: sorvegliante. Il termine ha una sfumatura dispregiativa, poich deriva dalla parola dub, quercia, che nella lingua russa  usata anche per indicare una persona piuttosto ottusa.
Etapnyj (detenuto da trasferimento): detenuto trasferito o in attesa di trasferimento da un'altra colonia. Subito dopo il trasferimento, gli etapnyj vengono tenuti in quarantena per alcuni giorni, per essere poi assegnati ai vari reparti.
FSB (Federal'naja sluba bezopasnosti):  l'attuale servizio segreto della Russia, erede del KGB sovietico.
GUIN (Glavnoe upravlenie ispolnenija nakazanij): direzione centrale penitenziaria.
KGB: (Komitet gosudarstvennych bezopasnosti): servizio segreto sovietico, attivo dal 1954 al 1991, che svolgeva indagini e istruiva casi relativi ai reati contro lo Stato'.
Kozel: letteralmente caprone,  un detenuto che collabora, apertamente o meno, con l'amministrazione del campo. I caproni hanno molto potere, stendono i rapporti sugli altri detenuti, usano la forza per ottenere il massimo rispetto da tutti i reclusi.
KSP (Kontrol'no-sledovaja polosa): fascia sterrata per il rilevamento delle impronte.
KVN (Klub veselych i nachodcivych): letteralmente circolo di gente allegra e arguta'. Concorso dilettantistico nel quale i concorrenti, divisi in squadre, devono rispondere con umorismo alle domande che vengono loro poste, devono improvvisare scenette o cantare.
Ladro nella legge (Vor v zakone): vengono cos definiti i membri di una delle organizzazioni criminali russe, nata negli anni Trenta e regolata da un rigido codice di comportamento. Pu diventare ladro nella legge un condannato che abbia un'autorit all'interno del mondo criminale e che abbia ricevuto una sorta di incoronazione' ufficiale.
Lokalka: parte di territorio delimitato nella zona abitativa, dove sono situate le baracche di uno o due reparti.  una sorta di cortile interno. Ogni reparto ne ha una.
NKVD (Narodnyj komissariat vnutrennich del): commissariato del popolo agli affari interni. Assumer nel corso degli anni varie denominazioni tra cui, a partire dal 1954, KGB. Corrisponde all'attuale FSB.
Opposizione (Protest): termine generico per indicare un atto giuridico di resistenza avverso un provvedimento, una determinazione, una sentenza, o in genere avverso un qualsiasi atto o fatto di rilevanza giuridica contrario agli interessi di chi la proponga.
Padrone (Chozjain):  il direttore del campo, la massima autorit ufficialmente riconosciuta della colonia penale.
PKT (Pomecenie karcernogo tipa): locale per la segregazione cellulare.
Prigione nera - prigione rossa (zona nera - zona rossa): le carceri dove esiste un ragionevole equilibrio fra le autorit criminali e l'amministrazione si chiamano nere. Quelle in cui l'amministrazione cerca di avere il controllo assoluto sui detenuti si chiamano rosse.
PVO (Politiko-vospitatel'nyj otdel): sezione di rieducazione politica.
Quarantena (Karantin):  la prima stanza in cui il detenuto viene portato. Di solito ci rimane una o due settimane, durante le quali il personale medico istruisce ogni nuovo arrivato sulla profilassi ed esegue alcune analisi mediche HIV, TCB ecc...). Nella quarantena si registrano anche i tatuaggi di ogni detenuto, oltre a qualsiasi segno (lividi, graffi, traumi visibili) sul suo corpo al momento dell'arrivo.
Ripartitore (Narjadnik): colui che distribuisce le commesse di lavoro.
SDP (Sekcija discipliny i porjadka): sezione di ordine disciplinare.
SIZO (Sledstvennyj izoljator): carcere giudiziario.
IZO (trafnoj izoljator): isolatore disciplinare.
SKO (Sekcija kul'turnogo otdycha): sezione culturale.
Squadra di trasferimento (Etapnaja brigada): gruppo di detenuti da trasferimento.
UDO (Uslovno-dosrocnoe osvobodenie): libert anticipata su condizionale.
UIN (Upravlenie ispolnenija nakazanij): direzione penitenziaria.
Umiliato (Obiennyj): gli umiliati appartengono a una categoria particolare di zek. Sono coloro che ricevono le offese maggiori, subiscono percosse e vengono violentati da altri detenuti. Vivono per lo pi separati dagli altri compagni.
Zavchoz: abbreviazione di zavedujucij chozjaistvom, termine generico con cui si indica il responsabile o l'amministratore di qualsiasi tipo di ente. Nel gergo dei campi, per,  il detenuto responsabile del reparto, della quarantena o del circolo, che collabora apertamente con l'amministrazione del campo. Dopo il Padrone, i boss sono le persone con pi potere all'interno della colonia, seguiti poi, nella gerarchia dei campi, dai caproni.
Zek: la parola  stata creata partendo dall'abbreviazione ufficiale z/k, che sta per zakljucennyj kanaloarmeec, cio detenuto/soldato del canale', in pratica detenuto che lavora nei cantieri del canale Mar Bianco-Mar Baltico dal 1931 al 1933.  utilizzato ancora oggi per indicare il detenuto di un carcere o di una colonia penale russa.
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FINE.